La sicilianità in vigna e i legami con la grande tradizione di un’Isola incline alla riflessione e alla sapienza

La sicilianità in vigna e i legami con la grande tradizione di un’Isola incline alla riflessione e alla sapienza
12 agosto 2019

Una manifestazione organizzata da ‘Le Sette Aje’ – azienda agricola immersa nella Valle del Belìce – dà all’autore di questo articolo la possibilità di ‘viaggiare’ nel tempo, alla ricerca delle radici della cultura siciliana. Ne viene fuori una descrizione dei vitigni che hanno fatto la storia della Sicilia, l’archeologia e, in generale, la grande cultura della nostra Isola: una cultura legata alla religione rivelata e alla fede popolare 

di Ciro Lomonte

Nella navata centrale del Duomo di Monreale, incuneato al di sopra di due archi ogivali del fianco meridionale, c’è un bellissimo pannello musivo del XII secolo, che descrive la scena narrata nell’Antico Testamento (Genesi 9, 20-23) ambientata sul Monte Ararat.

Ora Noè, coltivatore della terra, cominciò a piantare una vigna. Avendo bevuto il vino, si ubriacò e giacque scoperto all’interno della sua tenda.
Cam, padre di Cànaan, vide il padre scoperto e raccontò la cosa ai due fratelli che stavano fuori. Allora Sem e Iafet presero il mantello, se lo misero tutti e due sulle spalle e, camminando a ritroso, coprirono il padre scoperto; avendo rivolto la faccia indietro, non videro il padre scoperto.

È l’inizio simbolico della grande avventura reale dei vini nel Mediterraneo, che ci avrebbe portato dagli albori dell’umanità fino alle prelibatezze prodotte da Le Sette Aje nella Valle del Belìce. Noè dovette sorseggiare un vino molto forte, che lo colse alla sprovvista e lo stordì. Anticamente non a caso il nettare dell’uva si allungava con l’acqua, come si comprende dal servizio da enologo di quel tal Eupolemo da Morgantina.

Nove dei sedici oggetti custoditi oggi nel Museo di Aidone sembrano destinati al simposio: due grandi coppe (mastoi) con i piedi a forma di maschere teatrali dove si mescolava il vino con l’acqua e aromi vari; la brocchetta (olpe) e l’attingitoio (kyathos) per servirlo; le quattro coppe, di cui tre con il medaglione sul fondo e una con decorazione a reticolo, e la tazza a due anse, per berlo.

Infine c’è il pezzo forse più bello e perfetto, il medaglione con la raffigurazione di Scilla, appartenente forse ad un piatto o ad una coppa. La presenza di Scilla, il mostro marino descritto da Omero nell’Odissea, nel fondo di una coppa per bere, è stata interpretata quasi come un avvertimento minaccioso sui rischi cui si va incontro bevendo tanto vino; la ninfa, terribile nelle sue estremità trasformate in teste di cani feroci e nei serpenti che avvolgono il suo busto che però rimane di una donna bellissima, è rappresentata mentre scaglia un macigno contro il bevitore.

Delle iscrizioni greche incise sui pezzi, tutte di grande interesse, alcune fanno riferimento a un personaggio che poteva essere stato l’ultimo proprietario del tesoro, un certo Eupolemo che ha apposto il suo nome sull’arula e sulla pisside con figura femminile che tiene in braccio un bambino. Benché il nome sia documentato altrove, un Eupolemo è noto anche a Morgantina come un cittadino che nella seconda metà del III secolo a.C. è attestato nelle vicinanze della casa dove fu trovato il tesoro. Sembra probabile, per motivi stilistici e iconografici, che i diversi pezzi del tesoro di Morgantina siano stati prodotti da artigiani siracusani nel periodo ieroniano, nella seconda metà del III secolo a.C., un insieme di oggetti che informano su atti privati di individui come Eupolemo ma anche sulle botteghe specializzate di una grande metropoli come Siracusa.

La vitivinicoltura rappresenta il settore produttivo trainante per l’economia della zona di Santa Margherita di Belìce. Nel corso dei secoli la vite ed il vino sono stati una presenza costante in questo territorio, dai baroni Corbera ai principi Filangieri di Cutò, dai principi Tomasi di Lampedusa ai principi Starrabba di Giardinelli. Si è trattato nella maggior parte dei casi di veri principi, signori di territori popolati da contadini e maestranze operosi, capaci del mecenatismo proprio degli animi più nobili e ben coltivati. Da questo punto di vista, il grande Giuseppe Tomasi di Lampedusa non rende giustizia alle doti degli aristocratici siciliani.

Il panorama varietale, costituito sino a pochi decenni or sono da pochi vitigni (Catarratto, Trebbiano, Inzolia, Grillo, Nerello mascalese, Sangiovese) ha subito un radicale rinnovamento grazie alla valorizzazione di alcune varietà autoctone (Grecanico, Nero d’Avola) e l’introduzione di alcuni vitigni internazionali (Chardonnay, Merlot, Cabernet, Sauvignon, Syrah). Un notevole contributo allo sviluppo è stato infine il riconoscimento delle diverse Denominazioni di origine controllata (Doc) della zona: Contessa Entellina, Sambuca di Sicilia, Santa Margherita di Belìce, Salaparuta e Menfi.

La biodiversità è molto ricca in Sicilia, ma quella della vite non è significativa quanto quella dei grani antichi e degli olivi. Il settore si è molto sviluppato negli ultimi decenni, grazie anche alla presenza di operatori provenienti da altre aree. Soprattutto sono state importate dal nord competenze relative al processo di vinificazione. In passato si è data preferenza ai vini da taglio. Poi è stato “scoperto” il Nero d’Avola. Sono state valorizzate le varietà autoctone come il Catarratto, il Grillo, l’Inzolia.

Un’altra produzione locale di gran pregio è il Passito. Proprio Le Sette Aje sono protagoniste della creazione di un nuovo passito, straordinario, a partire da uve Grillo.

A proposito dell’uva Insolia, Ansonica o Inzolia, è giusto citare in questi luoghi un passo del libro sul Principe Corbera di Salina. Nella circoscritta ombra dei sugheri il Principe e l’organista si riposarono: bevevano il vino tiepido dalle borracce di legno, accompagnavano un pollo arrosto venuto fuori dal carniere di don Fabrizio con i soavissimi “muffoletti” cosparsi di farina cruda che don Ciccio aveva portato con sé; degustavano la dolce “insòlia” quell’uva tanto brutta da vedere quanto buona da mangiare; saziarono con larghe fette di pane la fame dei bracchi che stavano di fronte a loro impassibili come uscieri concentrati nella riscossione dei propri crediti. Sulla produzione dell’Insolia si trovano appassionanti testimonianze anche a Palazzo d’Aumale, a Terrasini.

Negli ultimi anni i vini siciliani hanno vinto diversi premi nelle manifestazioni di settore. È stata favorita con arte una moda del made in Sicily (fattu ‘n Sicilia). Per crescere nella stessa direzione occorre recuperare sempre di più le tecniche di lavorazione che vengono dalla sapienza antica. La Sicilia deve far leva soprattutto sulla qualità, per esempio, la coltivazione ad alberello delle viti, inadatta alla raccolta meccanizzata dei grappoli come la coltivazione a spalliera. In questo Leonardo Cannata è un modello di ascolto della natura e saggezza. Sa usare ad arte, quando serve, anche la soluzione a spalliera.

Bisogna fare molta attenzione all’inaridimento dei terreni. Occorre favorire il rimboschimento, su terreni pubblici e privati. L’humus deve tornare ad essere ubertoso per via dei processi naturali. L’uso di fertilizzanti chimici impoverisce sempre di più il suolo. Non a caso ne Le Sette Aje si presta una cura tutta speciale al trattamento con le micorrize (in parte ancora un enigma per gli studiosi), quel tipo di associazione simbiotica tra un fungo e le radici della pianta superiore.

La ricerca chimica di per sé apporta notevoli aiuti al progresso. L’industria chimica invece, per ragioni di guadagno senza scrupoli, a volte impone prodotti la cui bontà andrebbe prima verificata. C’è inoltre un male oscuro della nostra epoca che è il volere imporre alla natura idee avulse dalla realtà, perdendosi nei meandri oscuri dell’alchimia esoterica.

Prendiamo il caso eclatante del famoso romanzo di Johann Wolfgang von Goethe, Le affinità elettive (1809). La trama dell’opera manifesta una profonda incomprensione della persona umana e la giustificazione di legami e tradimenti sulla base di attrazioni alchemiche preconcette. La chimica sostituirebbe la volontà e le passioni?

È grave che si manipoli la natura umana sulla base di fraintendimenti antropologici fraudolenti. È grave pure che si vogliano piegare i prodotti della natura al mero profitto oppure alle sperimentazioni più luciferine. C’è chi cerca morbosamente di produrre chimere, soprattutto in tempi di enormi progressi delle biotecnologie. Sono gli stessi eredi di varie forme di gnosticismo che odiano la materia e vogliono manipolarla per accelerare la ricongiunzione con l’Uno.

Va rilevato che c’è qualcosa di congenito nell’animo dei Siciliani – un popolo profondamente incline alla riflessione ed alla sapienza – che li rende diffidenti nei confronti delle diverse forme di razionalismo e di spiritualismo. Una cosa è l’uso della ragione, un’altra i mostri generati dagli incubi della ragione o dalle pseudo visioni autoreferenziali. La Sicilia autentica nutre una profonda idiosincrasia nei confronti dell’Illuminismo. È una delle piante che qui non attecchiscono e non generano fenotipo. Per questo la nostra Nazione è stata punita.

L’Illuminismo e gli ideali della Rivoluzione Francese si diffusero radicalmente nel Regno di Napoli, ma non nel Regno di Sicilia. Lo stato d’animo dei Siciliani si mostrava differente da quello di Napoli e degli altri Stati peninsulari, per la ragione medesima per cui la Nazione Siciliana s’era opposta all’Illuminismo del viceré Caracciolo.

Si può storicamente asserire che tutta la Nazione Siciliana fu avversa alla Francia, sia perché rivoluzionaria, sia perché i Siciliani non avevano ancora perdonato gli antichissimi torti. Il disordine rivoluzionario, le offese alla religione rivelata ed alla fede popolare (vedi il genocidio della Vandea), la soppressione della forma monarchica di governo (che in Sicilia era parlamentare dal 1130), furono fattori che allarmarono grandemente il popolo Siciliano, sebbene fosse non del tutto soddisfatto, perché chiedeva un Re Siciliano.

Gli illuministi poi avevano ed hanno in odio il Medioevo, millennio secondo loro oscuro e ricco di disordine. Per i Siciliani poteva mai essere buio il periodo della capitale bizantina a Siracusa (663-665)? L’epoca della costruzione del Duomo di Monreale (1174-1189)? La rivolta del Vespro e la guerra di liberazione omonima che ne seguì (1282-1372)? Davvero buio sembrava loro piuttosto l’approccio illuminista, basato sui pregiudizi. Preferivano la luce agli illuminati di tutte le specie.

Viviamo un’epoca difficile, figlia di tanti rivoli di pensiero prepotente e disumano. Nella nuova società dei consumi in cui il mercato si è sostituito allo Stato, lo stesso essere umano viene considerato come un prodotto. Il mondo è ormai una grande Disneyland, è stato trasformato in scenario di sensazioni effimere e superficiali. Peggio ancora, il senso dell’esistenza di un ragazzino (ma anche di un adulto) è determinato dal numero di “mi piace” che si accaparra con un post su Instagram.

Qui, a Le Sette Aje, è nata un’oasi in cui non soltanto si producono oli e vini di grande qualità. Qui si respira un’aria di libertà che può portare grandi frutti per il miglioramento della nostra società. Come se non bastasse, qui si può comunicare nella nostra amata lingua siciliana. Ed anche i prodotti hanno un nome evocativo siciliano.

Foto tratta da francaciantia.alvervista.org

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