Il Coronavirus nella Sicilia del caos dove in tanti già emigrano al Nord per curare altre malattie

Il Coronavirus nella Sicilia del caos dove in tanti già emigrano al Nord per curare altre malattie
17 ottobre 2020

Le amare considerazioni di un imprenditore siciliano che ha seguito le vicende e le vicissitudini politiche, economiche e sociali della Sicilia dagli anni ’80 del secolo passato ad oggi. Le conclusioni sono altrettanto amare i una Regione dove, già prima del virus, trionfava il turismo sanitario: ovvero tanti cittadini siciliani costretti a curarsi a proprie spese nel Nord Italia! 

di Alessio Lattuca

Recentemente rifletto su temi che sono stati dibattuti, alla fine degli anni ’80, nell’ambito dell’annuale Conferenza Mezzogiorno e Mediterraneo: i diritti negati! Ero giovane e avevo delle aspettative. Speravo che il confronto, unitamente alla protesta, potessero contribuire al ‘progresso”, al cambiamento e che il buon senso potesse suggerire, a chi aveva responsabilità politiche, di attivare le leve e le risorse necessarie per assicurare ai negletti siciliani almeno gli stessi diritti riservati alla parte più evoluta del Paese. Evidentemente mi sbagliavo!

Ricordo che la passione con la quale affrontavo la “questione” indusse il direttore di Sicilia imprenditoriale Carlo Alberto Tregua (che moderava i lavori, più freddo e più razionale di quanto fossi io) a definirmi romantico e uomo contro. Sono passati inutilmente tanti, troppi anni e nulla è cambiato anzi, tutto è peggiorato.

I siciliani assistono impotenti a questioni irrisolte, come il diritto alla mobilità tra i quali “la continuità territoriale” che fa il paio con il “turismo sanitario” e che pesano per centinaia di milioni euro sulle ‘casse’ della Regione. Tutte questioni che hanno a che fare con la vita e con le tasche dei siciliani. Cioè le persone che, per potersi curare, sono costrette a recarsi al Nord.

Al riguardo, il mio pensiero è rivolto a un amico costretto dal suo male a recarsi, anche due volte al mese, al Nord (che gli assicura le cure necessarie) a sue spese e prevalentemente in autobus (dal costo salato con 20 ore di viaggio) con sofferenze che si aggiungono a quelle causate dalla malattia e con grave danno morale e umano.

Talvolta il caso gli consente di recarvisi in aereo ovviamente con costi proibitivi. Risulta davvero insopportabile che, dopo anni di chiacchiere inutili, il ceto politico non sia stato capace (ove abbia tentato) a rendere utilizzabili le risorse messe a disposizione dalla UE per la continuità territoriale. E che non abbia investito in modo corretto la enorme quantità di risorse per dotare la Sicilia di un moderno sistema sanitario: efficiente, efficace e di qualità.

Così come sia un fatto osceno che dopo anni di depauperamento e di tagli lineari il Governo non approfitti adesso con il corretto utilizzo del MES per consentire alla Sicilia di costruire un sistema sanitario decente.

La pandemia avrebbe potuto essere e potrebbe essere l’occasione per invertire la tendenza e intanto distribuire adeguatamente pro capite i tanti miliardi da investire nella sanità. Tenuto conto che mancano medici, anestesisti, infettivologi, infermieri, biologi tecnici specializzati. Perché altrimenti, non basterà acquistare apparecchiature (terapia intensiva, ventilatori), se mancano i tecnici in grado di utilizzarle.

Non si tratta di muovere accuse, ma di prendere atto di una condizione drammatica con la quale milioni di persone sono costrette a confrontarsi quotidianamente. Ed è davvero insopportabile che il ceto politico ricorra alla foglia di fico nell’enfatizzare il ruolo di responsabilità del cittadino, nel contrasto alla pandemia. Sorge, quantomeno, il dubbio che tale ipocrita comportamento nasconda le inefficienze del sistema.

Al riguardo è preoccupante che, dopo otto mesi di pandemia, la situazione oggi, più del passato, sia allarmante. D’altro canto, se si fosse investito in sanità pubblica, prevenzione e sorveglianza oggi non assisteremmo a questo sfacelo, a gente disperata che non riesce a fare un tampone e, qualora riesca ad ottenerlo, i tempi ti risposta sono improbabili.

E’ opinione condivisa che, in assenza del vaccino, l’unica possibilità sia la sorveglianza tramite il tamponamento e la corretta gestione del distanziamento e della quarantena. A tale proposito risulta indecente che il piano dei quattrocentomila tamponi proposto dal virologo Crisanti – una proposta sensata, che avrebbe sicuramente svolto una formidabile funzione per la prevenzione del fenomeno – non sia stata tenuta in considerazione e ritenuta meritevole di accoglimento.

Intanto chi è debole, evidentemente, si indebolisce sempre più e diventa più vulnerabile. O defunge.

La crisi economica flagella i territori più fragili e già impoveriti da ritardo di sviluppo, da crisi endemica e da nuove crisi che vedono compromesso il delicato, precario equilibrio al quale aspiravano.

In una economia come quella siciliana, che non è riuscita a recuperare dieci punti di Pil persi nel 2008, si aggiungeranno i guai causati dal Covid 19 che si misurano con una ulteriore perdita di altri punti di Pil, si rende necessario uno sforzo enorme per salvare la Regione dal default.

Occorrerebbe intanto conoscere la quantità – prevista per la Sicilia – degli strumenti che deve fornire lo Stato (sono le dichiarazioni del Arcuri rilasciate a Lucia Annunziata nel corso della trasmissione Mezz’ora): – 5 mln di test rapidi; – tanti milioni di test antigenici da mettere a disposizione dei porti e degli aeroporti ma anche dei medici di famiglia (medicina generale) per il tracciamento istantaneo; – migliaia di presidi di terapia intensiva e sub intensiva; – migliaia di ventilatori e di posti letto.

Occorrerebbe, soprattutto, sapere se il declamato piano di rafforzamento di medicina territoriale si riferisca anche alla Sicilia dato che il virus avrebbe meno asimmetria e sarebbe distribuito parimenti in tutto il territorio nazionale, che il pericolo sia incombente e che sia risibile non comprendere che la tutela della salute sia la misura della civiltà di una società avanzata e sia ingiusto che i test salivari siano offerti in Lazio e non siano utilizzati anche in Sicilia.

Francamente penso che sia stato perso del tempo, forse nella speranza che non sarebbe arrivata un’altra ondata, per adeguare e mettere in sicurezza il sistema sanitario. E’ stato perso tempo prezioso per porre in essere un piano di sorveglianza, per potenziare la medicina territoriale e la epidemiologia sul modello Taiwan (dove in pochissimo tempo sono stati attivati migliaia di centri-laboratori).

Poiché per tutte le superiori considerazioni il tasso di preoccupazione è in progressiva crescita, risulterebbe utile comprendere come siano stati spesi (investiti?) gli otto mld destinati alla sanità, nella speranza che la Corte dei Conti possa fare chiarezza.

Appare davvero paradossale che non sia stata colta nella sua interezza la gravità degli effetti che avrebbero causato le scellerate scelte operate all’inizio dell’estate. Era già chiaro ad Agosto che la situazione peggiorava e stava precipitando e che a Settembre occorreva prendere i dovuti provvedimenti per scongiurare ciò che, ragionevolmente, sarebbe accaduto e che avrebbe causato: sofferenza, dolore e dramma sociale. E che fosse urgente una “politica” opportuna e mirata per offrire riscatto e sicurezza alla Sicilia: territorio devastato da anni di indifferenza, che la malattia ha peggiorato ulteriormente.

Ma, contestualmente, ne ha evidenziato la fragilità e ha messo in risalto la solitudine dei malcapitati, che incrociano il virus.

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