L’OPINIONE/ Ma se gli inglesi sono fuori dalla UE perché votano per il rinnovo del Parlamento europeo?

L’OPINIONE/ Ma se gli inglesi sono fuori dalla UE perché votano per il rinnovo del Parlamento europeo?
11 maggio 2019

Alla fine manca solo l’accordo per l’Unione Europea per dire addio alla stessa UE. Eppure gli inglesi andranno a votare per il rinnovo del Parlamento europeo. Con la loro presenza potrebbero anche determinare equilibri tali da condizionare anche la nomina dei Commissari (Ministri) e del capo della Commissione Europea. Tutto questo è normale? 

di Antonino Privitera

Premetto che non ho alcuna pretesa di esperto o di risolutore dei problemi che sicuramente molti, meglio del sottoscritto, sono in grado di analizzare e di valutare. Desidero solo porre una riflessione sulle dispute che si stanno sviluppando in relazione alle imminenti elezioni europee.

Molti esponenti di primo piano già da tempo tentano di coinvolgerci in questa competizione facendo il possibile per farci intendere dell’importanza delle scelta degli schieramenti anche in prospettiva di ulteriori sviluppi in ambito nazionale.

Invero, da quanto si rileva in giro, l’orgasmo dei partecipanti diretti non sembra coincidere con quello dei cittadini che fra qualche settimana saranno chiamati a manifestare con il voto la loro volontà. E’ ovvio che la scelta peggiore è sempre quella di non votare, l’astensione non solo non è espressione di assenso o dissenso, ma non dà nemmeno il diritto di recriminare se i rappresentanti si adoperano o meno per tutelarti anche in Europa.

A dominare la scena è la solita bagarre, condensata in accattivanti manifesti che mostrano sorrisi compiacenti, visi e sguardi rifatti e ringiovaniti, ma soprattutto slogan banali, triti e ritriti con un comune denominatore: cambiare l’Europa!

Su questo non c’è dubbio. Ad avvalorare questi propositi grande merito è proprio dei componenti questa Unione Europea che, di recente, ha trovato il modo di scontentare un po’ tutti, tranne l’egemone Germania e la sua socia Francia mentre la Gran Bretagna – che non ha mai voluto rinunciare alla propria moneta per non intrupparsi nella moneta unica europea – è in procinto di lasciarci.

Ma, proprio su questo punto, desidero soffermarmi per riflettere con voi. Dal momento che è stato stabilito che il prossimo 31 ottobre sarà il termine ultimo per lasciare l’UE, quali sono i motivi per cui gli inglesi devono votare il prossimo 23 maggio?

E qui arriviamo ai paradossi: visto che oramai le procedure sono irreversibili… qualche giorno fa David Lidington, responsabile dell’ufficio del primo ministro britannico, ha dichiarato:

“Le elezioni per il Parlamento europeo si svolgeranno il 23 maggio nel Regno Unito, visto che il governo ha constatato di non avere abbastanza tempo per ratificare l’accordo sulla Brexit”.

Il Cabinet Officer Minister ha inoltre annunciato che, per il 2 luglio, giorno di insediamento del Parlamento a Bruxelles, il governo spera possa passare una nuova intesa per l’uscita dalla UE.

Ma a che gioco giochiamo? Gli inglesi che hanno votato per uscire dall’Europa sono chiamati a votare per eleggere i rappresentanti da mandare in Europa per continuare a discutere una nuova intesa. Non solo. Paradossalmente, con la loro presenza, potrebbero anche determinare equilibri tali da condizionare anche la nomina dei Commissari (Ministri) e del capo della Commissione Europea.

Tutto questo è normale? Da qualche parte si prospetta che la soluzione potrebbe arrivare da una decisione tempestiva del governo inglese di anticipare l’uscita dal 31 ottobre a prima del 2 luglio, ma c’è da sperare in questa imprevedibile accelerazione, o c’è piuttosto qualche regista occulto che sta covando qualche alchimia per cercare di parare le temute avanzate populiste?

Ma che cosa è? Una farsa? O è l’epilogo per togliere il rimorso al presidente della Commissione Jean-Claude Juncker? Quest’ultimo, in conferenza stampa a Bruxelles, ha fatto mea culpa per come l’operazione Brexit si è svolta affermando:

“Ho sbagliato ad ascoltare troppo il governo britannico e il primo ministro, David Cameron, che mi chiese di non interferire con la campagna del referendum. È stato un errore non intervenire, ho sbagliato a restare in silenzio in un momento importante”.

E’ stato solo questo l’errore commesso in Europa o ce ne sono stati tanti altri che ora giustificano la diffidenza e la quasi indifferenza per i temi importantissimi che gestisce questa Istituzione?

Al momento oltre ai roboanti e vuoti slogan elettorali non si sente altro; gli argomenti dibattuti, dopo TAP, TAV, il lavoro, l’aumento dell’IVA, riguardano le perpetue dispute tra i due vice primi ministri Luigi Di Maio e Matteo Salvini e le sue colorate felpe. E, di recente, sull’opportunità che un bancarottiere (a mio parere già abusivo nel ricoprire il ruolo di Senatore) venga allontanato dalle cariche ministeriali.

In questa stasi progettuale vediamo invece che i magistrati continuano a lavorare e magari “non rispettano le circostanze temporali”. I risultati del loro impegno fanno infuriare (ma non zittire e vergognare!) quanti trovano sulle prime pagine dei giornali i nomi e le appartenenze di ladri e corrotti.
Ma perché i magistrati non vanno in vacanza nei periodi elettorali?

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