La separazione tra potere politico e amministrativo? Esiste solo sulla carta!

La separazione tra potere politico e amministrativo? Esiste solo sulla carta!
11 maggio 2019

Introdotta con la legge regionale n. 10 del 2000, recependo la normativa nazionale, la separazione tra potere politico e amministrativo in Sicilia è stata di fatto negata dalla politica. Che non si è mai limitata a fornire l’atto d’indirizzo, ma ha sempre travalicato i confini, tracimando nella sfera delle competenze dirigenziali, regolarmente e puntualmente invase con arroganza, prepotenza e insipienza. E quando sono  sorti problemi, il conto l’hanno pagato i dirigenti 

di Anna Rosa Corsello

Con Legge 15 maggio 2000 n 10, la nostra Regione, recependo la normativa nazionale, ha inteso introdurre il principio della separazione del potere politico da quello gestionale, quale presupposto essenziale per accrescere l’efficienza della pubblica amministrazione.

In particolare, l’art 2, ai commi 1 e 2, stabilisce che il potere di indirizzo politico-amministrativo competa al Presidente ed agli Assessori, mentre l’adozione degli atti e dei provvedimenti, nonché la gestione tecnica, finanziaria ed amministrativa sia prerogativa dei dirigenti.

A distanza di quasi venti anni, occorre, però, interrogarsi sull’esito concreto di questa importante riforma, per verificare se l’obiettivo di una maggiore efficienza della macchina burocratica sia stato raggiunto e per ragionare sulla necessità di eventuali correttivi.

La prima domanda cui bisogna dare una risposta è se la separazione tra politica e gestione sia davvero avvenuta o se il dettato normativo rappresenti, in realtà, solo il recepimento formale, ma non certo sostanziale, della omologa disposizione statale.

La soluzione del quesito non necessita di particolari discettazioni, è negativa in modo univoco!

Il potere politico, invero, in tutti questi anni, non si è mai limitato a fornire l’atto d’indirizzo previsto dalla legge, ma ha sempre travalicato i confini, tracimando nella sfera delle competenze dirigenziali, regolarmente e puntualmente invase, troppo spesso con arroganza, prepotenza e, ahimè, incommensurabile insipienza.

Non vi è dirigente che non abbia dovuto soggiacere ai diktat di assessori ignoranti e presuntuosi che, ben lontani dalle finalità del mandato popolare, si reputano depositari di verità e scienza ed in nome di esse si arrogano diritti che non gli appartengono. Un esempio per tutti?

La nomina dei responsabili delle strutture intermedie.

Questo adempimento, di natura prettamente gestionale/organizzativo, viene regolarmente intercettato dal vertice politico che ritiene che la scelta del dirigente da preporre debba essere rispondente ai propri desiderata, spesso di origine clientelare, piuttosto che al funzionamento dell’amministrazione. E che dire di tutte le richieste di adozione di atti e provvedimenti lontanissimi dai crismi della legittimità?

Ogni dirigente, degno della funzione, ovviamente resiste a siffatti inesauribili desideri , spesso rimettendoci l’incarico.

Quelli che invece cedono, nel malaugurato caso in cui il provvedimento adottato divenga oggetto di attenzione da parte di qualche autorità giudiziario/contabile, si ritrovano soli, ed anzi additati dallo stesso organo che ha determinato la scelta, come unici responsabili di decisioni che, in siffatte circostanze, vengono naturalmente classificate di natura gestionale.

In conclusione, ove si voglia davvero mirare all’efficacia dell’azione amministrativa, la Legge Regionale 10/ 2000 deve essere riformata, modificata in modo da rendere sostanziale la differenza tra il ruolo politico e la responsabilità gestionale affidata, esclusivamente, alla dirigenza.

Foto di prima pagina tratta da inchiestasicilia.com

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