Bufera sulla pasta: la scure dell’Antitrust colpisce De Cecco, Divella, marchio Cocco e la Lidl/ MATTINALE 507

Bufera sulla pasta: la scure dell’Antitrust colpisce De Cecco, Divella, marchio Cocco e la Lidl/ MATTINALE 507
18 gennaio 2020

L’Antitrust ‘bacchetta’ alcuni grandi nomi della pasta industriale italiana e il gruppo tedesco Lidl. Il messaggio, per tutti, è il seguente: i consumatori vanno informati bene sull’origine del grano duro utilizzato per produrre la pasta. Se viene sbandierata l’italianità del prodotto e, contemporaneamente, viene utilizzato grano duro che arriva dall’estero, ebbene, questo va detto con chiarezza nelle etichette! Il commento di GranoSalus

L’Antitrust ‘bacchetta’ alcuni grandi e noti protagonisti della pasta italiana e della Grande distribuzione. Motivazione: informazioni ritenute fuorvianti sull’origine del grano duro utilizzato per produrre uno degli alimenti più diffusi in Italia e nel mondo. Alla fine le battaglie sul grano pagano. Il messaggio è chiarissimo: i consumatori vanno informati correttamente: se la pasta viene prodotta con grano duro estero bisogna scriverlo in modo chiaro!

La notizia la leggiamo su Il Fatto Quotidiano. Il segno dell’interesse che l’argomento ha ormai acquisito nel mondo dell’informazione.

Sono cinque i procedimenti istruttori condotti dall’Antitrust sull’etichettatura e sui siti web delle cinque aziende. Come già accennato, nel mirino sono finiti alcuni noti marchi di pasta industriale e il gruppo Lidl, uno dei simboli della Grande distribuzione organizzata tedesca che sta ‘colonizzando’ l’Italia.

ETICHETTE DA MODIFICARE – “Lidl – leggiamo su Il Fatto Quotidiano – è stata sanzionata con una multa da un milione di euro, mentre Divella, De Cecco, Margherita Distribuzione (ex Auchan, marchio Passioni) e Pastificio Artigiano Cav. Giuseppe Cocco (marchio Cocco) dovranno modificare le etichette e i rispettivi siti ‘così da garantire al consumatore una informazione completa, fin dal primo contatto, sull’origine (talvolta estera) del grano utilizzato nella produzione della pasta’”.

Eh sì, perché anche se la cosa non viene pubblicizzata, come sanno bene i lettori de I Nuovi Vespri, il grano duro per produrre pasta industriale arriva in Italia da mezzo mondo: in primo luogo dal Canada (nell’ultimo anno l’importazione di grano canadese in Italia è aumentato di ben sette volte!), dagli Stati Uniti d’America (il riferimento è alla varietà Desert Durum che si coltiva in California e in Arizona), ma anche da altri Paesi del mondo: Ucraina, Kazakistan, Argentina, Francia, Grecia, Messico).

“La Lidl – leggiamo sempre nell’articolo – è l’unica a non aver presentato impegni nel corso del procedimento. L’authority ha invece accolto e reso obbligatori quelli presi dalle altre quattro società a cui viene detto, nero su bianco, che i doveri di un produttore non si esauriscono nella mera osservanza delle norme contenute nel Regolamento Ue 1169 del 2011 (obbligo di indicazione dell’origine del grano duro in etichetta) ma, nel caso in cui si esalti l’italianità del prodotto sulla confezione… ‘si rende necessario controbilanciare tale enfasi con una più evidente e contestuale indicazione dell’origine del grano’”.

INDICARE BENE L’ORIGINE DEL GRANO – L’origine degli alimenti che i consumatori portano in tavola è importante. Come scrive Il Fatto Quotidiano, “è la variabile di scelta maggiormente considerata dagli italiani al momento dell’acquisto del cibo (è indicata dal 62% dei consumatori italiani, contro il 53% della media UE) e ha un’importanza ben superiore a quella del prezzo”.

L’Antitrust ha esaminato le informazioni le confezioni di pasta di semola di grano duro commercializzate da Lidl Italia S.r.l. con i propri marchi ‘Italiamo’ e ‘Combino’, sottolineando “la mancanza di contestualità tra i riferimenti altamente evocativi l’italianità del prodotto e l’informazione sulla provenienza della materia prima grano”.

Quindi la ‘bacchetta’:

“Le confezioni a marchio ‘Italiamo’ riportano, infatti, con grande evidenza sulla parte frontale indicazioni relative all’italianità del prodotto: le diciture ‘Italiamo’ e ‘Passione Italiana’, l’immagine della bandiera italiana, nonché l’indicazione ‘IGP’ nel caso della Pasta di Gragnano IGP. L’indicazione sulla provenienza del grano (UE e non UE) si trova con caratteri piccoli solo nella parte laterale o posteriore della confezione, in una posizione non immediatamente visibile. Tale indicazione, peraltro, non è visibile sul sito internet. Stesso discorso per le confezioni di pasta a marchio ‘Combino’, con immagini che rimandano a tipici paesaggi italiani, una coccarda o un cuore tricolori, accompagnati dalla dicitura ‘Prodotto in Italia’ e l’indicazione ‘Specialità italiana’. Anche in tal caso, l’indicazione sulla provenienza del grano ha una collocazione marginale. Per queste ragioni, l’Antitrust ritiene che le modalità di presentazione delle confezioni siano “ingannevoli” e possono “ingenerare nei consumatori al primo contatto l’equivoco che l’intera filiera produttiva della pasta, a partire dalla materia prima, sia italiana”, mentre italiana è solo “la localizzazione dei processi di trasformazione e delle competenze produttive”. Lidl dal canto suo “non condivide” l’interpretazione alla base del provvedimento dell’Antitrust e continua a sostenere che “la comunicazione riportata sulle confezioni dei suddetti marchi è perfettamente conforme a quanto stabilito dalla normativa vigente”.

PASTA DE CECCO – ‘Bacchetta’ anche per la pasta De Cecco, che si è impegnata ad apportare modifiche. Anche per questo noto marchio l’Antitrust segnala “richiami all’italianità del prodotto suscettibili di ingenerare nei consumatori l’equivoco che l’intera filiera produttiva della pasta, a partire dalla materia prima, sia italiana, mentre per la relativa produzione viene utilizzato anche grano di origine estera”.

La De Cecco fa notate di aver sempre rispettato le normative nazionali e comunitarie. L’Antitrust replica che questo non basta quando c’è il forte richiamo all’italianità del prodotto.

“De Cecco – questo è un passaggio molto importante sottolineato nell’articolo de Il Fatto Quotidiano – ha così presentato una proposta di impegni, accettati e resi obbligatori dall’Autorità. Sulle nuove confezioni di pasta dovranno essere eliminate, dalla parte frontale, le diciture ‘Metodo De Cecco’, ‘ricetta da oltre 130 anni’ e ‘Made in Italy’, nonché la bandierina italiana tricolore, mentre sarà inserita la dicitura: ‘I migliori grani italiani, californiani e dell’Arizona’”.

PASTA DIVELLA – Le stesse contestazioni l’Antitrust le ha mosse al gruppo pugliese Divella. Nel corso del procedimento Divella ha fatto presente che il grano duro impiegato per la produzione della pasta arriva per il 55-60% dalla Puglia e,in parte, dalla Basilicata. Anche in questo caso i consumatori dovranno avere a disposizione qualche informazione in più: nella confezione, infatti, dovrà essere inserita la dicitura ‘Pasta di semola di grano duro coltivato in Italia e Paesi UE e non UE. Macinato in Italia’. Informazioni più esaustive anche per il sito internet, dove dovrà essere indicata con chiarezza la provenienza del grano duro.

MARCHI COCCO – Una ‘bacchettata’ dell’Antitrust pure per il marchi Cocco: qui si segnala che le confezioni di pasta “sono caratterizzate da vanti relativi ai processi tradizionali di lavorazione e alla provenienza del prodotto da una specifica area del territorio italiano (Abruzzo), mentre la materia prima utilizzata nella produzione della pasta, in termini di volumi, proviene principalmente dall’estero (in via prevalente, dall’Arizona e, in alcune produzioni, dal Canada) e non dall’Italia”.

“La società – leggiamo su Il Fatto Quotidiano – si è impegnata modificare le etichettature di tutte le referenze di pasta in cui è previsto l’impiego di grano duro proveniente dall’estero e l’integrazioni delle informazioni presenti sul sito, mentre è previsto il ritiro dal commercio dei formati di pasta con semola KAMUT®, importato dal Canada”.

“Infine la Margherita Distribuzione spa – leggiamo sempre nell’articolo de Il Fatto Quotidiano – società attiva nel settore della grande distribuzione di prodotti alimentari e non. Auchan, in particolare, promuove e commercializza pasta di semola di grano duro con il marchio ‘Passioni’. Le contestazioni sono sempre quelle. E ora Auchan si impegna a rimuovere dalle confezioni le descrizioni frontali echeggianti l’italianità del prodotto (riferimenti alla Regione, metodi tradizionali utilizzati in tali territori nonché l’immagine dell’Italia). Inoltre, si impegna a fornire ai consumatori un’istantanea percezione del luogo di origine del grano duro, inserendo nella parte frontale dell’etichettatura, l’indicazione relativa alla materia prima: “Paese di coltivazione del grano: UE e non UE”; “Paese di molitura: Italia”.

LA POSIZIONE DI GRANOSALUS – Questo il commento di GranoSalus, l’Associazione di produttori di grano duro del Sud Italia e di consumatori che si batte da anni in difesa del grano duro del Sud Italia:

“L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha concluso cinque procedimenti istruttori riguardanti informazioni fuorvianti circa l’origine del grano duro utilizzato nella produzione di pasta, diffusi attraverso le etichette Divella, De Cecco, Lidl (marchi Italiamo e Combino), Margherita Distribuzione (ex Auchan Spa, marchio Passioni) e Pastificio Artigiano Cav. Giuseppe Cocco. Il provvedimento di pratica commerciale scorretta è stato adottato solo nei confronti della Lidl che non ha presentato impegni nel corso della procedura istruttoria. Gli altri marchi hanno invece rispettato gli impegni stabili dall’Autorità”.

“L’Autorità nel procedimento in questione – prosegue GranoSalus – ha dovuto analizzare, sia pur brevemente, la dirimente questione del grano: non solo l’evoluzione dell’import di grano canadese, ma anche i profili tossicologici a tutela della salute dei consumatori e le presunte esigenze proteiche dell’ industria pastaia. Fino al 2016, oltre la metà delle importazioni di grano proveniva dall’America settentrionale e in particolare dal Canada, il maggior esportatore mondiale di grano duro. Tra il 2017 e il 2018 vi è stata una significativa contrazione delle importazioni dal Canada, che sono crollate nel 2018 ad un quinto del livello del 2016″.

“Tale riduzione – leggiamo sempre nel sito di GranoSalus – appare in parte collegata ad una modifica delle politiche di approvvigionamento di pastai e molitori, seguita alla diffusione di indagini sulla presunta presenza di residui del pesticida glifosato e di micotossine da fusariosi nella pasta di semola di grano duro prodotta con grano proveniente dal Canada, su cui Granosalus ha dovuto difendersi nei Tribunali con tesi vincenti che hanno spalancato un autostrada per il vero made in Italy… Ormai l’effetto GranoSalus è riconosciuto da tutti gli addetti al settore e da oltre 2 milioni di consumatori che ci seguono da diversi anni. Il loro passaparola è stato determinante nel modificare le scelte di acquisto”.

“Per quattro aziende l’AGCM ha accolto e reso obbligatori gli impegni presentati da De Cecco, Divella, Cocco e Margherita Distribuzione. Gli impegni consistono in modifiche delle etichette e dei rispettivi siti così da garantire al consumatore una informazione completa, fin dal primo contatto, sull’origine (talvolta estera) del grano utilizzato nella produzione della pasta. Il nuovo set informativo permetterà così di evitare la possibile confusione tra provenienza della pasta e origine del grano. L’Antitrust – conclude la nota di GranoSalus – ha invece multato Lidl per 1 milione di Euro per aver diffuso, nei punti vendita Lidl e mediante il sito internet, informazioni fuorvianti circa l’origine del grano duro utilizzato nella produzione della pasta di semola di grano duro a marchio del discount (Italiamo e Combino)”.

PESSIMA COME SEMPRE L’UNIONE EUROPEA – Che dire, infine? Che l’Antitrust merita sicuramente un plauso, mentre vanno stigmatizzati leggi e regolamenti di un’Unione europea che continua a fare gli interessi delle imprese a scapito dei consumatori.

Questa storia del “grano UE e non UE” – lo ribadiamo ancora una volta – è una trovata degna dell’avvocato Azzeccagarbugli. Ai consumatori che acquistano un pacco di pasta interessa sapere da dove arriva il grano duro: devono sapere se arriva dal Canada, dall’Arizona, dal Messico e via continuando.

Si tratta di informazioni importanti, perché ci sono Paesi che non dovrebbero coltivare il grano perché il clima non glielo consente. Ma lo coltivano lo stesso per fare business e lo fanno maturare artificialmente a colpi di glifosato!

I consumatori debbono sapere se il grano con il quale viene prodotta la pasta è coltivato nel proprio Paese do origine, o se è arrivato con le navi, magari conservato nelle stive per settimane, subendo trattamenti chimici per evitare la proliferazione di funghi e, quindi, la presenza di micotossine. 

In ogni caso, l’iniziativa dell’Antitrust è lodevole e comincia a fare chiarezza in un settore che di chiarezza ha tanto bisogno.

P.s.

Questa notizia è importante per la Sicilia, dove i tedeschi della Lidl sono presenti con una cinquantina di centri commerciali (otto solo a Palermo). Torna il nostro consiglio ai siciliani: se potete, acquistate pasta artigianale, prodotta con il grano duro locale. CompraSud!   

QUI L’ARTICOLO DE IL FATTO QUOTIDIANO

Foto tratta da Freepik

QUI L’ARTICOLO DI GRANOSALUS 

GranoSalus: i risultati delle analisi sulla pasta Barilla, Voiello, De Cecco, Divella, Garofalo, La Molisana, Coop e Granoro 100% Puglia 

Margherita Tomasello: “Vi racconto il grano siciliano e il rapporto tra Barilla e la nostra Isola” 

E’ la Barilla che torna in Sicilia e non la Sicilia che conquista la fiducia della Barilla!

 

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