La storia del Sud vista con gli occhi di un bambino nel 1860/ La visita al San Carlo di Napoli, il Teatro lirico più antico del mondo

La storia del Sud vista con gli occhi di un bambino nel 1860/ La visita al San Carlo di Napoli, il Teatro lirico più antico del mondo
8 aprile 2019

Oggi l’autore ci porta a far visita al San Carlo di Napoli, il Teatro lirico più antico del mondo. La storia di un monumento della cultura internazionale che allora – nel 1860, anno in cui il protagonista-bambino racconta il Sud e, in particolare, Napoli – ospiteva i più grandi musicisti del tempo, a cominciare da Giuseppe Verdi. la scuola di ballo di Napoli

di Domenico Iananntuoni

Oggi dopo la messa, ho potuto fare una bella passeggiata con
mio padre verso la Reggia e mentre si camminava gli ho chiesto
se lui conoscesse il nostro principale teatro musicale San Carlo
dove il giorno dopo avremmo fatto una visita scolastica. Alla sua
risposta affermativa egli iniziò a rammentarmene la sua antica
genesi fino alla fondazione della sua nota scuola di ballo che
risaliva al 1812; epoca murattiana.

– Ma dimmi Francesco, come organizzeranno la visita?-
Mi chiese.

– Non saprei, io risposi, la visita sarà domani ed a dire il
vero siamo stati…anzi sono stati estratti in quindici
ragazzi, poiché l’intera scuola vi partecipa. Io potrei
andare perché tra gli estratti della nostra classe vi è
Nicola Maraglino che, pure estratto ma soprapensiero,
ieri ha dato il suo assenso, ma in uscita di scuola mi ha
avvisato che gli era venuto in mente che sarebbe dovuto
andare con suo padre a Salerno per alcuni affari di
famiglia molto delicati e che la sua presenza sarebbe
stata indispensabile, e quindi ha chiesto a me di prendere
il suo posto.- Risposi.

– Bah, disse mio padre, l’importante è che tutti gli
insegnanti ne siano al corrente…vedi tu.- E mi fece
entrare nel bar che sta di fronte al palazzo reale.
Era ancora un orario lontano dal pranzo, forse le undici, e mio
padre mi chiese se avrei voluto un dolce al banco o seduti.
– Ma papà, se devo mangiare preferirei da seduti…vedo
che hanno in verina dolci fantastici…ma io sarei per una
sfogliatella gigante e tu?- Gli risposi.

– Hai ragione Francesco, sediamoci a quel tavolo
all’aperto, io prenderò un bicchiere di vino bianco del
Vesuvio e tu la sfogliatella con…non chiedermi il vino a
quest’ora, Francesco!- Mi disse.

– Ma no papà, figurati…casomai mi fai assaggiare dal tuo
bicchiere. Io prendo un po’ d’acqua con la sfogliatella.-
E gli sorrisi.
Fummo felici di quell’aperitvo e mio padre mi fece assaggiare
il suo vino ed io naturalmente gli offrii un pezzetto della mia
sfogliatella. Quando tornammo a casa, dopo un’ora circa,
sentimmo un profumo meraviglioso che si sprigionava dalla
cucina e vedemmo mia sorella e mia madre indaffaratissime ad
organizzare il pranzo mentre la tavola era imbandita in modo
eccellente.

– Ma cara, che c’è, una festività che mi sono dimenticato?
Come mai tutta questa “pompa” per il pranzo…va beh
che è Domenica…- Chiese mio padre.

– Mia madre si avvicinò a mio padre e gli disse:
– Ogni cosa a tempo debito…prima ci si siede a tavola e
prima lo saprai!- E gli diede un bacio che a me parve un
po’ sulla bocca…ma io ne fui felicissimo.

– A tavola…a tavola per gustare gli “ziti” al ragù di
carne…e poi, la carne del ragù con insalata mista e
quindi frutte e dolci!. Tutti ci sedemmo all’istante.

Mentre mia sorella si prodigava nel dispensare la fumante pasta
a tutti noi, mia madre versò il vino a mio padre a se stessa ed un
po’ anche a me…ma un pochino di più del solito. Gatta ci cova,
pensai io.

Si alzò in piedi con il calice di vino in mano e ci invitò al brindisi
solito:

-Aizza aizza aizza, a cala a cala a cala, accosta accosta
accosta…e a saluta nosta!. E poi disse:

– Cari miei, – E ci scrutò dritto negli occhi con sentimento
e passione.- Vi informo che la nostra famiglia sta
aumentando, è in arrivo un “bebè”!- Mio padre rimase
bloccato con il bicchiere a mezz’asta ed io al pari suo
non sapevo cosa dire come se avessi avuto un paralisi
labiale. L’unica, mia sorella, che aveva già iniziato a
mangiare a velocità super, si fermò un attimo, ci guardò
bene e poi rivolgendosi a mia madre disse:

– Che ti dicevo mamma…i maschi non hanno fantasia,
pensano all’indietro nel tempo, sono rimasti degli umili
cacciatori…e si risprofondò nel piatto.- Mio padre,
riprendendosi, accennò qualche cosa…ma
primariamente balbettò alquanto, poi finalmente disse:
– Bene, ne sono felice, i miei complimenti Lucia, le mie
congratulazioni.- E bevve d’un fiato tutto il bicchiere di
vino. Poi s’alzò ed iniziò a danzare una breve tarantella,
abbracciò mia madre, sul cui viso era visibile la gioia e
la felicità, e la colmò di baci fino a che ella non ebbe
sensazioni di soffocamento. Anch’io mi unii alla
manifestazione paterna e andai a baciarla ripetutamente
poi mi chinai e diedi un bacio sulla pancia della mamma
e per tutti fu festa grande!
Mia sorella ci guardò con sufficienza, certamente si era già
confidata con mia madre, e comunque una seconda porzione di
“ziti” già fumava nel suo piatto.

La gita al San Carlo
Di mattina presto, almeno di una buona mezzora in anticipo
rispetto all’appuntameto, ero già a scuola. In effetti di Maraglino
non c’era nessuna traccia e quando la maestra che ci avrebbe
accompagnato alla visita prese l’elenco dei partecipanti io mi
avvicinai per dirgli della mia evenienza.

– Maraglino Nicola!- Io intervenni subito.
– Sig.ra maestra, io sono Francesco Latella e ieri ho
convenuto con Maraglino Nicola, che si era ricordato
che oggi avrebbe avuto un impegno con suo padre, e che
io avrei potuto sostituirlo per questa gita.-

– Ah! Rispose la maestra, io non so come si regolano
queste cose e non posso andare dal Direttore a chiedere
perché oggi egli è impegnato in Provveditorato…va
bene io ti segno al posto di Maraglino Nicola e spero che
andrà tutto bene.-

Salimmo tutti felici su uno degli omnibus a cavalli che ci
avrebbe portato al San Carlo, eravamo parecchi, direi quasi un
centinaio in tutto. Arrivammo in dieci minuti al Teatro Lirico, e
scendemmo in ordine e senza schiamazzi, ma l’agitazione era
palpabile. Ci riunirono sotto il portico d’ingresso, un
accompagnatore ogni venti ragazzi, ma già davanti alle porte
d’ingresso del Teatro si vedevano ben disposti tre individui
vestiti in nero e con una tuba in testa ed al loro fianco un
personaggio che poi riconoscemmo come il Direttore della
scuola di ballo che confabulava alquanto; era vestito con una
camicia beige a maniche lunghe ed indossava pantaloni attillati
mentre le sue scarpe erano molto sottili, nere e lucide. Ci fecero
entrare nel “foyer”, che sarebbe la sala antistante quella vera e
propria la sala del teatro, mentre la nostra agitazione saliva a
mille. Era già bellissimo. Un gioco di luci e colori di grande
meraviglia, le locandine vecchie che richiamavano gli spettacoli
dati od in itinere, l’accoglienza per il pubblico, la biglietteria, il
guardaroba…davanti a noi le tre persone intubate che
chiedevano attenzione con le mani alzate.

Il silenzio lo ottennero in breve tempo poi uno di loro ci disse:

– Benvenuti ragazzi nel teatro “lirico” più antico del
mondo…esso fu costruito nel lontano 1737 per volere
del nostro antico re Carlo III. Esso può contenere 1386
spettatori ed ha cinque ordini di palchi disposti a ferro di
cavallo. Ha un ampio palco reale prospettico alla scena,
un loggione ed un palcoscenico.

– Oggi la Direzione Teatrale è a carico del maestro
Giuseppe Verdi, il quale si sta cimentando con l’opera
“Un ballo in maschera”…

– Ora, gentilmente entrerete nella sala, dove tra breve
potrete assistere alle prove di ballo della nostra scuola,
prima al mondo anch’essa, in questa nuova arte di
intrattenimento e di bellezza. Prenderete posto tutti al
secondo piano degli impalcati e seguirete i miei
assistenti. Vi preghiamo il massimo silenzio.-

Entrammo subito dietro la nostra maestra e giungemmo
rapidamente ai nostri palchi salendo le scalette lignee. Entrati
che fummo ed affacciatici alla sala lirica vedemmo una
“meraviglia”. Ancora adesso che scrivo mi palpita il cuore e
così credo che fu per tutti noi scolari delle elementari che
avemmo questo prezioso regalo. La luce, tutta ottenuta con
sapiente disposizione delle candele di cera d’api lungo tutti gli
ordini dei palchi era gradevolissima e di colore naturale.
Risaltavano in modo emblematico le decorazioni dorate e le
sculture di cui l’intero teatro era ricco. Il soffitto, sapientemente
decorato dava un senso di cielo “aperto” sulla scena mentre il
palco reale restava evidente ed importante.

I rossi ed i gialli erano ben alternati e la bellezza che ne scaturiva era immensa. Mentre i miei occhi inseguivano le forme ed i colori e mai si
fermavano su di un punto, sentimmo l’orchestra accordarsi, essa
era composta da un centinaio di musicisti, non molto visibili dal
pubblico e comunque sistemati nello spazio antistante il
palcoscenico. Prima i fiati, poi le corde ed il pianoforte. Fiati e
corde si intonarono agli strumenti di riferimento ed iniziò lo
“spettacolo” del balletto. Poi ci spiegarono che quel ballo, ideato
da Francesca Teresa Giuseppa Raffaela Cerrito (Fanny Cerrito),
di Napoli, era uno studio importante di mimica e danza
accompagnata da musica.

Il tempo volò velocemente mentre tutti noi scolari restavamo
estasiati dalla musica e dai leggiadri movimenti dei danzatori. Il
cuore nostro palpitava all’unisono con la musica…poi in un
crescendo di suoni e di movimenti si giunse alla fine dello
spettacolo di prova.

Io e tutti i miei compagni rimanemmo muti. La fine del suono
d’orchestra aveva creato un effetto eco che rimbombava nelle
nostre orecchie e ci pareva che ancora l’orchestra stesse
suonando. Molte maestre avevano gli occhi lucidi ed anch’io mi resi conto
di non essere da meno.

Uscimmo dal Teatro senza fare rumore e senza toccare nulla per
timore di modificare quell’assetto celestiale che avevamo
vissuto prima. Fuori, Napoli ci accolse con i suoi rumori di sempre e mentre
ci recavamo agli omnibus che ci avrebbero riportato a scuola,
capimmo ancor di più la sua immensa grandezza.

Foto tratta da napoli-turistica.com

La vera storia del Sud vista con gli occhi di un bambino nel 1860/ A San Leucio, dove Ferdinando di Borbone metteva in pratica Tommaso Campanella e Tommaso Moro

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