Il Coronavirus con il Nord che deruba il Sud: ecco il perché la sanità del Sud è in crisi

Il Coronavirus con il Nord che deruba il Sud: ecco il perché la sanità del Sud è in crisi
26 marzo 2020

Uno dei soci fondatori del Movimento 24 Agosto per l’Equità Territoriale illustra, con la forza dei numeri ufficiali resi pubblici dall’Eurispes, perché, oggi, davanti all’emergenza Coronavirus, la sanità pubblica meridionale è in grande affanno. I soldi pubblici finiti nei ‘forzieri’ della sanità privata in tutta l’Italia  

di Michele Eugenio Di Carlo*

Il Rapporto Italia 2020 dell’Eurispes, l’Istituto di Studi Politici, Economici e Sociali degli italiani – lo ripeto perché lo hanno fatto in pochi in Italia – non è solo uno studio che ha fatto dire al suo Presidente, Gian Maria Fara, che «Sulla questione meridionale, dall’Unità d’Italia ad oggi, si sono consumate le più spudorate menzogne. Il Sud, di volta in volta descritto come la sanguisuga del resto d’Italia, come luogo di concentrazione del malaffare, come ricovero di nullafacenti, come gancio che frena la crescita economica e civile del Paese, come elemento di dissipazione della ricchezza nazionale, attende ancora giustizia e una autocritica collettiva da parte di chi – pezzi interi di classe dirigente anche meridionale e sistema dell’informazione – ha alimentato questa deriva».

Il Rapporto Italia 2020 non ha messo in evidenza unicamente i seguenti dati ignobilmente ignorati da stampa, intellettuali, parlamentari:
1 – Lo Stato italiano nel 2016 ha speso per ogni cittadino del Centro-Nord 15.062 euro, mentre per ogni cittadino del Sud la spesa è stata di 12.040 euro, una differenza di ben 3022 euro pro-capite.

2 – Nel 2017 l’Eurispes rileva per il Centro-Nord una spesa pro-capite aumentata a 15.297 euro, per il Sud una spesa pro-capite diminuita a 11.939 euro per una differenza che aumenta a 3358 euro e che moltiplicata per il numero di abitanti del Mezzogiorno ammonta a oltre 60 miliardi annui.

3 ˗˗ Dal 2000 al 2017 è stata sottratta una somma pari a 840 miliardi al Mezzogiorno.

Infatti, il Rapporto Italia 2020 ha anche messo in evidenza che ben 4 cittadini su 10 hanno esperienza di un proprio familiare trasferitosi per migliorare la propria condizione economica e lavorativa: il 22,9% dei casi in un’altra città italiana e il 18,3% all’estero. Con al Sud una prevalenza di trasferimenti in una città del Nord e al Nord una prevalenza di trasferimenti all’estero.

Una situazione drammatica nel Mezzogiorno, che si ritrova in alcune aree della Sicilia, della cintura metropolitana napoletana, della Capitanata e del Crotonese, con una disoccupazione giovanile intorno al 60% nonostante un fenomeno migratorio che sfiora lo spopolamento di intere aree interne. E tutto questo a causa di politiche governative di sviluppo che hanno nei fatti prodotto l’abbandono del Mezzogiorno e che non hanno saputo governare le conseguenze dei processi di globalizzazione e del poderoso e sregolato sviluppo tecnologico degli ultimi decenni, che hanno ridotto a pura formalità le tutele costituzionali del lavoro e dei lavoratori.

Da questi dati, e dal silenzio che li ha avvolti, emerge ancora più chiaramente come un’intera classe politico-finanziaria, sostenuta da media al loro servizio, abbia nell’ultimo trentennio sistematicamente progettato di lasciare il Mezzogiorno senza infrastrutture e servizi, tentando di congiungere il Nord all’area ricca dell’Europa e seguendo la teoria leghista, pienamente condivisa dagli altri partiti nazionali, che esistesse un’inesistente “Questione Settentrionale”. Col risultato di produrre un ulteriore abbassamento del tenore di vita dei meridionali, ridotti a consumatori di beni, materiali, servizi prodotti altrove e destinati ad emigrare a milioni per andare a produrli.

Mai, nemmeno tenendo conto che per 45 miliardi annui di trasferimenti da Nord a Sud ben 70,5 miliardi si trasferiscono in direzione contraria e che, come scrive ancora il presidente Fara, «… ogni ulteriore impoverimento del Sud si ripercuote sull’economia del Nord, il quale vendendo di meno al Sud, guadagna di meno, fa arretrare la propria produzione, danneggiando e mandando in crisi così la sua stessa economia».

Una direzione che nel corso degli ultimi dieci anni ha visto aumentare le disuguaglianze sociali ed economiche tra aree geografiche diverse e che lo Stato, tenuto per Costituzione a rimuovere, ha aggravato sostenendo una ripartizione territoriale per i servizi pubblici in base al principio arbitrario della “spesa storica”. Una ripartizione territoriale iniqua che emerge in tutta la sua gravità nell’attuale emergenza sanitaria che trova il Sud del tutto impreparato con una struttura pubblica sanitaria debole e sfiancata da finanziamenti irresponsabili alla sanità privata su tutto il territorio nazionale.

*Socio fondatore del Movimento24agosto per l’equità territoriale

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