Carlo Cottone, principe di Castelnuovo, l’uomo che sognava la Sicilia libera e indipendente

Carlo Cottone, principe di Castelnuovo, l’uomo che sognava la Sicilia libera e indipendente
2 ottobre 2019

In questo frizzante articolo – com’è del resto nel suo stile – Mario Di Mauro tratteggia in modo magistrale la figura di un grande siciliano che ha sempre lottato per il benessere della sua terra. Un racconto dove non può mancare l’ombra lunga degli inglesi, in un tempo in cui, senza gli zolfi siciliani, l’Inghilterra sarebbe rimasta forse una terra di pecorai che vendono la lana ai mercanti delle Fiandre

di Mario Di Mauro
dell’Istituto TerraeLiberAzione

Un gruppo di lavoratrici e di lavoratori licenziati da tre grandi magazzini che facevano parte del terziario storico di Palermo, (Grande Migliore, Max Living e Brico) – con il sostegno dell’USB – ha deciso di mobilitarsi, avviando tavoli di interlocuzione con il Comune di Palermo e la Regione siciliana. Fra le richieste delle lavoratrici e dei lavoratori anche quella di creare un “bacino” dove i centri commerciali che sarebbero stati aperti su Palermo avrebbero dovuto attingere personale. Tante sono state le promesse, ma nulla ha avuto seguito. Come risposta le lavoratrici e i lavoratori hanno occupato delle terre di proprietà della Regione, ma in un clima di forte repressione sono stati costretti ad abbandonare.

Ma…solo la lotta paga, e da questa “occupazione” è sorta l’idea di “darsi” un lavoro, di costituirsi in cooperativa, la Coop. Immagine, portando avanti un progetto dalle molteplici finalità sociali e occupazionali.

La Coop. Immagine ha chiesto e ottenuto in concessione dei terreni all’interno della prestigiosa Villa Castelnuovo di Palermo, dove il principe Calo Cottone istituì nell’800 il primo Istituto Agrario sociale per i figli dei contadini della Piana dei Colli.

Lo scopo della Coop Immagine è far rivivere un luogo di una importanza storica enorme e riportarlo alla pubblica fruizione, anche fornendo un servizio importante ai cittadini, sviluppando agricoltura biologica a km zero, Pet Therapy, apicoltura, produzione latte di asina, fattoria didattica.

Sabato 5 ottobre – col sostegno di diverse realtà, tra cui l’USB e il movimento TerraeLiberAzione – la Coop. Immagine festeggerà il 200° anniversario di Villa Castelnuovo, un luogo speciale e sconosciuto della Storia siciliana. Come Istituto TerraeLiberAzione vi contribuiamo anche con questo breve saggio sulla figura di Carlo Cottone principe di Castelnuovo, Padre Generoso della Patria Siciliana.

Nella Sicilia del Settecento, l’Isola del “Feudo senza Feudatario” e dei “gabellotti-manager” – già pienamente e modernamente capitalistica e da secoli inserita nel “mercato mondiale”- le previsioni generali sull’annata cerealicola venivano effettuate e centralizzate regolarmente dalla “Giunta dei Tre Ministri”, che autorizzava de facto il Vicere Portulano ad aprire (o chiudere) le tratte di commercio internazionale nell’equilibrio col fabbisogno interno (riserva prudenziale). Non senza “intoppi”, determinati dall’azione lobbysta e dal contrabbando…E’ il Capitalismo, bellezza!. Altro che “Sicilia arretrata e immobile”!. Balle spaziali della storiografia risorgimentata!

La coscienza sociale di Carlo Cottone, fin da giovane, fu strutturata dal lavoro del padre: vicario rigoroso e visitatore generale dei “regi caricatori” per il commercio marittimo, e “animatore di progetti di riforma finalizzati alla realizzazione di un più efficace controllo da parte del governo sui cruciali pubblici depositi di grano contro gli arbitrii e le speculazioni baronali” (F. Brancato, 1978). In Realtà, il mondo speculativo era assai più articolato e del tutto non riducibile al solo “baronato”.

Il giovane Carlo – al quale non mancavano i libri né la conoscenza della Realtà siciliana che assorbiva a casa sua – simpatizzava per l’attività riformatrice del viceré Caracciolo e per il mito della “Rivoluzione francese”. Non ci volle molto a sviluppare avversione verso la demenziale politica autoritaria e accentratrice del governo napolitano.

La dialettica Sicilia-Napoli ha segnato, fin dalla secolare Guerra del Vespro, i destini delle “Due Sicilie”, accomunandoli infine, nel 1860, in una suicida Catastrofe storica.

Torniamo al nostro Carlo Cottone. Nel 1802 succede al padre nel diritto a far parte del braccio baronale del Parlamento “convocato nel marzo di quell’anno (quando la famiglia reale era sul punto di ritornare nella sede di Napoli), per votare, fra l’altro, un donativo annuale di onze 150.000 per il mantenimento a Palermo della corte di un principe reale”. La sua “uscita” dal primo esilio dorato in Sicilia venne gestita dal re Ferdinando & “circo napulitano” come peggio non si poteva!. Ma, come si vedrà, al peggio non v’è mai fine!

L’effimera “Pace di Amiens” – ufficialmente “definitiva”! – venne sottoscritta il 25 marzo 1802 (4 germinale dell’anno X del calendario rivoluzionario francese) tra Parigi e Londra, che riconosceva così la Repubblica francese. Comincia un nuovo Grande Gioco europeo: non ancora concluso.

La breve “Pace definitiva” permette una certa serenità anche nella libera circolazione delle persone (che se lo potevano permettere).

Il nostro Carlo si mette in “viaggio di scoperta” attraversando l’Italia, la Francia e l’Inghilterra, con grande curiosità sociale per la realtà industriale e per gli istituti filantropici (scrisse un “Giornale di Viaggio”).

Nel 1806 – a “Pace definitiva” conclusa – la “corte borbonica”, col suo indecente circo di parassiti, priva di consenso sociale a Napoli (e cosa sennò?), fu costretta a rintanarsi di nuovo nella protettiva e tollerante (ma anche ingenua) Sicilia, che avrebbe poi “ricambiato” privandola di ogni Autonomia e perfino bombardandola vigliaccamente nel 1848.

Carlo Cottone è ormai un autorevole intellettuale cinquantenne che ha maturato una chiara scelta indipendentista che lo porterà ad animare la corrente progressista del partito costituzionale siciliano: il “partito dei cronici”, dal nome del loro giornale: “La Cronica”.

Nelle convulsioni geopolitiche dell’ “epoca napoleonica” – così breve, ma così intensa: anni che valevano decenni!- l’Isola contesa era sotto la “protezione inglese” e la flotta di S.M. britannica ne controllava legalmente i porti e i Tre Mari. Prendere appunti! (Trattati del marzo 1808 e del maggio 1809).

Nella “lotteria” della geopolitica euro-mediterranea, al tempo del “blocco continentale” e delle “guerre napoleoniche”, la Sicilia finisce nella sfera di influenza inglese: ma non fu né una “colonia”, né tantomeno “occupata militarmente”, comunque assai meno dell’italietta continentale e di vasti territori europei: da una parte e dall’altra. *

Lo storiografo e nostro Maestro Natale Turco (1922 -1987), negli incontri di studio del 1985 che rafforzarono la fondazione del movimento indipendentista “TerraeLiberAzione”, ci spiegò con chiarezza che la “Costituzione Siciliana” ha radici secolari che nessuna altra nazione del Pianeta può vantare, e trovò “moderna sistemazione” già con Federico Rex dei Siciliani e Stupor Mundi: “venne poi sovraccaricata, nei secoli che seguirono, dai Capitoli del Regno, aggiunti dai tanti sovrani siciliani, ma alla vigilia del 1812 era ancora la veneranda fonte primaria del diritto pubblico siciliano, anche se la certezza del diritto medesimo e l’esigente evoluzione degli istituti e della Società richiedevano ormai ai giureconsulti tutte le fatiche Sisifo per districarsi fra le sue tante norme in contrasto coi Tempi. La sua riforma appariva perciò necessaria e urgente a quel “partito costituzionale” che le era stato sempre a guardia, ma era esecrata dal despota napoletano, per il semplice fatto che gli era molto più comodo pescare le sue “interpretazioni costituzionali” nella farragine di quel vero e proprio labirinto medievale”.

Prendere appunti: da Forza Mentale profonda, nella “lunga durata”, la Realtà siciliana ha prodotto regolarmente un suo “partito costituzionale” indipendentista.

Per capire l’Isola Contesa all’alba dell’Ottocento sarebbe utile ripartire dal giornale “La Cronica di Sicilia”, pubblicato a Palermo, intorno al quale prese forma “un partito di opinione dalla salda intelaiatura ideologica” (M. Gangi, “La nazione siciliana”). Era – anche nella forma – un modernissimo “Partito della Costituzione”: la Costituzione liberale e parlamentare fondata sull’indipendenza nazionale dei Siciliani.

La sua dialettica interna era animata da due “tendenze” principali: la corrente whigs, progressista, incarnata nei “castelnovisti”; e una corrente tory, conservatrice, identificata nel Belmonte: i “belmontisti”. Era il “partito dei cronici” (dal nome del loro influente giornale). Abbiamo riflettuto anche sull’attualità della loro “forma-partito”: il “partito-ambiente”, coi suoi pregi e i suoi difetti.

All’alba dell’Ottocento tutto accade sullo sfondo delle “guerre napoleoniche” che sconvolgevano l’Europa e il Mondo: una “collisione storica” che sovra-determina il quadro mediterraneo nel cui “cuore” si situa invariante la “Questione Siciliana” (e le sue lotte politiche e sociali).

Il conflitto siciliano con la Corona napolitana ebbe il suo fondamentale campo di battaglia sul piano economico e finanziario.

Nella battaglia parlamentare e nella “guerra costituzionale” trovano verifica dialettica i rapporti di forza politico-sociali sovradeterminati dal quadro geopolitico e incarnati da Forze sociali organizzate e da personalità più o meno influenti.

Carlo Cottone di Castelnuovo fu un protagonista assoluto di quella fase in cui si scrisse una pagina cruciale della Storia moderna della Sicilia nel Libro del “passato che non passa”. Prendere appunti.

La Questione Siciliana, come irrisolto problema dell’autodeterminazione del popolo siciliano, era e resta più che mai – al 90% – di “questione geopolitica”.

La Sicilia della prima metà dell’Ottocento è la “miniera del mondo”. L’industria moderna non si “accende” senza i suoi zolfi. Essi armano l’industria e – combinati col salnitro: siciliano! – anche le cannoniere. Se nel Mondo dell’Ottocento la Sicilia è la Miniera, l’Inghilterra è l’Officina. Senza gli zolfi siciliani l’Inghilterra sarebbe rimasta forse una terra di pecorai che vendono la lana ai mercanti delle Fiandre e l’accumulazione originaria realizzata dai pirati di Sua Maestà che predavano galeoni spagnoli sarebbe stata dilapidata nelle bettole di Londra e Bristol.

Nel 1832 v’erano già 190 miniere in piena produzione. Nel 1838 se ne contano 415. Le cifre dei registri di esportazione, verso la Francia e l’Inghilterra, sono impressionanti: nel 1838 vengono imbarcati 87 milioni di kili di solfo, metà finiscono in Inghilterra.

Migliaia di carusi, “comprati” dai picconieri presso le famiglie contadine (“soccorso morto”), discendevano agli inferi per risalire carichi di pietre… La carusanza è stata oggetto di accorate denunce filantropiche, ma non fu esclusiva siciliana: essa è tipica dello sviluppo capitalistico e la Sicilia di ieri è il Pakistan di oggi…

E in Inghilterra? Peggio che a Floristella! I carusi dello Yorkshire divennero tema delle denunce sociali non solo dei Cartisti (Cobbett) ma anche di patrioti conservatori (Oastler) che vedevano nello sfruttamento del lavoro minorile una offesa alla “natura degli inglesi”: “è anti-inglese inveire contro la schiavitù in paesi lontani e incoraggiarne una ancora più abominevole e vile nel proprio paese”. Ne riferisce Marx nel “Das Kapital”.

L’Isola Contesa era cruciale – da millenni – per il suo “sea power”: i suoi Tre Mari valevano  e valgono – il controllo di un mondo! La Modernità coloniale ne “scoprì” anche il valore strategico del Sottosuolo. Il resto lo fece l’apertura del Canale di Suez.

E la Terra?. A metà Settecento circa un terzo della superficie agricola e forestale dell’Isola era nel controllo della Chiesa: una quota consistente vi era determinata dai donativi ai figli che “prendevano i voti”. La sola Compagnia di Gesù disponeva di 45.000 ettari; quasi quanto la potente Mensa arcivescovile di Monreale: 27.590 salme, di cui circa metà coltivabili.

Va rilevato che i “monasteri-industria” furono centri propulsivi dell’economia siciliana, non privi di una efficiente dimensione sociale e assistenziale. Cosiccome è da sottolineare il ruolo delle Maestranze operaie e operose (dotate di personalità giuridica!) che nelle figure elettive dei loro Consoli erano del tutto inserite nelle classi dirigenti, specie nelle città demaniali. (…). La società siciliana è tutto fuorché “immobile e chiusa”!.

Certo va rilevato che gli “usi civici” – che assicuravano cibo e legna per cucinare…a intere popolazioni – erano da decenni oggetto di sistematica usurpazione da parte del baronaggio, che infeuda o ingabella i “terreni comuni”. Le usurpazioni vengono anche legalizzate, nel 1752, da Carlo di Borbone.

Ben presto anche il fittavolo diventa bracciante jurnataru, braccia proletarie su un mercato del lavoro pienamente capitalistico.

Baroni e mercanti, disinteressandosi della miseria contadina, stanno sul mercato mondiale dei grani come moderni capitalisti: fanno e disfano le leggi, aprono, chiudono e “aggirano” le “tratte” in funzione dei propri profitti. Cosa c’è di più moderno e antifeudale di questo?. Un bravo contadino sottoposto a un Signore del secolo XII viveva in modo più dignitoso del moderno contadino asservito alle regole “invisibili” del mercato globale. Vediamole queste regole, come si presentavano nella Sicilia del Settecento. Il commercio dei grani parla la lingua biforcuta delle “tratte”.

Le “tratte”, cioè le licenze di esportazione, venivano concesse dal Vicere, regolarmente, due volte all’anno: in aprile e a dicembre. Per quella invernale il Vicere faceva accertare, in via preventiva, che tutte le “università”, cioè i distretti dell’Isola, avessero frumento a sufficienza e che nei “caricatori” regii ne fosse stata ammassata una “riserva prudenziale di 50.000 salme”. La “tratta” primaverile veniva concessa solo dopo che dai Tre Valli, le storiche regioni amministrative della Sicilia, fossero pervenute buone notizie sull’andamento dei prossimi raccolti (desunte dall’apparenza dei seminati in marzo). Se le previsioni erano buone, il fondo di riserva veniva ridotto da 50 a 30.000 salme.

Il Vicere si rimetteva in realtà al parere di una “Giunta dei Tre Ministri”. La procedura è molto precisa: acquisito il parere, il Vicere autorizzava il Portulano, il potente sovrintendente generale, a provvedere all’esecuzione. Il fisco drenava 15 tarì per ogni salma di grano esportata e rappresentava uno dei cespiti principali dello Stato.

Questa tassa e il meccanismo della “tratta” venivano aggirati, spesso e volentieri, attraverso l’esportazione clandestina, resa possibile da una rete di depositi e attracchi disseminati lungo la costa. Evasione fiscale e falsi in bilancio: altro che feudalesimo!

Ma non è finita: il “cartello granista” dei proprietari e dei mercanti riusciva a manovrare l’apertura e la chiusura delle “tratte”. Ciò accadeva soprattutto dopo un raccolto abbondante per far crollare il prezzo interno e acquistare grosse partite presso i “caricatori” del Regno, dove avveniva l’ammasso monopolistico del grano prodotto dai contadini, che veniva rivenduto subito dopo, a “tratta” che s’apriva per incanto. Prendendo in esame poi il numero delle “tratte” concesse si arriva alla conclusione che l’esportazione dei grani siciliani è continuata regolarmente anche durante i periodi di carestia: basta dare un’occhiata all’annata 1762-63. I “caricatori” del Regno – ormai vuoti – acquistarono grano dai paesi levantini e da Marsiglia, di pessima qualità e a prezzi proibitivi.

Abbondanza e scarsità diventano armi dell’unica lingua che la Modernità riconosce: quella del cosiddetto “libero commercio”. Carlo Cottone scopre questa realtà fin da ragazzo, ne fa oggetto di studio e riflessione critica che traduce infine in chiare scelte politiche e di vita.

Intanto, nel Parlamento siciliano convocato nel febbraio 1810, il Medici, ministro delle Finanze, aveva proposto l’ennesimo donativo “straordinario” alla Corte napolitana: ben 360.000 onze all’anno. Il “partito costituzionale” vi si oppose, con intelligenza, nelle modalità, e il Castelnuovo pretese l’obbligo di rendere pubblico il Rendiconto sull’utilizzo dell’ingente somma. La Corte napolitana divorava in sollazzi anche intere casse di sterline & favori concessi da Londra: prendere appunti lunghi fino al 1860.

E veniamo alla clamorosa “Protesta” presentata alla Deputazione del Regno contro i tre editti governativi del 14 febbraio 1811, che vide Carlo Cottone di Castelnuovo alla guida della “barricata istituzionale”: fu magnifico!

I tre Editti del Re erano degni del delirio di un drogato.

Venivano dichiarati della Corona i beni della Chiesa…(quasi sempre ben amministrati, anche socialmente, includevano le cospicue ”donazioni” delle famiglie siciliane ai figli che “prendevano i voti”) … e i beni dei Comuni, facendo carne di porco di quel che rimaneva degli “usi civici”, per secoli vitale fonte di sopravvivenza delle famiglie del popolo siciliano, si pensi al diritto di far legna nei boschi, per cucinare e riscaldarsi, per non dire altro).

Venivano messi in vendita, perfino con una “lotteria”! Il Re napulitano era un “populista”!

Imponeva un “dazio-pizzo” dell’1% sul valore di tutti i pagamenti di qualunque specie che si sarebbero fatti per pubblica o per privata scrittura.

La “Protesta” del movimento costituzionale indipendentista prese forma di “dichiarazione di guerra”. La Reazione del “ri-rifugiato” Re napolitano – il 20 luglio 1811 – prende forma di colpo di Stato: rompendo ogni equilibrio politico, fa confinare nell’isola di Favignana i capi del “partito dei cronici”. Sopravvalutò i suoi poteri …reali, sottovalutò la forza dei “cronici”, la lucidità del Castelnuovo e perfino il lavorìo del Belmonte nell’ “intricato e spregiudicato gioco diplomatico che si svolgeva nei saloni della reggia palermitana e tra i viali della Favorita, il parco di caccia di Ferdinando IV” (M. Gangi).

La reazione dei “Cronici”, mobilitando il proprio prestigio e la propria relazione speciale con i liberali inglesi (che risaliva al 1806), fu paziente e brillante.

I capi del partito costituzionale vennero arrestati e deportati nelle isole minori dell’Arcipelago siciliano: il Castelnuovo fu arrestato il 20 luglio 1811 e deportato a Favignana. Venne liberato sei mesi dopo, il 20 gennaio 1812, in seguito a una mobilitazione civile sostenuta da lord Bentinck, che, ministro plenipotenziario dell’Inghilterra in Sicilia e comandante di tutte le forze britanniche nel Mediterraneo, era giunto nell’isola il 23 luglio: occhio alle date.

Nell’Isola Contesa vennero indette libere elezioni per l’Assemblea Costituente di uno Stato Siciliano liberale e parlamentare…che fosse anche un esempio da contrapporre alla “libertè” esportata coi fucili dai napoleonidi.

Il Bentinck si propone come Grande Mediatore nella Realtà siciliana (una esperienza micidiale che gli tornerà utile quando, promosso e trasferito da S.M. britannica, diventerà vicere dell’immensa India).

“Venne concertato che il re Ferdinando, adducendo motivi di salute (peraltro veri, era epilettico ndr), nominasse suo vicario il figlio Francesco, il quale, nella ricomposizione del governo, chiamò a farne parte anche il Castelnuovo quale ministro delle Finanze, che avanzò la proposta, condivisa peraltro dal Belmonte e dal Bentinck, di presentare al Parlamento un progetto di costituzione già pronto: ciò per evitare tergiversazioni e lungaggini” (F. Brancato).

Su input del Castelnuovo si riapre la partita della nuova Costituzione.

E’ un anno cruciale della storia siciliana: il 1812, l’anno della Costituzione che sancisce la separazione dei poteri legislativo ed esecutivo e la responsabilità dei ministri di fronte ai tre bracci del Parlamento. Tra i primi atti del nuovo Parlamento ricordiamo la soppressione del latifondo di diritto feudale e il passaggio al regime allodiale che pone – in qualche modo – le terre sul mercato: liberando risorse finanziarie, portando a scadenza i debiti baronali, mettendo in moto il meccanismo di formazione di una moderna borghesia agraria. Non senza resistenze e raggiri, ma la Storia stava facendo il suo corso.

In realtà, sull’abolizione formale dei “privilegi feudali” – peraltro ormai marci e parassitari, nonché sostanzialmente erosi dall’interno – il blocco aristocratico in disfacimento diede l’ultimo colpo di coda…aggregando a sé anche la corrente del partito costituzionale che faceva capo al Belmonte: i beni feudali vennero mutati in beni allodiali, ma lo zombi del vecchio “baronaggio”, ormai, trascinava i piedi.

Il Castelnuovo, principe illuminato, aveva proposto l’abolizione dell’istituto del fidecommesso, e da autentico rivoluzionario liberale auspicava una democratizzazione della Terra che desse vita un più vasto e dinamico ceto di agricoltori, liberi da ogni vincolo feudale, “che fosse anche incentivo alle industrie e al commercio”.

Ormai in pieno disaccordo anche con il Belmonte, il “movimentista” Carlo Cottone  -che, va detto, era contrario ai “partiti rigidi”!- consolida l’alleanza tra la sua corrente “centrista” con l’ala radicale del partito costituzionale.

Nelle prime elezioni politiche, primavera del 1813, “il Castelnuovo non riuscì a rafforzare la sua posizione con un cospicuo numero di deputati a lui favorevoli nella Camera dei Comuni”. La sua coerenza combinata alla debolezza numerica del suo gruppo si traduce in isolamento…Carlo Cottone entra in rotta di collisione quasi con tutti…e non trova sponde né presso il Vicario della Corona, né a Londra… il 28 luglio 1813 fu costretto a lasciare la sua carica ministeriale e a ritirarsi nell’ombra, mantenendo una influenza autorevole e sviluppando una riflessione pessimistica che – nell’ambito dell’ambiente costituzionalista – lo portò a ripiegare su posizioni “conservatrici”, specie dopo la morte del suo amico-nemico Belmonte, avvenuta a Parigi nell’ottobre 1814, di cui, in un certo senso, occupa lo “spazio politico”. Carlo Cottone sa che ha perso, ma non è un vinto. Ha perso la battaglia politica della sua vita, ma non la fiducia nelle Generazioni siciliane che verranno.

Tornerà in campo nei mesi finali della tragicommedia siciliana di inizio Ottocento, quando anche la Costituzione 1812 venne minata dai Napolitani. Tornò in campo solo per vanniare apertamente e “scandalosamente” quel Re infame guardandolo negli occhi. Era l’unico Siciliano a poterselo permettere: e lo fece a nome di un Popolo millenario. Gli basterebbe solo questo per meritarsi un posto d’onore nel Pantheon dei Siciliani Veri!

Nel 1815 il pendolo geopolitico internazionale oscilla di nuovo. I patti geopolitici del “Congresso di Vienna” determinano anche il ritorno di re Ferdinando a Napoli – dopo l’esilio dorato in Sicilia – e finiscono per seppellire definitivamente il Regno di Sicilia.

Dopo la disfatta in Russia e la sconfitta di Waterloo, la fine di Napoleone determina una diversa combinazione di forze che impattano bruscamente sulla bilancia delle potenze d’Europa. La vittoria del blocco antinapoleonico (Inghilterra-Russia-Prussia-Austria) riporta i Borbone sul trono di Napoli sotto la protezione diretta del Metternich, permette al reazionario Castlereagh di invertire il “corso liberale” della politica inglese. L’amico dei Siciliani, lord Bentinck, secondo diversi storici, ne fu una vittima illustre: lo ritroviamo, “promosso e trasferito”, nel 1828 governatore generale dell’India…ma va ricordato anche per un suo commosso e polemico “Discorso Siciliano” al parlamento di Londra.

Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia diventa Ferdinando I delle Due Sicilie. A parte la denominazione del nuovo Regno, l’Isola perde ogni residuale autonomia, per non parlare di indipendenza, che è tutt’altra cosa. La ritroverà, la sua indipendenza, come un lampo precario, nel 1848: l’ultimo “colpo di coda” di una storia millenaria. Ma questa è già un’altra storia, anzi: è la stessa Storia.

All’alba dell’Ottocento, la GeoPolitica europea e mondiale aveva divorato, ancora una volta, le storiche aspirazioni indipendentiste del popolo siciliano. Non sarebbe stata l’ultima volta.

Carlo Cottone principe di Castelnuovo, si ritira “ufficialmente a vita privata”. Ma, sebbene non fosse certo un “barricadero” né un “populista” (tutt’altro!), non inganni il fatto che non partecipò in prima linea alla generosa, ma suicida e avventuristica Rivoluzione del 1820, malgrado fosse stato tra i primi invitati a far parte della Giunta provvisoria: in Realtà, la sostenne nell’ombra, ma aveva compreso il Contesto geopolitico e scelto la via ri-evoluzionaria in modalità “socialiste filantropiche”, anche fondando un Istituto di formazione per lo sviluppo produttivo e sociale del Paesaggio agrario siciliano.

Nella Rivoluzione indipendentista del 1848 ci sarebbe stato certamente, come mente finissima alla cui scuola si era formato Ruggero Settimo.

Carlo Cottone di Castelnuovo si spense a Palermo il 29 dicembre dell’anno 1829. Lo ricordiamo come un Padre Generoso e Lungimirante della Patria Siciliana. Dal “rivoluzionario conservatore” Carlo Cottone principe di Castelnuovo abbiamo solo da imparare.

Foto tratta da Flickr

 

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