Il tradimento di Beppe Grillo e del Movimento 5 Stelle è cominciato con la finta battaglia contro l’euro

Il tradimento di Beppe Grillo e del Movimento 5 Stelle è cominciato con la finta battaglia contro l’euro
10 settembre 2019

Ricordiamoci che il Movimento 5 Stelle ha raccolto le firme per uscire dall’euro bloccando, poi, il referendum. Grillo (o chi per lui) è stato abile a fagocitare il dissenso sull’euro, sui vaccini, sulla TAV, sul MUOS di Niscemi, impedendo di fatto la formazione di un’alternativa al sistema liberista. Dopo di che – e siamo arrivati ad oggi – ha portato il Movimento tra le braccia del liberisti!

di Lillo Massimiliano Musso
(testo tratta da In nome del popolo sovrano)

Molti mi chiedono cosa c’è da fare per uscire da questo tunnel di una politica senza parola che promette una cosa, incassa il nostro voto, ma poi fa l’opposto. Cominciamo da qui…

Care amiche e cari amici, molti di voi mi chiedete – quando ci incontriamo, ci sentiamo per telefono, nelle chat – cosa c’è da fare davanti a questa situazione di oggettiva incapacità del popolo di essere quello che è, ovvero sovrano, quindi di determinare le scelte non solo dei volti, non solo, quindi di eleggere, ma di determinare le scelte fondamentali che devono guidare la nostra nazione, per uscire dalla crisi e per migliorare le condizioni umane. Cosa c’è da fare?

Nessuno ha una soluzione a portata di mano, possibilmente oggi vedo in un certo modo una prospettiva, domani mi cambiano completamente le premesse e vengo sopraffatto dalla desolazione. Ci incoraggiamo e poi di nuovo ripiombiamo nello scoraggiamento. È dura, c’è praticamente una guerra aperta e non si capisce come interrompere la guerra, come uscirsene, come fare fronte e conseguire la vittoria.

È difficile. Come si risponde a questa domanda?

Fermi i valori di partenza, che in politica devono essere immutabili, se immutabili sono i valori, mutabili, invece, mutabilissime devono essere le strategie.

È quello che cerca di dire il MoVimento 5 Stelle, spiegando che i suoi valori sono sempre gli stessi ma che è stata imposta da eventi imprevedibili una nuova strategia, perché nessuno si sarebbe potuto aspettare che Salvini facesse cadere il governo.

Ed è vero che strada facendo si possa cambiare la strategia; in auto non puoi prevedere esattamente il percorso che farai per raggiungere una data destinazione, perché se trovi la strada chiusa, una deviazione, un incidente è chiaro che cambia il percorso, la strada subisce una deviazione, l’importante però è che – seppur il percorso sia deviato – la destinazione finale rimanga la stessa rispetto a quella di partenza.

Il divieto di mandato imperativo, difatti, non esclude l’esigenza di un persistente legame tra elettore ed eletto, attraverso i contenuti che dalla propaganda della campagna elettorale si trasfondono nel dibattito parlamentare, sino a divenire attività di legislazione ed azione di governo. Si chiama “principio democratico”, come ci ricorda oggi più di tutti Giuseppe Palma, che è l’unica dimensione in cui si attua la sovranità popolare, che si realizza non con l’isolato evento elettorale ma fintanto che persista la rappresentanza di quella volontà popolare espressa con il voto, che persiste sin tanto che gli eletti non mutino le proprie posizioni su cui hanno avuto il voto, finché non vi sia una dicotomia, un divorzio dice Palma, tra la volontà dei governati, del popolo, e le scelte dei governanti, degli eletti/nominati.

Il problema, oggi, non è nella strategia, poiché nel M5S non vi è stato un cambio di direzione, ma la destinazione indicata nelle campagne elettorali è diversa radicalmente, diametralmente opposta a quella iniziale di mettere in discussione l’Euro e i Trattati europei.

Per capire la direzione, allora, dobbiamo tornare indietro nel tempo e ritrovarci al bivio tra Costituzione italiana o (inteso come aut aut e non come vel vel) Trattati europei, tra moneta sovrana o (aut aut) Euro, socialismo democratico o (aut aut) egemonia neoliberista.

Il tradimento di Grillo, rispetto al condivisibile sogno di Casaleggio, origina quanto meno sei anni fa. Nella riferita consapevolezza che sarebbe servito un ampio appoggio popolare, Grillo propose nel 2013 un referendum per uscire dalla gabbia dell’Euro, raccogliendo le firme, mettendosi la maglietta fuori dall’euro, mentre in quel momento sul punto era molto forte la sensibilità in tutta Italia per l’”Italexit“, c’era vivace fermento per “Uscire dall’Euro“, declinato in diecimila sigle e siglette, da destra a sinistra, persino tra i moderati.

Partì l’iniziativa di Grillo, capace di catalizzare tutto e tutti.

All’epoca, persino l’attuale leghista Alberto Bagnai e il sempre libero Diego Fusaro erano coccolati da Grillo.

Così i vari gruppi si sparpagliarono, poiché la base degli attivisti raccolta da Grillo veniva meno ai gruppi più piccoli. In pratica, Grillo (o chi per lui) fagocitava il dissenso sul tema “Euro”, così come sul tema “Vax”, così come sul tema “Tav”, così come sul tema “Muos” (eccetera, eccetera, eccetera…), impedendo di fatto la formazione di compagini d’azione politica realmente alternative al sistema e coerenti nel perseguimento degli obiettivi politici.

Non possiamo essere certi della consapevolezza di Grillo, ma i fatti sono stati questi.

Le basi sociali, infatti, non sono infinite. La quantità delle persone pronte a spendersi per un progetto politico è molto limitata. Quindi, quando raccogli una base sociale di almeno centomila persone in Italia, di fatto la stai sottraendo ad altre compagini. Non ci vuole un sociologo per spiegare come su sessanta milioni di cittadini poche siano le persone che decidono di dare un contributo attivo per una politica diversa e per una società migliore.

Sono esattamente come quelle persone che si arruolano volontariamente per difendere la Patria, una minoranza, quindi la base del MoVimento 5 Stelle è stata costituita da volontari che senza il movimento non sarebbero state ferme e si sarebbero inserite in altri processi democratici.

Per l’effetto, il tradimento del Movimento 5 Stelle origina nel momento in cui ha cominciato a raccogliere le firme per uscire dall’Euro senza che, raccolte le firme, si svolgesse il referendum. La chiacchiera contribuì alla crescita esponenziale del MoVimento che nel 2013 è entrato per la prima volta in Parlamento, addirittura come primo partito alla Camera.

Da quel momento, eletta per la prima volta una foltissima truppa di 5S in Parlamento, il MoVimento ha cominciato a smontare l’argomento Euro al punto da arrivare a ridosso delle politiche del 2018 con l’impegno solenne di Luigi Di Maio, davanti alle telecamere di Bruno Vespa, di rinunciarvi espressamente ed inequivocabilmente, addirittura dichiarando di essere “disposto a farmi un tatuaggio per dire che l’Italia non vuole uscire dall’Euro“.

Ecco. Noi amici dobbiamo riprendere il filo esattamente dove si è reciso nel 2013 quando Grillo ha consegnato l’Italia all’Europa, rendendo l’Italia più povera in questi ultimi 6 anni. Si riprende il discorso esattamente da dove era stato consapevolmente arenato da Grillo.

Si ricomincia dalla raccolta delle firme per promuovere un referendum, non solo per mettere in discussione le politiche di austerity, che evidentemente non ci basta, ma proprio per recedere dai Trattati e per istituire una moneta di proprietà popolare emessa dallo Stato, come avviene in Cina, Russia, Giappone, ma anche Canada, India, Brasile, eccetera. Qualcuno mi corregga, amorevolmente, ma se così stanno le cose dobbiamo stare attenti.

Non possiamo condurre il nostro popolo nella miseria. Proprio per non buttare il popolo nella miseria, dobbiamo uscire dall’Euro.

Dati economici alla mano, l’Italia è la nazione che ha la più alta probabilità di farcela da sola, anzi è molto più probabile che l’Italia ritorni ad essere una potenza economica mondiale. Anche perché il mutamento della moneta da privata a pubblica non comporterebbe alcun reale rischio per i risparmi degli italiani, che sarebbero al riparo, poiché garantiti dallo Stato, così come il valore del patrimonio edilizio popolare non subirebbe alcun contraccolpo negativo.

Con l’emissione della moneta pubblica stampata dallo Stato si darebbe liquidità ai grandi cantieri per le grandi infrastrutture, con la messa in sicurezza di tutto il territorio nazionale, la costruzione di nuove scuole, strade, ospedali, che molti territori, soprattutto delle regioni del Sud, non vedono da almeno cinquant’anni.

Si darebbero a pioggia a imprese e famiglie diverse centinaia di miliardi di euro per i primi anni, in modo da dare a tutti la capacità economica di soddisfare i bisogni necessari, attraverso cui passano concretamente i diritti fondamentali, per rilanciare non i consumi fini a se stessi bensì per affermare l’idea di una realizzazione integrale della persona umana. Finalmente.

Non può più interessarci quanto costi la benzina se non ragioniamo dapprima sulla reale capacità di spesa, perché se io pago la benzina a €2 al litro, ma sono miliardario, non mi cambia nulla l’aumento o la diminuzione di qualche centesimo.

Il mio problema è se pago la benzina €2 al litro ma ho una capacità reddituale bassa.

Dobbiamo, quindi, orientarci verso una dimensione totalmente nuova, dove non si tratta di combattere per un centesimo di un centesimo, bensì per i diritti fondamentali di libertà, alimentazione, accesso all’acqua e all’energia, salute, sicurezza, istruzione, lavoro, mobilità fisica e sociale.

Non ci basta più l’allentamento della morsa del 3%, non ci basta più questo schema che ci rende comunque schiavi di quella gabbia.

Dobbiamo uscire dall’egemonia del neoliberismo che preserva un sistema economico parassitario ed accentratore di ricchezze, come sosteniamo in molti da almeno vent’anni e tra noi anche noti premi Nobel per l’economia.

La finanza ha prevalso poi sull’economia ma dapprima sulla politica. Il primato, infatti, non è della politica, niente affatto, poiché il primato è egemonicamente dei mercati, pur se, per resistere alla legittime spinte “sovraniste”, gli europeisti soventemente amano richiamare il valore del primato della politica nel solco della Costituzione, con la scusa di volere contrastare pericolosi “populismi”.

Il problema, al contrario, è che non vi è alcun primato della politica (magari!), posto che comandano i mercati, travestiti con il mantello della bandiera dell’Unione Europea con lo spread, con i diktat, con le procedure d’infrazione, con il 3% di rapporto tra debito pubblico e PIL.

In una finta contrapposizione tra un centrodestra sovranaro, sostanzialmente inoffensivo ed incapace di esprimere una vera e chiara visione di società se non limitata a pochi argomenti di speculazione elettorale (migranti, su tutti) e un centrosinistra fieramente europeista, il dibattito pseudodemocratico è stato per qualche tempo animato da un MoVimento 5 Stelle che sembrava che stesse per scardinare definitivamente il bipolarismo perfetto tra la destra dei valori e la sinistra dei costumi, la destra delle partite Iva e la sinistra degli operai, tutte sussunte, destra e sinistra, a contrapporsi con banali tesi e illogiche antitesi per rendersi sintesi confusa di quello che è il sistema, che può persino essere messo in discussione (Salvini ha questo compito), purché non muti (Giorgetti ne è il garante).

È stato, dunque, naturale per noi, persone che professiamo addirittura il superamento del primato della politica per affermare il primato della persona e della inviolabile coscienza umana, illuderci in un cambio di destinazione con il Governo giallo-verde, connotatosi dapprima come miscela politica esplosiva in grado di unire, attraverso le istanze dal basso, due formazioni in sé europeiste e di sistema, ma che insieme – nella lotta interna alla maggioranza – davano vita ad un “Governo pericoloso” per la tenuta degli equilibri e dei nervi degli euroinomani. Dal canto suo, l’avvocato del popolo ha compiuto un’inversione ad U, passando dai suoi primi discorsi incentrati sulla “sovranità del popolo” alle sviolinate dell’Inno alla Gioia. Da Conte a cameriere, per dirla tutta.

Per questo le mere questioni tecniche della politica e dell’economia, pur fondamentali, non ci possono bastare.

Dobbiamo parlare di modello di società, di dimensione della persona, di rapporti umani tra chi produce e chi acquista, tra chi inquina e chi muore di malattia, di dimensione caritatevole, di solidarietà, di rispetto della natura e degli animali.

Ha vinto il neoliberismo, con le sue convenienti offerte stracciate, e noi dobbiamo uscire da questa gabbia che in Italia si chiama Euro. Dobbiamo reagire. Dobbiamo riaffermare il primato della Costituzione italiana, quindi della sovranità popolare.

L’Euro è una gabbia e moneta non lo è mai stata, poiché è stato uno strumento programmato di politica economica, adottato dalle élite (organizzate in multinazionali anarchiche e apolidi) per distruggere le sovranità popolari e il concetto stesso di Nazione.

Non mi stancherò mai di dirlo e lo dico ancora: l’Euro viene creato dal nulla da soggetti privati che ne beneficiano privatamente e che viene prestato indebitando le Nazioni.

A Napoli, il Sindaco Luigi De Magistris ha nominato un pool di esperti, tra cui il giurista Paolo Maddalena, per valutare la legittimità del debito pubblico del Comune di Napoli. Sul piano amministrativo, da sindaco di una grande città europea e mondiale, ha costituito una Consulta per mettere in discussione la legittimità del debito pubblico che grava – non sulle nostre tasche, attenzione, perché dobbiamo uscire fuori dal concetto di quantità monetaria ed abbracciare il concetto reale, concreto e scottante della pelle di noi cittadini – sulla pelle dei cittadini.

L’ideologia neoliberista è crudele e disumana. Per essa merce e persona sono la stessa cosa. È un’ideologia perversa, fondata su una bugia instillata nella coscienza dei popoli per tenerli in gabbia.

Noi dobbiamo uscire fuori dal paradigma neoliberista per cui un’opera si fa se conviene privatamente a qualcuno, cioè a sua maestà il “mercato”. Serve al Mercato il TAV e allora si fa, se invece serve ai cittadini un reparto d’ospedale, no, non si fa, non ci sono risorse, anzi si chiude quello che c’è.

Dobbiamo ribellarci e la non violenta ribellione la dobbiamo tradurre in proposta politica, in progetto di società.

Abbiamo la fortuna di non dovere inventare nulla, ma di riprendere in mano la Costituzione italiana, che fa sintesi di tre fondamentali ideologie, che disinnesca gli eccessi e gli estremismi.

Dobbiamo uscire le palle e iniziare a parlare seriamente e senza indugio di socialismo democratico, riconoscendo il valore dei principi liberali, sapendo che la nostra Costituzione è la sintesi del cattolicesimo sociale, del socialismo progressista e della cultura liberale, di certo non confondibile con il neoliberismo, sua degenerazione assurda come lo è stato il comunismo per il socialismo.

Da troppe generazioni ci hanno fatto perdere di vista che la matrice politica alternativa al neoliberismo, che deriva dall’applicazione dei principi liberali su larga scala in funzione del capitale, è il socialismo, nei suoi contenuti utopistici e nella sua concreta vocazione di libertà tendente all’anarchia partecipativa, collaborativa, in spirito di fratellanza universale. Concetti, questi, pericolosi e inediti per i più.

Tra l’utopia socialista e la distopia neoliberista dobbiamo scegliere. Dobbiamo capire che adesso è il momento di perseguire l’altro modello, non solo alternativo, ma storicamente affermato, pur se in varie degenerazioni, per purificarlo dagli eccessi e dagli egoismi e rendere la politica un’attività di respiro universale. Non si può nemmeno più discutere se un diritto fondamentale della persona spetti o meno ad ogni singola persona del pianeta e che la ricchezza di una Nazione non possa derivare dalla sottrazione di ricchezze ad altri popoli.

La ricchezza va prodotta per addizione e moltiplicazione, mai per sottrazione. In ciò, il modello statale italiano è orientato dalla Costituzione verso un modello economico non solo giusto nei confini nazionali, ma onesto anche nei rapporti con gli altri Stati.

Nella consapevolezza che gli egoismi di altri popoli e nazioni possano limitare il soddisfacimento dei nostri bisogni, comprendiamo l’importanza della Nazione, perché attraverso l’ordinamento giuridico nazionale il popolo ha la forza di difendersi dalle multinazionali.

Servono, quindi, Stati forti e multinazionali soggette a regole concretamente applicabili.

Servono Stati forti non per bombardare, ma per difendersi, per impedire, che nei confini nazionali possano attuarsi violazioni dei diritti umani ad opera di persone nascoste dietro a marchi commerciali.

È il momento di uscire fuori le palle e di iniziare a raccogliere le firme per il referendum che condurrà l’Italia fuori dalla gabbia, fuori dall’Euro.

Foto tratta da Huffington Post

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