La storia di Padre Giovanni Messina: il prete di Palermo che salvava i bambini abbandonati

La storia di Padre Giovanni Messina: il prete di Palermo che salvava i bambini abbandonati
24 agosto 2019

Tutti a Palermo conoscono l’ofanotrofio di Padre Messina al Foro Italico. La sua storia – una storia eccezionale – è arrivata fino a noi. Oggi ripercorriamo la vita di un palermitano della Kalsa che ha dedicato la propria vita ai bambini abbandonati. Una vita di sacrifici e di amore. Che si è scontrata, spesso, con l’indifferenza – e forse con la malevolenza – dei suoi stessi concittadini e delle istituzioni. Perché, secondo noi, è un santo che ha fatto anche dei miracoli

di Maddalena Albanese

Il 24 Maggio 1949, giorno della Festa della Madonna delle Grazie, moriva a Palermo Padre Giovanni Messina, “l’abusivo di Dio”, “il pazzo di Dio”, diciamo pure: l’uomo di Dio. Una folla numerosa, riconoscente e affettuosa parteciperà ai suoi funerali, svolti in forma solenne ed alla sua tumulazione nelle Catacombe dei Cappuccini.

Il processo canonico per il riconoscimento delle virtù eroiche si concluderà nel 1991, e gli atti della vita del Servo di Dio Giovanni Messina verranno depositati presso la Congregazione delle Cause dei Santi (foto di Padre Giovanni Messina tratta da palermoviva.it)

Oggi proviamo a raccontare la storia di un uomo eccezionale, di un grande sacerdote. Padre Giovanni Messina nacque a Palermo, nel rione della Kalsa, il 31 marzo del 1871, in un famiglia numerosa – aveva altri 16 tra fratelli e sorelle – da papà Salvatore, contabile, e da mamma Rosalia Lo Nigro, Terziaria francescana, che lo fece crescere, sin da piccolo, nell’amore per Dio e per il Prossimo.

La sua fanciullezza trascorse sotto l’egida della spiritualità dei Padri Filippini; infatti frequentava l’oratorio dell’Olivella , intitolato a San Filippo Neri, dove ha maturato anche la sua vocazione sacerdotale. Venne ordinato Sacerdote presso la Chiesa di San Gregorio al Capo il 21 marzo del 1896: l’Ordine Sacerdotale per lui rimarrà la più grande Grazia e Dignità a cui Dio lo abbia chiamato.

Dopo pochi giorni dalla sua ordinazione, il Cardinale Michelangelo Celesia, Arcivescovo di Palermo, avendo intuito la sua stoffa di uomo pio, ma anche di pratico lavoratore instancabile e di apostolo di frontiera, lo inviò in un quartiere che aveva fame di cibo e di fede: il Rione di Sant’Erasmo, dicendogli:

“Tu sacerdote novello e religioso filippino sei impaziente di dedicarti al lavoro delle anime e godi di buona salute. Ecco il campo che ti affido: andrai ad evangelizzare una zona di povera gente che il prete lo vede molto di rado. Lì troverai alcune chiesette piccole ed abbandonate da riattivare al culto” (cfr. Padre Giovanni Messina. Epistolario. Con profilo biografico e spirituale, a cura di A. Belano, ed.. Rubettino 2003).

A quel tempo Sant’Erasmo era un rione di pescatori, di maestri di ascia e di calafati, che vivevano in grandi ristrettezze economiche, in piccole case, diciamo pure “poco accoglienti”, in vicoli bui e malsani. Avevano tre piccole chiese nel quartiere, ma nessuna agibile. È il quartiere che egli chiamerà “L’Africa di Palermo” e dove lavorerà come se fosse in missione in terra straniera.

All’inizio del suo sacerdozio, il primo giorno in cui si recava alla Parrocchia che gli era stata assegnata, incontra nei pressi del Giardino Inglese la Duchessa Di Montalbo, Anna Mulè, già nota benefattrice, ed in poche parole riesce a tirarla dalla sua parte, ottenendo un assegno mensile di quindici lire. Era un assegno intanto sufficiente perla celebrazione della Santa Messa quotidiana per quindici giorni. Come diceva lui, “al resto avrebbe pensato la Provvidenza”. E così fu.

Riesce a trovare un altro assegno mensile di dieci lire con la celebrazione della Santa Messa quotidiana presso la Parrocchia di San Carlo alla Fiera. In tal modo, lavorando di giorno a svuotare e pulire la piccola chiesa, studiando di notte per preparare le letture e i sermoni e pregando in ogni momento della sua giornata, riesce a riaprire al culto la Chiesa di Sant’Erasmo. E’  il 4 giugno del 1896: una riapertura “con immenso concorso di popolo”, come scrive egli stesso nel suo diario (ibidem).

La sua pietà, la sua laboriosità, la sua capacità di sacrificio fanno il resto: fioccano le elemosine e le donazioni, gli uomini e le donne ricominciano ad affollare la chiesa per le Sante Messe, per il catechismo degli adulti, per operare personalmente al bene della Parrocchia. Egli riteneva, infatti, che educando gli adulti , anche le famiglie si sarebbero arricchite spiritualmente.

Sotto la sua guida le liti finiscono, gli odi si spengono e nella borgata di Sant’Erasmo gli animi si riappacificano. Per citare ancora le sue parole “il giorno della domenica del precetto nella quaresima del 1897 ritornò la colomba portando il ramoscello di ulivo e la pace risuonò”.

Ma la sua attenzione non è solo alla ricchezza spirituale: egli pensa a sfamare ed a soccorrere in ogni modo anche il corpo dei suoi parrocchiani, ed il suo pensiero più insistente è per i bambini. A Palermo, a quel tempo, soprattutto nei quartieri poveri, il problema dell’infanzia abbandonata era serio. Egli comincia a raccogliere i bambini che vagano tutto il giorno per strada e comincia con il dar loro un tetto, dei giochi, delle occupazioni e del cibo durante il giorno. Sua madre, sua sorella Nunzia e delle donne volontarie, terziarie francescane lo aiutano. Ma i soldi e gli spazi sono pochi e la sera li deve far tornare dalle loro famiglie o nei posti dove hanno trovato un tetto.

Senza preoccuparsi più di tanto, fiducioso “che la Provvidenza farà il resto” – spes contra spem – come scriveva San Paolo, continua a girare tutto il giorno con il proprio carrettino trainato da un asinello per chiedere un obolo: un pane, della frutta, della stoffa per gli abiti ed i grembiulini per “i suoi bambini”. Lo farà per tutta la vita, e quando sarà troppo vecchio e malato per camminare continuerà a farlo seduto sull’asinello e si scuserà dicendo “ecco un asino che porta un altro asino”.

I palermitani si abituarono ben presto a lui ed al suo carrettino con l’asinello, lo stimavano e lo aiutavano tutti. Per tutti , affettuosamente, era “il pazzo di Dio”.

A proposito della sua questua ci sono tanti aneddoti che si potrebbero ricordare, come ad esempio quello del negoziante di stoffa, o della frutta dei suoi bambini o, famosissimo, quello dell’orologio.

Una mattina Padre Messina entrò in un negozio di stoffe e chiese al proprietario della stoffa per fare degli abiti, ma il proprietario mugugnando, prima lo ignorò, alla seconda richiesta gli rispose malamente di no, alla terza gli mollò un ceffone, ovviamente nella riprovazione generale degli astanti.

Padre Messina non si scompose, anzi lo difese davanti a tutti. Quando gli animi si furono calmati voltandosi verso il negoziante disse:

“Il ceffone era per me, ma la stoffa per i bambini ora me la dai?”.

Come ci possiamo immaginare (o forse non riusciamo ad immaginarlo?) uscì dal negozio con la stoffa che gli serviva.

Ogni giorno cercava di dare della frutta ai “suoi” bambini: intanto perché era dolce, ed ai bambini i dolci piacciono; poi perché era salutare, ma anche perché mangiare la frutta per quei bambini era una rarità. A quel tempo mangiare la frutta era un privilegio.

(Dovremmo riflettere molto su questo fatto noi, che oggi tutto abbiamo e tutto disprezziamo, comunque …).

La frutta che la polizia municipale o la polizia doganale (o chi per loro a quel tempo) sequestrava ai fruttivendoli abusivi veniva portata a Padre Messina per i suoi bambini. Gli abusivi, che lo sapevano, andavano da Padre Messina e lo imploravano di avere un qualche aiuto, perché anche loro tenevano famiglia e bambini (scalzi malnutriti malati ect. etc. e chi più ne ha più ne metta). Ed allora Padre Messina dava loro quello che poteva in denaro e non li faceva mai andare via a mani vuote. Ma non mancava mai di educare i suoi bambini dicendo loro “figli miei, figli miei , voi vi levate il sapore con le lacrime dei poveri”.

Un altro aneddoto riguarda l’orologio della facciata della Casa dei bambini. Quando la facciata della Casa di accoglienza venne completata, non avendo, Padre Messina, i soldi per apprestare un orologio vero con tanto di rintocchi squillanti ad ogni ora della giornata, semplicemente ve lo dipinse sopra. Quindi, come diremmo noi, segnava l’ora giusta solo due volte al giorno.

Tutti quelli che passavano lo notavano e gli chiedevano perché non gliene mettesse uno vero; al che, immutabilmente, Padre Messina rispondeva:

“Quando avrò i soldi…”.

Immutabilmente, il passante di turno metteva mano alla tasca e gli lasciava un obolo. Un giorno passò un imprenditore benestante che gli fece la solita domanda a cui il Reverendo Padre diede la solita risposta, ma a quel punto l’imprenditore lo incalzò chiedendogli quanto potesse costare un orologio ed avendo sentito che un orologio di quel tipo costava cinquemila lire, prese i soldi necessari dalla tasca e li diede a Padre Messina senza pensarci due volte. E così, anche in questo modo, in questo modo, Padre Messina faceva fruttare ogni aspetto della sua povertà per soccorrere la povertà dei suoi piccoli.

Lentamente, negli anni, lavorando e pregando, come diceva lui “chi non lavora non entra in Paradiso”, era riuscito a trovare un alloggio per i “suoi” bambini. Era solo un magazzino abbandonato di una Casina di Delizie, di una famiglia aristocratica di Palermo, di un edificio che tutti chiamano “L’Astrachello”.

Nei primi decenni del XIX secolo Alessandro Filangeri, Principe di Cutò, il nonno di Alessandro, il Principe Rosso, aveva fatto costruire in riva al mare, sul piano di Sant’Erasmo, una piccola (!!!) casa stile impero, da cui si godeva un panorama mozzafiato sulla costa palermitana, per andarvi a passare le calde giornate estive con familiari ed amici. L’edificio era chiamato affettuosamente “Astrachello” perché era stato costruito sulle pietre lisce e squadrate che fungevano da frangiflutti del porticciolo di Sant’Erasmo e che venivano chiamate “astraco” (cioè terrazzo, come piccole terrazze affacciate sul golfetto).

La casa ospitò per anni gente ricca e facoltosa o uomini di cultura, come Giovanni Pacini che lì scrisse la sua opera “Maria di Inghilterra”, ma poi, con i tempo e con i debiti degli eredi del Principe, la casa non venne più utilizzata. Alla fine del XIX Padre Messina prese in affitto dalla famiglia dei Principi di Cutò (Alessandro Tasca Filangeri , il Principe socialista, fu suo contemporaneo) il magazzino e vi fondò il primo nucleo della prima Casa Lavoro e Preghiera per gli orfani abbandonati.

Siamo tra il 1896 e l’8 settembre del 1901, data dell’inaugurazione della Casa vera e propria. Lì comincio ad ospitare i bambini, ma nel tempo il magazzino divenne troppo piccolo, perché la famiglia si andava allargando; egli trattava con vera carità i bambini e quindi questi accorrevano a lui, scappando anche dagli altri orfanotrofi, come le api sul miele. Per farla breve, prese in affitto anche il resto dell’edificio, ma anche questo non fu sufficiente, ed allora cominciò ad ampliare i locali costruendo un piano sopra l’altro, oggi diremmo in maniera disinvolta. Divenne così anche “l’abusivo di Dio”.

Il piccolo Astrachello divenne nel tempo un grande edificio. Lo stesso Padre Messina, con il grembiule a protezione della tonaca, vi lavorava ogni giorno, impastando calce ed impilando mattoni, aiutato anche da volontari. Ma cos’altro avrebbe potuto fare? Di lì a poco i bambini orfani accolti sarebbero aumentati in maniera vertiginosa, perché si verificheranno i due terribili terremoti della Calabria (1905) e di Messina (1908), che oltre che migliaia di vittime lasceranno migliaia di bambini senza genitori, famiglia, casa. E, da Padre Messina, a Palermo, se non c’erano altri punti di riferimento, la porta era sempre aperta.

Nel tempo diventerà un orfanotrofio accogliente con tante stanze dormitorio e altrettante stanze-lavoro ed un refettorio. All’interno vi rimarrà inglobata la chiesetta del piano di Sant’Erasmo.

Nel refettorio sedeva a mangiare con i suoi bambini e con le terziarie francescane o le suore che lo coadiuvavano. E proprio in una di queste occasioni, nel 1943, durante un bombardamento una bomba cadde nel refettorio, attraversandone il tetto e finendo al piano di sotto. Rimase inesplosa e tutti rimasero incolumi. Anche in questo caso il suo “lasciar fare alla Provvidenza” risultò molto utile.

Negli anni insegnò molto di tutto ai suoi bambini: ne fece operai, sarte e…musicisti. Infatti era conosciuta in dentro e fuori i confini cittadini la banda musicale dei suoi piccoli ospiti, diretta dallo stesso padre Messina, che veniva chiamata anche per spettacoli pubblici.

Ma di Provvidenza e di Carità cristiana (o anche solo di solidarietà umana) non si intendevano molto coloro con cui Padre Messina ebbe a che fare. Durante la su attività trovò ostacoli anche da parte dei suoi superiori, si dice per il suo fare modesto, iperattivo, a volte caotico. Invece di aiuti gli venivano mandati controlli (anche se probabilmente solo a fin di bene). E se spine gli regalavano “i suoi”, cosa si doveva aspettare dalla “intelligentia” (!) della buona borghesia palermitana? Chiodi! Ecco cosa si doveva aspettare! E questi non tardarono ad arrivare.

Intorno al 1913, sul litorale palermitano, vicino a Sant’Erasmo, il Capitano Bonomolo ed il cavaliere Adelfio volevano far sorgere uno spazio per il “Ricovero per la gente di mare”, al fine di educare i ragazzi alla vita marinaresca, ma fu loro negato il permesso. A quel punto il giornale satirico “Piff!Paff!” dalle sue colonne lanciò un j’accuse contro Padre Messina e le sue “costruzioni abissine” (ma non eravamo forse nell’Africa di Palermo?).

Ringalluzzito dalla sponda offertagli dal giornale satirico, un certo Maurus sul Giornale di Sicilia (alias William Galt alias Luigi Natoli) sferrò un affondo sul caro Padre Messina “denunziando che costui si infischiava di ogni legge, regolamento, intimazione, protesta e che fabbricava di suo arbitrio, intollerante ad ogni vincolo o freno”(cfr. Rosario La Duca-La città Passeggiata del 07agosto 1998).

Facendo ormai fronte comune anche l’Architetto Professore Ernesto Basile ed il Pittore Rocco Lentini presero la mira e “spararono contro la Croce Rossa”, denunziando entrambi il deturpamento della bellezza del paesaggio dovuta a quella costruzione sul molo di sant’Erasmo. Almeno Ernesto Basile ebbe l’eleganza di sottolineare gli scopi caritatevoli dell’Opera di Padre Messina.

Ma questi, all’ennesimo attacco, dopo avere preso per sé gli schiaffi decise di difendere i suoi bambini e dalle colonne dello stesso Piff!Paff! scrisse che se avesse avuto i soldi avrebbe fatto costruire la casa all’Egregio Architetto Professore Ernesto Basile facendola venir su come un’opera d’arte; che Maurus pensasse ai suoi Beati Paoli, lasciando i beati paoli del prossimo belli tranquilli (ibidem).

Beh, certo per loro che avevano un casa calda ed accogliente, dei cibi caldi e nutrienti e che si congratulavano l’uno con l’altro di essere “i signori dell’Universo” l’unico problema era l’estetica, ma per quei poveri bambini privi di cibo, affetto, calore e destinati ad una sicura vita di delinquenza se non fosse stato per l’aiuto di Padre Messina, l’estetica della costa di San’Erasmo sarebbe stato certo l’ultimo dei problemi.

Questo ci ricorda una storia dei giorni nostri, sempre a Palermo: gli attacchi lanciati da una giornalista, tramite un altro giornale satirico, non cartaceo, nei confronti di poveri derelitti, senza tetto, che avevano occupato due edifici del Comune, facendovi anche dei piccoli lavori per rendere gli interni più abitabili. Alla fine della campagna, in pieno inverno, i derelitti sono stati sparpagliati in vari centri di accoglienza, gli edifici sono stati sgomberati, e le loro entrate murate.

Come anche è accaduto agli abusivi di una nota Opera Pia su cui campeggia l’immagine misericordiosa ed accogliente del Sacro Cuore. Anche lì, non tanto misericordiosamente, la gente è stata sfollata e le entrate murate. O come è accaduto al campo Rom della Favorita, dove gli ospiti avevano cercato di rendere più abitabili i camper che gli erano stati assegnati con piccole costruzioni in muratura. Quando, però, è arrivata l’ordinanza di sgombero, sono stati portati nei soliti centri accoglienza e tutti i loro sacrifici sono stati rasi al suolo. Il tutto per lasciare un’area deserta o renderla esteticamente più accettabile, o anche solo per lasciare degli edifici inabitati, tristi ed inutili.

Torna sempre la solita frase evangelica:

“Non l’uomo esiste per il sabato, ma il sabato per l’uomo”.

Eppure il nostro è un Comune che si vanta della propria capacità di accoglienza, in cui si sente strombazzare all’urbe e all’orbo che tutti gli immigrati saranno bene accolti e, addirittura gli sarà data la cittadinanza (!).

Comunque torniamo al Nostro. Come Dio volle passarono i primi decenni del Novecento, Padre Messina pazientemente continuava a girare per la città con l’asinello per la questua, educava i bambini alla Casa, si recava dai Cardinali Arcivescovi avvicendatisi negli anni per ottenere il riconoscimento della Congregazione delle Suore che lo coadiuvavano, studiava la notte: non si fermava mai.

Con la pazienza e la fatica ottenne le prime elemosine per riattare la piccola chiesa che gli era stata affidata. Con pazienza e lavoro costruì la Casa di Lavoro e di Preghiera: con pazienza e lavoro ottenne gli aiuti necessari per mandarla avanti: con pazienza e lavoro, ma solo dopo la morte ottenne che l’Eminentissimo Cardinale Arcivescovo di Palermo Ernesto Ruffini erigesse in Congregazione religiosa, nel 1953, le Orsoline Congregate del Sacro Cuore di Gesù, le suore con cui tanto lavoro e preghiera aveva condiviso (cfr. sito “Santi e Beati”). Questa congregazione si fonderà poi con le Piccole Suore missionarie della Carità di don Luigi Orione nel 1967.

Come egli stesso diceva, il miglior mezzo di diventare Santi è aspettare con pazienza o, ancora, il miglior divertimento è la fatica. Chi non lavora non va in Paradiso (cfr.scritti di Padre G. Messina sul sito Don Orione).

Siamo negli anni Quaranta del secolo passato, la Seconda Guerra Mondiale è finita da poco, nemmeno le bombe hanno potuto incrinare l’Opera di Padre Giovanni Messina, ma l’opera dei suoi amabili concittadini la mina dalle basi. Nel 1949 arriva dagli Organi preposti l’ingiunzione allo sgombero della Casa Lavoro e Preghiera, che probabilmente – così sembrava – avrebbe dovuto essere abbattuta.

Questa volta lo schiaffo in pieno viso, per il quale Padre Messina aveva sempre la guancia cristianamente disponibile, rischiava di lasciare i suoi bambini senza casa. Il colpo, per il sacerdote, è durissimo.

Il 24 Maggio del 1949 padre Messina muore di crepacuore. Le sue spoglie portate in trionfo, più che accompagnate con cordoglio, ai suoi funerali, saranno tumulate, come già ricordato, nelle Catacombe dei Cappuccini.

La Casa, però, non è verrà mai toccata e l’opera di assistenza continuerà.
Ma a noi piace pensare che nella vita dei Santi nulla accade a caso: egli ha sicuramente offerto in maniera libera e generosa a Dio la propria vita in cambio della salvezza della Casa. E la Grazia richiesta gli è stata concessa il 24 maggio del 1949, giorno della Madonna della Grazie. Ma questa è solo una nostra affettuosa riflessione.

È certo invece che Padre Giovanni Messina è stato un palermitano che ha lasciato la sua città un po’ meglio di come l’aveva trovata e noi suoi concittadini dovremmo ricordarlo di più e più concretamente, continuando a sostenere le opere che Egli ha lasciato.

Oggi le autorità, dopo anni di abbandono, si stanno finalmente prendendo cura del porticciolo di Sant’Erasmo, per il quale è prevista una riqualificazione che lo renderà fruibile agli adulti per le passeggiate e ai bambini per i loro giochi. Questo a Padre Messina sarebbe piaciuto molto.

Foto di prima pagina tratta da Manifesta 12 

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