Al mare: cosa fare se si viene a contatto con una medusa

Al mare: cosa fare se si viene a contatto con una medusa
30 giugno 2019

Lo spiega molto bene il chimico Mario Pagliaro in un post su Facebook. Così abbiamo deciso di riportare questo post e di raccontare un’esperienza personale avvenuta a Sciacca, nel mare dello Stazzone, ‘qualche’ anno fa. Lo facciamo perché il rimedio proposto da Pagliaro coincide con quanto consigliavano di fare i vecchi pescatori di Sciacca

In estate, al mare, qualche volta dobbiamo fare i conti con le meduse. Incidenti sgradevoli e anche un po’ dolorosi. Ci piace segnalare ai nostri lettori un post su Facebook del nostro amico Mario Pagliaro, che nella vita fa il chimico. Perché quello che scrive – ovvero cosa fare in caso di contatto con una medusa – fa parte di una tradizione che chi scrive, tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70 ebbe modo di imparare dai marinai di Sciacca.

“Un rapido quanto #utile consiglio nel caso di contatto con le meduse. Non molti sanno che l’effetto #orticante e le lesioni cutanee non sono dovute ad acidi, ma a 3 #proteine di cui una neurotossica: un vero e proprio attacco biochimico. Una #soluzione rapida in caso di contatto è applicare subito una borsa di acqua #calda: il calore altera la struttura secondaria delle proteine, denaturandole. #Calore, quindi: l’opposto del ghiaccio o del freddo. Un amico caro e grande dermatologo, colpito, una volta si distese sul #cofano di un auto ancora caldo, con immediato sollievo”.

Chi scrive, da bambino, a Sciacca, nella spiaggia dello Stazzone, durante un’immersione (allora a Sciacca la secca di fronte lo Stazzone era piena di ricci), si è beccato una bella ‘strisciata’ con una medusa: dal collo fino all’addome. Un bruciore tremendo. Dopo qualche minuto ero a riva dolorante.

Un vecchio pescatore – del quale, per tanti anni sono stato ‘allievo’ – mi disse:

“Chi isti a stricari c’a merusa e t’abbrucia? Veni ca ca tu fazzu passari io”.

“Forse è meglio andare all’ospedale”, obiettai.

“Ma chi spitali e spitali – mi rispose – a ‘u spitali mi ‘sta minchiata. Veni ca’, veni ca’”.

Era mezzogiorno e il sole picchiava duro. Vidi che prendeva dalla spiaggia le pietre arroventate dal sole.

“Stinnicchiati”, mi disse.

Così mi sono sdraiato sul bagnasciuga.

Cominciò ad applicarmi le pietre bollenti nella parte del mio corpo che era venuta in contatto con la medusa. All’inizio ho sentito il calore – molto forte – che si sommava al bruciore. Dopo circa cinque minuti, o giù di lì, avvertivo solo il calore, mentre il bruciore andava diminuendo.

Dopo circa dieci minuti, a parte il calore delle pietre calde che il vecchio marinaio ogni tanto sostituiva.

“A botta giusta ta pigghiasti. Ma futtitinni, ora ti passanu tutti cosi. Pi oggi, però, a mari un ci iri chiù”. 

Leggendo il post di Mario Pagliaro ho ripensato a una vicenda di cinquant’anni fa. E ho notato che il rimedio indicato dal noto chimico nonché mio amico è lo stesso dei vecchi pescatori di Sciacca. Così ho pensato di scrivere queste righe.

Potrei raccontarvi cosa ho visto fare a questo a una signora che era stata punta da una Tracina, il pesce ragno che a Sciacca chiamiamo ‘a ‘ntracina. Ma questo lo faremo un’altra volta.

Da allora, quando mi è capitato di vedere persone venute a contatto con le meduse ho sempre consigliato le “pietre calde”. Chi mi ha ascoltato si è trovato bene e poi mi ha ringraziato: chi non mi ha creduto è finito in ospedale.

P.s.

Chissà, magari mi viene voglia, a luglio e ad agosto, di raccontare lo Stazzone, il Lido, la Foggia e la ‘Nassa’ nel giardino delle Terme nella Sciacca di fine anni 60-primi anni ’70. Magari trovo la vena. 

 

 

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