Televisioni e giornali nazionali sul Sud: ne parlano poco e ne parlano quasi sempre male

Televisioni e giornali nazionali sul Sud: ne parlano poco e ne parlano quasi sempre male
23 gennaio 2020

Chissà perché i media italiani vedono quasi sempre il lato oscuro del Mezzogiorno. Una riflessione di Michele Eugenio Di Carlo che, citando due docenti universitari che si occupano di comunicazione, mette in evidenza alcuni punti. Per esempio,  il TG1 della RAI, negli ultimi 35 anni, ha dedicato solo il 9% delle notizie al Mezzogiorno. Per non parlare di certi giornali nazionali… 

Qualche giorno fa abbiamo ripreso una riflessione di Gennaro De Crescenzo sulla trasmissione televisiva Non è l’Arena di Massimo Giletti. Oggi riprendiamo un intervento di Michele Eugenio Di Carlo che affronta un tema particolare: il rapporto tra il Sud Italia e i media.

A Giletti, a Cecchi Paone, alla De Girolamo e ai tanti conduttori e opinionisti onnipresenti sulle reti nazionali (Sallusti, Sgarbi, Feltri, Cruciani, Del Debbio, Giordano, Belpietro, Santanché, Mughini, ecc. ecc.) – scrive Michele Eugenio Di Carlo – consiglio di leggere il testo “La parte cattiva dell’Italia. Sud, media e immaginario collettivo”, pubblicato nel 2015 dai veneti Stefano Cristante e Valentina Cremonesini, gli studiosi più idonei per formazione professionale a documentare statisticamente come e quanto il Sud sia stato rappresentato dai media nazionali negli ultimi decenni, in quanto docenti di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università del Salento”.

Cosa dicono i due studiosi? “I dati elaborati dai due docenti – scrivono i due docenti – lasciano sconcertati e increduli, ma anche l’amaro in bocca in chi vive al Sud, crede nel Sud, è emigrato dal Sud: il TG1 della RAI, negli ultimi 35 anni, ha dedicato solo il 9% delle notizie al Mezzogiorno. E quasi sempre per parlare di cronaca, criminalità, malasanità, meteo. Ai due docenti sarà sembrato del tutto inutile e superfluo fornire i dati di quei media di proprietà privata che quasi naturalmente vedono del Mezzogiorno solo il lato oscuro, tuttavia colpisce che il Corriere della Sera e La Repubblica abbiamo dedicato spazi esigui al Sud, passando dai 2000 articoli nel ventennio 1980-2000 ai 500 del decennio 2000-2010, occupandosi quasi solo di metterne in rilievo i mali e ignorandone sistematicamente gli estesi e avanzati processi culturali nel mondo dell’arte, della musica, del cinema, della cultura in generale”.

Insomma: del Sud, nei programmi televisivi e nei giornali nazionali, si parla sempre di meno: e quando se ne parla, lo si fa per mettere in evidenza i lati negativi, trascurando i lati positivi.

“Quella che esce fuori dall’indagine scientifica dei due docenti – scrive Di Carlo – è una convergenza perfetta, e sospetta, tra potere politico, affari e media negli ultimi 30 anni. Non sfugge ai più accorti osservatori, nessuno dei quali onnipresente nei talk show nazionali (perché?), che il Sud comincia ad essere oscurato da stampa e tv soprattutto dagli anni Novanta del secolo scorso, quando, documenti e statistiche alla mano, con la fine della classe politica della prima Repubblica e l’avvento della Lega Nord, il Mezzogiorno viene totalmente escluso da qualsiasi prospettiva di sviluppo economico per scelte prettamente politiche e ideologiche, che relegano l’annosa, e per molti versi fastidiosa, ‘Questione Meridionale’ candidamente in soffitta, ritenendola come un problema secondario nell’ambito dello sviluppo sociale, economico e culturale dell’intero Paese. Le tappe che hanno portato il Sud in questo stato sono illustrate dal giornalista de ‘Il Mattino’ di Napoli, Marco Esposito, nel testo “Separiamoci” alla terza edizione nel 2019″.

Di Carlo scrive cose verissime. Nella Prima Repubblica, non senza contraddizioni, c’era l’interesse della politica per il Sud. Dal 1950 ai primi anni ’80 del secolo passato ha operato la Cassa per il Mezzogiorno poi sostituita, a partire dal 1986, dall’Agenzia per il Mezzogiorno.

I risultati ci sono stati, se è vero che dai primi anni ’50 sino alla fine degli anni ’80 il divario economico tra Nord e Sud Italia si è ridotto.

Con l’avvento della Seconda Repubblica l’intervento ordinario dello Stato, nel Sud, è stato praticamente azzerato, con la scusa che “tanto il Sud ha i fondi europei”. Questo in violazione delle leggi europee, che stabiliscono che i fondi strutturali debbono ‘addizionarsi’ e non possono sostituire l’intervento ordinario dello Stato!

Cosa, questa, che con circa 15 anni di ritardo l’Unione europea ha fatto presente! 

Di Carlo racconta anche una parte dei guasti provocati dalla legge Amato sulle banche (che porta il nome di Giuliano Amato):

“Nel 1990 la legge del piemontese Giuliano Amato trasforma il sistema creditizio italiano, spingendo con incentivi fiscali le banche, enti di diritto pubblico, «a separare la propria attività in due: una fondazione e una banca società per azioni», con il risultato finale che le banche passano ad un sistema di diritto privato che permette le scalate del più forte. Ed ecco che «le fondazioni bancarie erogano fondi e sostengono servizi per il 93% al Centro-Nord e per il 7% al Sud». Aggiungiamoci, come scrive ancora Esposito, la fine dell’intervento straordinario e l’eliminazione della fiscalizzazione degli oneri sociali e il quadro dello ‘smantellamento’ del Mezzogiorno è completo”.

La legge Amato da una parte e la Banca d’Italia dall’altra parte hanno tolto al Sud Italia tutte le grandi banche pubbliche di riferimento, che sono servire a risanare i conti delle banche del Centro Nord Italia che, in alcuni casi, erano in condizioni peggiori delle banche meridionali!

“Ovvio – conclude Di Carlo – chiamare in causa le gravi responsabilità di una classe politica, di destra, di centro, di sinistra, a Nord e a Sud, che non è stata all’altezza della funzione primaria, perché costituzionale, di ridurre il divario Nord-Sud e che, invece, ha la piena responsabilità di averlo fatto crescere a dismisura fino a determinare nuovi e preoccupanti fenomeni di degrado, di abbandono, di emigrazione, di miseria, di illegalità. È su queste tematiche che – a mio parere – i talk show televisivi nazionali dovrebbero porre la propria attenzione, evitando slogan populistici, urla e strepiti”.

Foto tratta da Italia chiama Italia 

 

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