La nuova Tangentopoli sanitaria siciliana, Falcone, Borsellino: parla il giudice Angelo Giorgianni

La nuova Tangentopoli sanitaria siciliana, Falcone, Borsellino: parla il giudice Angelo Giorgianni
23 maggio 2020

Oggi ricordiamo il 28esimo anniversario della strage di Capaci nella quale persero la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta. E lo facciamo con un’intervista ad Angelo Giorgianni, un magistrato che, negli anni ’90 del secolo passato, era considerato il Di Pietro della Sicilia. Mafia e Tangentopoli tra passato e presente 

Sulla pagina Facebook di Angelo Giorgianni, un magistrato che negli anni ’90 del secolo passato ha indagato a fondo sulla corruzione in Sicilia, abbiamo letto una riflessione che ci sembra importante per almeno due motivi. In primo luogo, perché oggi ricordiamo la strage di Capaci in cui persero la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. In secondo luogo perché, in queste ore, la magistratura di Palermo ha scoperchiato un pentolone dove un comitato di affari faceva il bello e il cattivo tempo, all’ombra di una discutibile antimafia.

Noi abbiamo chiesto un’intervista al dottore Giorgianni. Ma prima leggiamo insieme il suo post:

“La corruzione nella gestione degli appalti pubblici si può sconfiggere – scrive Angelo Giorgianni, che è stato anche parlamentare della Repubblica – ma vi è veramente la lo volontà politica di farlo? Il sistema delle tangenti nella sanità siciliana è soltanto uno spaccato di una realtà più ampia che viene dal passato e rischia di perpetuarsi nel futuro. La legalità come valore astratto rischia di essere, ipocritamente, ma solamente celebrata in occasione della commemorazione dei nostri martiri per la legalità”.

“Ho monitorato la gestione della cosa pubblica e l’andamento degli appalti pubblici di oltre un decennio – scrive sempre Giorgianni – ed in esito alla mie indagini sulla Tangentopoli Siciliana ho accertando un ‘Sistema’ di gestione politica affaristica (invasiva e pervasiva), con una cupola a livello regionale e non solo, con interferenze mafiose, che nella sua impostazione ed in alcuni suoi tronconi è stata convalidata dalla Cassazione. Quale Voce clamante nel deserto in questi anni, forte dell’esperienza maturata sul campo, ho pubblicamente suggerito una serie di misure legislative ed organizzative per combattere il fenomeno ed ho manifestato la mia preoccupazione per la persistenza del Sistema corruttivo predetto, desumibile da una lettura organica di tutta una serie di illeciti resi di pubblico dominio dalla cronaca giudiziaria e da confidenze raccolte dai protagonisti della Tangentopoli prima indicata (investigatori, testimoni, imputati …). Ma tutto cambia perché nulla cambi. Così ho dovuto con amarezza registrare che, di fronte a singoli e ripetuti scandali ed all’indignazione dell’opinione pubblica, si manifesta stupore per l’accaduto, si garantisce un maggiore rigore nei controlli, si preannunziano ‘svolte epocali’ con provvedimenti esemplari e misure eccezionali, destinate a cadere nel dimenticatoio allo scemar dell’attenzione pubblica, per essere riesumate nell’oblio collettivo in occasione dello scandalo successivo accolto con lo stesso ‘ingenuo’ stupore già manifestato in precedenza in analoghe occasioni. Scandalo mangia Scandalo, in una spirale senza fine”.

“Tutto questo è casuale o causale … io ho la mia idea, ma non sta a me dare una risposta a questo dubbio amletico – scrive sempre Giorgianni – mentre è certa la mia risposta ad un altra domanda: parteciperai alle commemorazioni dei prossimi giorni per le stragi di mafia, in ricordo di martiri della legalità? La mia risposta è stata negli anni NO e resta NO, perché rischia di essere una ipocrita ed inutile liturgia, per la partecipazione alle celebrazioni di persone che non sono testimonianza concreta di impegno per la legalità e che, per valutazioni utilitaristiche, ‘Timbrano’ la loro pubblica presenza a riprova del loro impegno antimafia.

Io quel drammatico ricordo lo porto scolpito nel mio cuore e nella mia mente e cerco di celebrare quei martiri con il mio impegno quotidiano!”.

Dottore Giorgianni, quindi il sistema corruttivo, in Sicilia, non si è mai esaurito.

“Purtroppo è così. E’ un sistema di corruzione che si perpetua, tra politica e burocrazia. Il politico passa, il burocrate resta. Il burocrate rappresenta l’elemento di continuità del sistema”.

E la politica siciliana che fa?

“Non tocca a me giudicare la politica, ma registrare i fatti ed i fatti evidenziano un problema di fondo. In Sicilia assistiamo a scandali ciclici. Vicende corruttive che riguardano vari settori della vita pubblica: eolico, rifiuti, formazione professionale, trasporti marittimi, sanità….. A riprova di un sistema che è vivo e vegeto e si perpetua. Ad ogni scandalo la gente si indigna, la politica manifesta stupore, prende le distanze e promette maggiori controlli e provvedimenti risolutivi, che purtroppo non arrivano mai. Così si ha la sensazione si tratti solo della celebrazione di un rito, accompagnato da misure inadeguate e/o insufficienti, che si ripete ad ogni scandalo. Ed allora è legittimo che l’opinione pubblica si interroghi se c’è la volontà di sradicare questo cancro della nostra società”.

Ora leggiamo di un altro scandalo alla Sanità …..Nota elementi di novità rispetto al passato?

“Quando indagavo sulla corruzione in Sicilia, negli anni ’90 del secolo passato, individuammo una ‘cupola’ che gestiva il sistema degli appalti pubblici a livello regionale, a cui partecipavano politici, burocrati, professionisti, mediatori, affaristi …, con referenti nazionali ed articolazioni provinciali. Un sistema invasivo e pervasivo che gestiva ogni risorsa pubblica e con esse le aspettative della gente. Una tesi confermata in un doppio di giudizio e convalidata dalla Cassazione. Leggendo le ricorrenti notizie di illecita gestione della cosa pubblica, mi sembra di rivivere le mie vecchie indagini, raccontate in migliaia di pagine processuali. Con un’aggravante”.

Ovvero?

“Quando indagavamo, a parte qualche sporadica collaborazione, utilizzavamo le indagini tradizionali basate su l’analisi documentale e per noi era difficile trarre elementi utili da intercettazioni telefoniche o ambientali, per la cautela degli indagati… Ora, con un vantaggio per gli investigatori, i protagonisti della corruzione in Sicilia parlano liberamente al telefono e negli ambienti pubblici. C’è un senso dell’impunità che impressiona. Parlano come se si trattasse di fatti normali. Il senso della legalità si è degradata e quasi sembra che l’illegalità non venga avvertita più come tale”.

Che idea si è fatto di questa Tangentopoli sanitaria scoperchiata a Palermo?

“Perfettamente in linea con quello che penso. Parlano incuranti di possibili intercettazioni”.

Ma cos’è che li rende così sicuri’

“Non lo so”.

Il presidente del Parlamento siciliano, Gianfranco Miccichè, tirato in ballo, ha reagito in modo forte. Cosa pensa?

“Attenzione. Non sempre la rappresentazione che qualcuno fa dei fatti, sino a prova contraria, descrive la realtà, perché non si possono escludere i millantatori. Da qui una domanda: il presidente Miccichè si è indignato solo perché i fatti nei quali qualcuno tenta di coinvolgerlo non sono veri, o ci sono anche altre cose che non conosciamo?”.

Il presidente della Regione siciliana, Nello Musumeci, e l’assessore alla Salute-Sanità, Ruggero Razza, hanno la volontà di estirpare la malapianta della corruzione?

“La risposta non può essere scontata, la ripetuta manifestazione di volontà in questo senso deve essere convertita in fatti concreti ed in provvedimenti adeguati a quella che è una vera e propria emergenza. Ad onor del vero, bisogna prendere atto che la Tangentopoli Siciliana ci ha accompagnato negli anni ed i vari governi non sono andati al di là dei buoni propositi o comunque sono stati ‘incapaci’ di porre fine ad un fenomeno corruttivo che, a prescindere dalla illegalità, fa lievitare i costi, molto spesso in danno della qualità e dell’utilità della spesa, con inammissibile sperpero di risorse pubbliche”.

Lei ha vissuto una stagione storica difficilissima. Negli anni ’90 del secolo passato la chiamavano il Di Pietro siciliano. Ha indagato sulla politica siciliana e nazionale, sui grandi appalti, e anche su altre vicende scottanti quali il riciclaggio, il traffico di armi, di cui si era occupato Carlo Palermo. La sua vita superblindata racconta anche di attentati e minacce. Tra gli addetti ai lavori si dice che è tra i pochi investigatori che ha potuto guardare sopra le nuvole. Si sente un sopravvissuto?

“Sì, mi sento un sopravvissuto”.

E come ha fatto a sopravvivere?

“Secondo consolidati schemi mafiosi, per fermarmi e screditare le mie indagini hanno utilizzato non solo minacce ed attentati, che non hanno sortito il loro effetto, ma anche l’arma della delegittimazione, utilizzando anche qualche collega magistrato. Ricorderà che le mie indagini hanno coinvolto alcuni magistrati, anche amministrativi, che io ho denunziato nelle sedi competenti, dove sono stati messi sotto processo ed alcuni addirittura arrestati. Ciononostante, qualcuno, forse ignorando il loro ruolo di imputati controinteressati, li ha speso in commissione antimafia come testi affidabili su miei inesisistenti ritardi o strumentalizzazioni di indagini, addebiti, logicamente, dimostratisi successivamente destituiti di ogni fondamento”.

Lei, tra tanti altri personaggi, ha raccolto le ultime dichiarazioni dell’ex presidente della Regione siciliana, Rino Nicolosi.

“Mi venne a trovare accompagnato da un sottoufficiale dell’arma. Stava già male ma aveva l’ansia di ricostruire la storia della gestione della cosa pubblica, con le sue luci e le sue ombre. Anche lui, come altri, illustrò il sistema, con dovizia di particolari in ordine ai meccanismi di spesa e ad una gestione spartitoria (tra quasi tutti i partiti, inclusi quelli di opposizione), con il manuale Cencelli, rispettosa delle percentuali riportata dai singoli partiti nelle ultime competizioni elettorali. Segnalando anche il ruolo fondamentale della Commissione Bilancio e Finanze dell’Assemblea regionale siciliana di quegli anni, ad esempio, dove passavano tutte le leggi di spesa con un consenso trasversale e con un opposizione calibrata e di mera facciata. Era un sistema onnicomprensivo che permeava tutto e tutti”.

Contro il quale è impossibile andare?

“Impossibile no, difficile sì. Io ci ho provato. E me ne hanno combinate di tutti i colori”.

E’ lo stesso sistema che lei descrive nel post su Facebook: scandalo mangia scandalo, in una spirale senza fine?

“Per l’appunto”.

Oggi ricordiamo il giudice Giovanni Falcone. Anche Falcone, poco prima di saltare in aria a Capaci, stava indagando sui grandi appalti.

“E’ così. Vede, la mafia accumula ricchezza e gli appalti sono un occasione troppo ghiotta perché ne resti fuori. E li si creano i pericolosi contatti affaristici con imprenditori ed uomini delle istituzioni. Poi, però, il denaro deve essere riciclato. E per riciclarlo la mafia usa gli stessi circuiti che utilizzano i tangentisti e i protagonisti delle grandi evasioni e delle grandi elusioni fiscali”.

La mafia in giacca e cravatta?

“Esattamente”.

In quegli anni, in Sicilia, nei grandi appalti, operavano gruppi imprenditoriali nazionali.

“E’ così. Questo era avvenuto perché, nella seconda metà degli anni ’80, la grande imprenditoria dell’Isola incappò in alcune vicende giudiziarie e, di fatto, venne sostituita dalla grande imprenditoria del Nord Italia”.

Guarda caso, questo avvenne in concomitanza con l’arrivo, nel Sud Italia, del fiume di denaro pubblico della legge nazionale n. 64 per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno. Secondo lei, il tramonto della grande imprenditoria siciliana fu funzionale alla ‘calata’ dei grandi gruppi imprenditoriali del Nord Italia in Sicilia?

“Indubbiamente il tramonto della grande imprenditoria dell’Isola – penso ai Cavalieri del Lavoro di Catania, ma non solo a loro – ha oggettivamente lasciato un vuoto nel mercato che è stato coperto da altri soggetti. Ma non me la sento di affermare che c’è stata una strategia. Sono un magistrato, sono abituato a lavorare su dati di fatto e non ho elementi per affermarlo”.

Ricordiamo che lei, con il suo gruppo di investigatori, ha svolto anche indagini connesse alle stragi…

“Nel corso della nostra attività abbiamo raccolto alcuni elementi che ritenevamo utili alle indagini e li abbiamo tempestivamente messi a disposizione della Procura di Caltanissetta. Ricordo a tal proposito che siamo stati noi tra i primi a sottolineare il ruolo del Mistrettese Pietro Rampulla, che ha confezionato l’ordigno che venne poi collocato nel tunnel sotto l’autostrada nella strage di Capaci”.

Giovanni Falcone, poco prima di morire, inseguiva i grandi flussi economici di denaro?

“Era una delle sue strategie investigative: se vuoi individuare dov’è la mafia, segui il grande flusso di denaro, e se vuoi veramente mettere alle corde i mafiosi aggrediscili nel loro patrimonio”.

Anche un altro grande magistrato, Paolo Borsellino, poco prima di morire, iniziò a indagare sui grandi appalti.

“Evidentemente Borsellino riteneva che ci potessero essere interferenze con le stragi di mafia”.

Insomma, una sovrapposizione tra due fenomeni?

“Borsellino ha dato rilevanza alla pista dei grandi appalti perché evidentemente credeva fosse un indagine importante”.

Gli assassini di Falcone e Borsellino sono delitti di mafia, delitti di Stato o di mafia e Stato?

“Bella domanda. Rispondo che il binomio mafia-Stato è erroneo in quanto fuorviante, direi più correttamente mafiosi ed infedeli uomini della Stato. Non esiste uno Stato colluso con la mafia. Credo, questo sì, nella presenza, nei gangli dello Stato, di infedeli”.

Ma lei, alla fine, che idea si è fatto di quegli anni?

“Qualche idea me la sono fatta, ma la tengo per me”.

Lei ha indagato anche sulla massoneria e del ruolo nella gestione della cosa pubblica e del riciclaggio.

“Sì, ma non è esatto parlare di un ruolo della massoneria, perché questa generalizzazione rischia di essere fuorviante. È più aderente alla realtà parlare di alcune logge, alcune ‘coperte’, deviate e di alcuni massoni complici, alcune volte scoperti anche grazie alla collaborazione della massoneria ufficiale e dei massoni ortodossi. In questo contesto è risultato che alcuni mafiosi e ‘ndranghetisti, che già utilizzavano alcuni massoni per riciclare o entrare in contatto con gli uomini delle Istituzioni, pagando un prezzo elevato, ad un certo punto decidono di entrare direttamente in quelle logge deviate e/o coperte e trattare direttamente i propri interessi. Pertanto, risulta evidente che nella massoneria ci sono state deviazioni. Penso a certe logge ‘coperte’ in cui vi erano anche magistrati. Ma, ribadisco, non bisogna generalizzare”.

Lei ha indagato anche sul traffico di armi. Se non ricordiamo male lei ha ripreso l’indagine famosa e drammatica di Carlo Palermo.

“Senta, ho vissuto anni della mia vita in condizioni di estrema difficoltà. Notti a dormire in caserma. E mentre lavoravo giorno e notte per cercare la verità, come ho ricordato, c’era chi cercava in tutti i modi di infangarmi. Non ci sono riusciti. In quella indagine tanti depistaggi da chiarire ed il ruolo di alcuni magistrati. Carlo Palermo? Sì, lo andai a trovare nel Lazio. Quello che posso dire oggi è che, quando si indaga su certi argomenti – per esempio il traffico di armi – si può anche scoprire che di mezzo non c’è solo la mafia e qualche politico, ma interessi diretti di Stato e di alcuni Stati esteri ed il coinvolgimento di alti livelli istituzionali. E mi fermo qui”.

Foto tratta da vocedipopolo messina

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