‘Spezzatino’ di imprese italiane vendute all’estero: internazionalizzazione o colonizzazione?

‘Spezzatino’ di imprese italiane vendute all’estero: internazionalizzazione o colonizzazione?
6 maggio 2019

Ci chiediamo e chiediamo: chi ha rilevato le imprese italiane penserà a  creare nuovi posti di lavoro nel nostro Paese o a massimizzare i profitti per portare fuori dall’Italia il valore aggiunto? In questo articolo trovate un ‘impressionante elenco di aziende non più italiane. Quello che è successo e che continua a succedere è un bene o un male? 

di Antonino Privitera

Chissà perché ogniqualvolta sento sproloqui da parte dei nostri politici e sindacalisti che si lamentano e promettono lavoro avverto un fremito che mi fa rivoltare lo stomaco. Non perché non si debba parlare di lavoro, ma perché quasi tutti coloro che si affannano nella profusione di cure ed antidoti da somministrare agli “allocchi”, con le loro parole dimostrano o di essere stati quantomeno distratti o di non avere espletato nel peggiore dei modi il loro mandato.

A coloro che pretendono o recriminano per la difficoltà di creare lavoro nel nostro Paese basta ricordare quello che è successo negli anni in cui i professori ebbero il pallino tra le mani e sbandierando le “opportunità” che intravidero nel grande interesse degli imprenditori stranieri per le imprese italiane e incominciarono a svendere l’operosità e l’ingegno italiano. Non è la prima volta che si parla di ciò, ma non è mai tropo parlarne. Purtroppo agli “itagliani di scarsa memoria” bisogna scoprire le carte per cercare di farli ragionare!

Non mi stancherò mai di ricordare quanto nefasta fu la decisione, da parte di un gruppo di “illuminati professori ed economisti”, di svendere l’ingegno, la produttività, la cultura, la storia, la grazia di Dio che è implicita nel Paese accettando un solo euro in cambio di ben 1936, 27 lirette… e non mi stancherò mai di ricordare quanto errate si sono rivelate le previsioni di “delocalizzare” e svendere le eccellenze, contrabbandando tali decisioni come opportunità irrinunciabili e vantaggiose che, in definitiva, hanno permesso di fare ulteriormente arricchire industriali maestri nella speculazione e nello sfruttamento delle masse più povere e meno tutelate.

Ti assale tanta tristezza ed amarezza nell’elencare quale e quanto potenziale non dipende più dalle decisioni interne, quali e quanti marchi che hanno fatto la storia produttiva dell’Italia sono nelle disponibilità e decisioni di Paesi che fino a poco tempo fa guardavano con ammirazione ed invidia all’Italia. Le azioni che furono trainanti dell’economia ora sono costrette a mendicare la grazia di non delocalizzare o, addirittura, di chiudere e licenziare le maestranze italiane.

E’ duro e penoso e quasi impossibile riuscire a fare una elencazione di nomi che, all’apparenza, sono italiani, ma che nella sostanza non lo sono più.
Come negli annali storici, l’assalto all’Italia produttiva inizia agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso con al timone dell’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) il professore Romano Prodi che, da lungimirante economista, vendette il marchio Italgel alla svizzera Nestlè; seguirono il settore dolciario e quindi le acque minerali.

Negli anni a seguire la razzia entra in tutti i settori, anche in quelli strategici come l’industria pesante, le comunicazioni, il credito; settori che nessuna nazione è disposta a cedere.

Nonostante la UE formalmente cerchi di fare rispettare gli accordi per evitare la nascita di super gruppi egemoni che possano fare cartello nei vari settori, da quasi un anno assistiamo a proposte, dinieghi e dispute sull’accordo tra due colossi della cantieristica navale nella costruzione di navi da crociera (Fincantieri e le francese STX) ed in ambito ferroviario tra la tedesca Siemens e la francese Alstrom. Quest’ultima, divenuta forte grazie alle acquisizioni nel 2000 di Fiat Ferroviaria.

A fronte di strategie imprenditoriali che tendono ad accentrare i settori e le multinazionali che già dominano incontrastate, le imprese italiane, spesso e svalutate dalla speculazione finanziaria, sono state sempre più alla mercé di predatori che li hanno dilaniate o più opportunamente mantenute sfruttando il marchio che garantisce comunque lo stile e la qualità del Made in Italy.

È successo ai marchi della moda: Krizia, Loro Piana, Bulgari, Bottega Veneta, Pomellato, Valentino, Versace, Gianfranco Ferrè, Brioni. La produzione della cantieristica di yacth di lusso Ferretti è piaciuta ai cinesi. Le poltrone Frau agli americani. I marchi di olio alimentare (Cirio, Bertolli, De Rica, Carapelli, Sasso, Friol) siano essi toscani che di altre Regioni se li sono accaparrati gli spagnoli.

Il settore caseario è tutto nelle mani dei francesi Lactalis e Danone.

Il settore strategico delle comunicazioni è stato ben ripartito: Telecom ai francesi di Vivendi, Omnitel agli inglesi di Vodafone; Wind -Tre prima ai Russi e quindi ai cinesi; Fastweb agli svizzeri.

Nel settore dell’energia troviamo già una opzione cinese del 35% su Terna (la rete di distribuzione dell’Enel) e Snam ed il 40% di Ansaldo Energia.

Nel mese di ottobre dello scorso anno è andato in porto l’affare prospettato dall’ex primo Ministro Paolo Gentiloni e dell’ex Ministro, Graziano Delrio che, tramite l’AD di Finmeccanica Mario Moretti, sono riusciti a vendere Ansaldo STS e Ansaldo Breda (il realizzatore del treno ad alta velocità ETR 1000, cioè l’eccellenza nel settore delle costruzioni ferroviarie) al gruppo giapponese Hitachi per 36 milioni di euro (un terzo di quanto è costato Cristiano Ronaldo alla Juventus!) anche se l’industria aveva in portafoglio contratti per 2000 di euro!

Non è immune il settore del credito dove anche la banca che fu di riferimento alle istituzioni – a BNL – non è più italiana…

Il settore metallurgico se lo sono spartito indiani russi e tedeschi, mentre Italcementi è tutto tedesco.

Non si salva il settore automotive: Lamborghini appartiene al gruppo Volkswaghen e lo stesso la Ducati; Benelli e Moto Morini sono di proprietà cinese; le blasonate moto da cross Husqvarna da Cassano d’Adda sono andate alla concorrente KTM in Austria.

Qualche giorno fa è stata data notizia dell’avvenuta cessione della Magneti Marelli ai giapponesi, mentre i cinesi hanno già il controllo della Pirelli che ha permesso loro di scalzare i concorrenti nel Circus della Formula 1 e fra non molto ci invaderanno – con i coreani – con veicoli con motorizzazione elettrica.

Non è ben chiarita la posizione della ex Fiat e Chrysler o meglio FCA: sede legale in Gran Bretagna, fiscale in Lussemburgo e produttiva in mezzo mondo… dopo avere venduto il settore Avio a General Electric.

Nel settore del trasporto pesante e del trasporto pubblico l’IVECO è assediata da marchi quali: Volvo, Scania e Mercedes, Renault…

E superfluo tornare a parlare del settore tessile, calzaturiero e degli elettrodomestici e telefonia acquisito in toto da cinesi e turchi, mentre il settore manifatturiero è distribuito tra Bangladesh, Vietnam, India, Thailandia, Tunisia, Corea del Sud, ecc.

Con un panorama del genere come si fa a chiedere e soprattutto promettere di creare lavoro? Avvengono ancora i miracoli?

Foto tratta da italianosveglia.com

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