L’unità d’Italia (o quasi): Nord acchiappa-tutto, Sud e Sicilia colonie. Un libro per capire come andarono le cose

L’unità d’Italia (o quasi): Nord acchiappa-tutto, Sud e Sicilia colonie. Un libro per capire come andarono le cose
26 ottobre 2020

Il libro lo ha scritto Michele Eugenio Di Carlo. Il titolo è: “Sud da Borbone a Brigante”. proviamo a illustrare perché è importante leggero seguendo la presentazione di Pino Aprile e citando qualche esempio, perché la storia negata non è una caratteristica della sola Italia, perché ovunque i vincitori hanno scritto e imposto la storia a proprio uso e consumo

Con il titolo di “Sud da Borbone a Brigante” va il nuovo volume di Michele Eugenio Di Carlo. E’ un libro sulla fine del regno delle Due Sicilie con la prefazione dello scrittore e giornalista, Pino Aprile. Poiché siamo legati alla verità, diciamo subito che noi non abbiamo ancora letto il libro. E allora come si presenta un libro che non è stato letto?

Non si presenta: e infatti quello che state leggendo non è un nostro articolo di presentazione del libro, che faremo quando lo avremo letto. Noi oggi ci limiteremo a riportare alcuni passaggi della presentazione scritta da Pino Aprile (e non è poco) e a presentare e a commentare l’argomento: e cioè quello che non è stato scritto sulla conquista del Regno delle Due Sicilie dagli storici che hanno nascosto tante verità.

Intanto cominciamo col dire che i lettori de I Nuovi Vespri – con riferimento soprattutto a coloro i quali leggono la sezione ‘Storia e controstoria’ – conoscono Michele Eugenio Di Carlo, perché ogni tanto pubblichiamo i suoi articoli che trattano sempre di storia.

L’argomento trattato in questo libro è comunque noto ai nostri lettori, perché anche noi, con i nostri mezzi, da quando siamo in rete, abbiamo cercato di raccontare la storia del Sud Italia e della Sicilia prima della ‘presunta’ unificazione italiana.

Sul Sud in generale riordiamo i brani del volume Fegato scritto da Domenico Iannantuoni, del quale abbiamo pubblicato ampi brani. poi ci sono gli articoli di Ignazio Coppola che, se è vero che scrive solo quando è ‘confessato’ di fresco’, sono comunque articoli di grande spessore e sempre molto documentati. per non parlare del volume “e nel mese di Maggio del 1860 la Sicilia diventò colonia!” di Giuseppe ‘Pippo’ Scianò. Libro che racconta l’impresa dei Mille con dovizia di particolari, facendo emergere non soltanto le cose rimaste nascoste, ma anche testimonianze importanti che la storia ufficiale ha nascosto. Il tutto – e questo è il grande merito di Scianò – con una puntuale bibliografia che taglia le gambe a chi cerca di sminuire la portata delle tesi del libro, dove Garibaldi, i garibaldini, i mafiosi e i massoni (allora insieme come accadrà spesso negli anni successivi…) ne escono veramente male!

Ci hanno colpito, nella presentazione di Pino Aprile, tre domande poste dall’autore di Terroni a proposito del nuovo libro di Michele Eugenio Di Carlo:

“Perché un lavoro serio come questo non lo abbiamo da tempo immemorabile a cura di titolari di cattedra di storia? Perché il raffronto con quel che scrivevano autori ‘dalla parte dei vinti’ è stato (salvo poche, tardive e lodevoli eccezioni) scartato a priori? Perché la versione degli sconfitti, da Giacinto de’ Sivo (“Storia delle Due Sicilie”), a Raffaele De Cesare (“La fine di un Regno”) è stata irrisa, ritenuta inattendibile per definizione, perché portatrice del presunto risentimento dei vinti che potrebbe deformare i fatti?”.

La storia, si dice, la scrivono i vincitori. E chi prova a opporsi a questa immutabile legge della prepotenza ne paga le conseguenze. Come dimenticare le polemiche al vetriolo che hanno accompagnato Giampaolo Pansa quando diede alle stampe Il sangue dei vinti?

Giampaolo Pansa, scomparso nel Gennaio di quest’anno, era un giornalista progressista: tutto di lui si poteva dire, ma non che non fosse un uomo libero. Era un uomo libero e anche progressista. Ma appena ha messo in discussione certi miti della Resistenza – peraltro raccontando fatti molto documentati – è stato travolto dalle critiche.

Una critica, in particolare, è rimasta impressa nella nostra mente: la critica di chi non contestava la veridicità dei fatti – che erano incontestabili, perché il libro-inchiesta di Pansa era ineccepibile – ma si limitava a porre la seguente domanda: a che serve parlare oggi di questi argomenti?

E’ la stessa critica che mosse a noi una persona intelligente quando abbiamo pubblicato la serie di articoli su Garibaldi di Ignazio Coppola, dove il cosiddetto eroe dei due mondi ne esce a pezzi:

“A che serve scrivere oggi queste cose? Sono vere, va bene, ma oggi servono soltanto a minare l’unità del nostro Paese”.

Il tema è sempre lo stesso: se la menzogna è stata ben raccontata, se gli storici l’hanno avallata per 150 anni, ebbene, le menzogne sono diventate verità e le verità sono diventate menzogne!

E’ così solo in Italia? No, non abbiamo questo primato. Quando al vertice dell’allora impero comunista russo c’era Leoníd Il’íč Bréžnev, si raccontava di un esame di storia di uno studente russo:

“Ci parli di Lenin”, chiedono i professori allo studente.

Risposta: “Il compagno Lenin è stato un grande statista ed è morto da eroe”.

“Bravo. Ora ci parli di Stalin”.

Risposta: “Il compagno Stalin è stato un grande statista, poi ha commesso qualche errore ed è arrivato il compagno Chruščёv”.

“Bravo, ora ci parli di Chruščёv”.

Risposta: “Il compagno Chruščёv è stato un grande statista, poi ha commesso qualche errore ed è arrivato il compagno Bréžnev”.

“Bravo, ora ci parli del compagno Bréžnev ma stia attento”, gli chiedono sempre i professori.

“Risposta: “Il compagno Il compagno Bréžnev  è stato un grande statista e…”.

Lo studente guarda in faccia i suoi professori che lo fissano immobili. A un certo punto aggiunge:

“Il compagno Bréžnev dovrebbe commettere qualche errore, il resto ancora non si sa…”.

I professori saltano dalle sedie:

“Bocciato, lei è andato troppo avanti!”.

Ma se la Russia piange, negli Stati Uniti non si ride. Che dobbiamo dire degli Indiani d’America fatti passare per “selvaggi”. C’è o no qualche legame con i patrioti del Sud che, all’indomani del 1860, combattevano contro gli invasori piemontesi e, ancora oggi, nei libri di storia, vengono chiamati “Briganti”, quando i veri briganti erano i Savoia?

“Così, la ‘buona storia’ è la versione dei vincitori – scrive Pino Aprile – che narra come necessaria per un alto fine una invasione senza dichiarazione di guerra, tace di paesi rasi al suolo, di rappresaglie con migliaia di morti, centinaia di migliaia di incarcerati e deportati senza accusa, processo e condanna. Quando chi compie queste cose non vince, ma perde, si parla di crimini di guerra. I fatti e i modi sono sempre quelli nel percorso dell’umanità, cambia il modo di raccontarli: un passo avanti verso una più alta civiltà, nella versione dei vincitori, un delitto in quella dei vinti”.

“Così, la storia ufficiale – prosegue Pino Aprile – finisce per giustificare le cose come sono andate, perché così “dovevano” andare e il racconto attribuisce ai protagonisti un disegno chiaro a loro e, a posteriori, a tutti (salvo botte di sincerità quale quella di Oliver Cromwell, che quando gli chiesero come avesse costruito le basi della potenza britannica, rispose, più o meno, che nessuno va così lontano come chi non sa dove sta andando). Mentre il racconto dei vinti avviene attraverso l’arte: la letteratura (“I viceré” di Federico De Roberto, “La conquista del Sud” di Carlo Alianello, “Il gattopardo” di Tomasi di Lampedusa…), la musica (basterebbe “Brigante se more” di Eugenio Bennato e Carlo D’Angiò), la pittura (si pensi a Goya, a Picasso con Guernica…)”.

Il libro di Di Carlo dà la parola vinti. E scopriamo – e non è una novità – che i vinti dicono la verità. La verità è stata sempre negata? No. Pino Aprile cita alcuni “storici di professione, da Roberto Martucci (“L’invenzione dell’unità d’Italia”) a Eugenio Di Rienzo (“Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee”, pur con un successivo rifacimento al ribasso, poco comprensibile), a John A. Davis (“Napoli e Napoleone. L’Italia meridionale nelle rivoluzioni europee 1780-1860”)” e tanti altri, “storici e no, da Paolo Mieli a Carlo Azeglio Ciampi. Ma l’opera di Michele Eugenio Di Carlo – dice – è sistematica, onestamente distaccata, senza timori di ‘sembrare’ squilibrata, quindi preconcetta, in un senso o nell’altro”.

Il nostro augurio è che a chi legge questo articolo venga la voglia di leggere il libro di Michele Eugenio Di Carlo come di certo faremo noi.

Foto tratta da Primo piano 

 

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