Derivati rifilati a Regioni, Province e Comuni: la Cassazione ‘bastona’ le banche. E la Sicilia?

Derivati rifilati a Regioni, Province e Comuni: la Cassazione ‘bastona’ le banche. E la Sicilia?
7 luglio 2020

Un articolo pubblicato dal sito d’informazione “Un’Europa diversa” racconta bene il pronunciamento della Cassazione, che ha assestato un bel colpo alle banche. Regioni, Province e Comuni non sapevano cosa sottoscrivevano. Ci auguriamo che la Regione siciliana, inguaiata con i derivati con cinque banche, possa usufruire degli effetti positivi di questa sentenza

Non sappiamo che fine abbiano fatto i derivati sottoscritti dalla Regione siciliana. Ma abbiamo letto un articolo che, forse, potrebbe essere risolutivo, a meno che la questione non sia stata già chiusa, ci auguriamo in modo non oneroso per la stessa Regione. Vediamo di che si tratta.

L’articolo è stato pubblicato dal sito d’informazione Un’Europa diversa.

“Per quasi quindici anni – scrive Ernesto Preatoni – banche italiane, ma soprattutto estere, hanno piazzato a 797 enti locali e lungo tutto il Paese migliaia di contratti derivati, sconosciuti ed incomprensibili ai più. Comuni, Province e Regioni si sono trovati, senza saperlo, con buchi miliardari, e gli effetti di quei contratti durano ancora oggi e lo faranno per molti anni a venire, dato che alcuni hanno durata trentennale – avevano scritto Milena Gabanelli e Fabrizio Massaro, commentando i contenuti della sentenza sul Corriere della Sera -. Si tratta molto spesso di scommesse camuffate da assicurazioni, dove è l’assicurato a fare da assicuratore alla banca”.

Nell’articolo si cita una sentenza della Corte di Cassazione del 12 Maggio scorso.

“La Cassazione, secondo Preatoni, di fatto, ha sancito come gli amministratori di enti locali che siglarono questa sorta ‘patto col diavolo’ difficilmente avessero chiaro cosa stessero firmando. I prodotti venduti dalle banche erano troppo complicati e le perdite future troppo difficili da valutare per loro, mentre gli istituti che li avevano creati sapevano benissimo che guadagni quei contratti avrebbero portato loro nel giro di pochi anni. Agli amministratori le banche proponevano un prestito insieme a un derivato: non un prodotto semplice, un’assicurazione sui tassi, ma uno più complesso, una sorta di ‘scommessa’ sul rialzo dei tassi. All’ente locale, che siglava l’accordo di swap, veniva riconosciuto una somma di denaro – in gergo si chiama “upfront” – che veniva usato per tappare qualche buco nel bilancio, traballante, dell’ente stesso. Subito dopo, però, il debitore si ritrovava a dover pagare un ‘premio’ salatissimo sull’assicurazione stipulata, cioè il derivato”.

“Buona parte di quei contratti – leggiamo sempre nell’articolo – ora potrebbero essere nulli: come scriveva il Corriere dopo ‘anni di scontri nei tribunali – e varie leggi emanate per cercare di chiudere questa voragine nei conti degli Enti – la Corte di Cassazione a Sezioni Unite a Maggio ha fissato principi che adesso potrebbero valere in tutti i contenziosi contro le banche. La sentenza riguarda il comune di Cattolica e la Bnl, per un derivato sottoscritto del 2003. Dopo uno scontro andato avanti per anni i giudici supremi hanno stabilito che quei contratti sono da azzerare e che non dovevano essere sottoscritti”.

“Sono veramente contento – scrive Preatoni – per la sentenza della Corte di Cassazione, avevo detto e scritto già anni fa che sarebbe finita così. È una delle grandi soddisfazioni morali – dopo quella di aver visto la sconfitta definitiva dell’istituto delle banche popolari – che la mia lunga carriera mi ha regalato. La brutta abitudine di rifilare contratti capestro è vecchia. Io ricordo, attorno al 1993, quando ero ancora impegnato nella vicenda Generali, che alcuni alti rappresentanti di una banca francese vennero a proporre a me e alle persone che investivano insieme a me di sottoscrivere quello che oggi si sarebbe definito un “derivato complesso. Mi lessi i prospetti relativi al prodotto che ci avevano proposto e rifiutai – conclude Preatoni -. Era chiaro che le probabilità di una simile scommessa erano tutte a favore del banco, non era un investimento, era una bisca: ma senza preparazione finanziaria, sarebbe stato difficile accorgersi dell’inghippo. Oggi scopriamo che lo Stato rischia di contabilizzare, sui derivati che ha stipulato, una perdita potenziale pari a 36 miliardi. È il valore del MES su cui si stanno spaccando la testa a Roma. Mi sembra più che sacrosanto che la sentenza della Corte di Cassazione abbia creato un precedente in grado di mettere fuori legge quei contratti per gli enti locali. Un precedente che, peraltro, rischia di creare grossi e legittimi problemi a quelle banche che hanno venduto derivati complessi anche alle imprese private. Sarebbe ora che banchieri e bancari tornassero a concentrarsi sul credito e la smettessero di mettere le mani nei risparmi dei clienti per tentare di sistemare bilanci che difficilmente si potranno aggiustare”.

Anche la Regione siciliana è caduta nella trappola dei derivati. Noi siamo fermi all’Ottobre dello scorso anno. In quella data la Regione presentava un’esposizione swap pari di oltre 300 milioni con cinque gruppi bancari: Nomura, Merril Lynch, Banca nazionale del lavoro, Deutsche Bank e Unicredit.

Non sappiamo se la Regione, lo scorso Ottobre, abbia chiuso la partita con una transazione o se abbia avviato un contenzioso. Noi ci auguriamo il secondo scenario, perché il pronunciamento della magistratura era nell’aria.

Foto tratta da DERIVATI.INFO 

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