La Sicilia dei grandi appalti affonda: ma politici e burocrati non sono ancora ‘sazi’/ MATTINALE 324

La Sicilia dei grandi appalti affonda: ma politici e burocrati non sono ancora ‘sazi’/ MATTINALE 324
29 marzo 2019

Invece di occuparsi della vita di ogni giorno – per esempio, dei Comuni che non riescono più a erogare servizi ai cittadini, soprattutto, ai cittadini più bisognosi – invece di occuparsi delle circa 2 mila criticità di strade e viadotti della nostra Isola e dell’isolamento di alcune zone abbandonate da anni, Governo e altri burocrati della Sicilia ragionano sui grandi appalti da ‘sbloccare’. Proviamo a illustrare perché, con la logica dei grandi appalti, la Sicilia andrà a sbattere. A cominciare da Palermo e Catania 

La notizia che in queste ore fa il giro delle redazioni economiche è la scoperta che, in Sicilia, ci sono circa 10 miliardi di euro di opere pubbliche da sbloccare. O meglio, bloccate e da sbloccare. Se n’è accorto il dirigente generale del dipartimento delle Infrastrutture della Regione, Fulvio Bellomo. E si è accorto pure che molte di queste opere sono gestite dall’ANAS e da Rete Ferroviaria Italiana.

Avrebbe potuto aggiungere, il dirigente generale Bellomo, che non solo queste opere sono bloccate, ma che, in molti casi, i fondi non sono nazionali: si tratta di fondi europei destinati alla Sicilia. Ma questo conta poco: l’importante è che queste opere restino bloccate.

Sapete perché siamo stupiti? Siamo stupiti per lo stupore dimostrato dal dirigente Bellomo: ammesso che il suo sia stupore e non una recita. Perché, con tutto il rispetto per lo stesso dirigente generale, con tutta la buona volontà possibile, non riusciamo a capire cosa avrebbe scoperto di nuovo!

Perché? Perché da Agenda 2000 in poi, in Sicilia, i fondi per le grandi opere pubbliche scontano ritardi. In parte per responsabilità della Regione, anche se la responsabilità maggiore è dello Stato che, dal 2007, ritarda scientemente la spesa in Sicilia dei fondi europei e dei fondi nazionali.

Perché questi ritardi? Risposta scontata: perché la Sicilia è una colonia, come quasi tutto il resto del Sud: e le colonie, per definizione, vanno sfruttate. 

Chi ha un po’ di memoria ricorderà che il Governo Berlusconi che si insedia nel 2008 trova già un bel po’ di quattrini “per il Sud” che venivano indicati con la sigla FAS: Fondi per le Aree Sottoutilizzate. 

Da dove venivano fuori le risorse FAS? Per lo più da fondi nazionali destinati al Sud non spesi (per lo più strade e ferrovie: che sorpresa: la stessa ‘scoperta’ del dirigente Bellomo di oggi…) e, in parte, da fondi europei destinati sempre al Mezzogiorno e non utilizzati).

Le risorse FAS nascono già dimezzate: i Governi nazionali precedenti – non ha importanza che siano di centrodestra o di centrosinistra: rispetto agli interessi del Sud sono esattamente la stessa cosa – nel 2008, li avevano già ‘riprogrammati’.

Che significa, in Italia, ‘riprogrammare’ i fondi non spesi destinati al Sud? Significa dimezzarli: metà vanno assegnati d’ufficio al Centro Nord e l’altra metà, sulla carta, al Sud.

Perché sulla carta? Perché i fondi non spesi al Sud e ‘riprogrammati’ (cioè dimezzati) vanno solo in parte al Sud: una parte, anche consistente, prende sempre la via del Centro Nord.

Chi ha un po’ di memoria dovrebbe ricordare che, tra il 2008 e il 2011 – parliamo sempre del Governo Berlusconi – il FAS era il bancomat dell’allora Ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. 

Chi ha un po’ di memoria dovrebbe ricordare che Berlusconi il ‘meridionalista’ – quello che adesso è di nuovo candidato per le elezioni europee e cerca voti al Sud – presiedeva un Governo che ha utilizzato le risorse FAS (già dimezzate, non lo dimenticate) per foraggiare, in abbondanza, le imprese del Centro Nord Italia.

Attenzione: Centro Nord Italia. Al Nord accontentava – con i fondi FAS destinati al Sud – le Regioni governate dal centrodestra; al Centro foraggiava le Regioni governate dal centrosinistra.

E al Sud? Le briciole. Quasi niente per le imprese e un po’ di fondi ‘a pioggia’ ai Comuni meridionali amministrati dal centrodestra per pagare i precari (in maggioranza precari inventati dallo Stato – come gli Lsu – e stabilizzati dagli enti locali meridionali a spese dei cittadini meridionali).

E’ con le risorse FAS che, allora, i Comuni di Palermo e Catania pagavano i precari.

Lo scherzetto dei fondi europei e nazionali destinati al Sud e non spesi (in parte per disorganizzazione delle Regioni del Sud, in buona parte perché lo Stato ne ritarda sistematicamente l’utilizzazione) non si è mai fermato.

Paradossalmente, l’unico Governo nazionale ‘meridionalista’ è stato quello di Mario Monti: ma non perché ha dato qualcosa al Sud, ma perché – cosa mai avvenuta prima nella storia della Repubblica italiana – ha fatto pagare tutti: Nord, Centro e Sud.

Le ‘riprogrammazioni’ sono tornate alla grande con il Governo Letta. Come dimenticare la ‘riprogrammazione’ dei fondi non spesi al Sud del Ministro Fabrizio Barca? Impossibile capire quante risorse sono state drenate al Sud, anche perché subito dopo è arrivato il Governo Renzi che, in assoluto, è stato l’esecutivo più antimeridionale della storia della Repubblica italiana.

I fondi che il Governo Renzi ha tolto al Sud e, in particolare, alla Sicilia sono incalcolabili. Il FAS non c’era già più: con Renzi c’erano i fondi PAC. Sulla carta del Sud, di fatto utilizzati dal Governo Renzi per sostenere le imprese del Centro Nord con i cosiddetti sgravi fiscali.

Per le ferrovie, chi ha un po’ di memoria, ricorderà le parole dell’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Graziano Delrio: i fondi delle ferrovie al Sud non si possono spendere perché ci sono le rocce!

Renzi ha massacrato il Mezzogiorno in modo scientifico: lo ha fatto con le Regioni, con le Province, con i Comuni.

Alla Sicilia, poi, ha riservato un trattamento incredibile, togliendo alle pubbliche amministrazioni tutto quello che poteva togliere.

Alcuni parlamentari nazionali del centrodestra, oggi – o perché non sanno come stanno le cose, o perché fanno finta di non saperlo – si lamentano del fatto che il prelievo forzoso a carico delle Province è rimasto solo in Sicilia.

Fanno finta di non sapere che, nella passata legislatura, il Parlamento siciliano – guarda caso governato dal centrosinistra – non ha abolito le Province, ma gli ha cambiato il nome, creando tre Città metropolitane (Palermo, Catania e Messina) e sei Consorzi di Comuni.

Però questo cambiamento di nome è, di fatto, una trasformazione che consente, ad esempio, alle Città metropolitane di intercettare altre linee di finanziamento: cosa avvenuta con Palermo e Catania.

Chi ha voluto la trasformazione delle Province siciliane sapeva benissimo che ciò avrebbe comportato l’impossibilità, per le stesse ormai ex Province siciliane, di ricevere – direttamente o indirettamente – fondi dallo Stato.

Perché allora le Province siciliane sono state ‘trasformate’ in Città metropolitane e Consorzi di Comuni? Perché alcune di queste – Palermo e Catania – avrebbero intercettato fondi per grandi appalti: cosa che è avvenuta.  

La politica siciliana, d’accordo con la politica nazionale, ha deciso che gli appalti – segnatamente ferroviari – erano più importanti dei servizi che le Province gestivano. Così la manutenzione delle strade provinciali e degli edifici scolastici è andata a farsi benedire!

Città metropolitana di Palermo, ad esempio: non ha i soldi per le strade provinciali e per la manutenzione delle scuole: ma ci sono 450 milioni di euro pronti per appalti ferroviari (le nuove sette tratte del Tram di Palermo: volete mettere?)

Se alla ‘presunta’ sinistra di Palermo togliamo gli appalti del Tram e la nuova abbuffata di parcheggi che cosa rimarrebbe?

Secondo voi, a Catania, l’emergenza è un Comune con un ‘buco’ da 1,6 miliardi di euro o il completamento delle faraoniche opere ferroviarie?

I Comuni di Palermo e Catania sono la dimostrazione matematica di due fallimenti culturali prima che politici e amministrativi.  

E’ stata una scelta politica, quella dei grandi appalti nella nostra Isola: scelta della politica siciliana e della politica nazionale. E poco importa che i Governi nazionali e siciliani di quegli anni erano di centrosinistra: perché il centrodestra non ha mai contestato questa scelta: anzi. 

Il centrodestra la sta contestando adesso che governa la Regione siciliana: ma è un po’ tardi, perché ormai il danno è fatto.

Il tema degli appalti ferroviari delle Città metropolitane di Palermo e Catania ci riporta alle ‘scoperte’ del dirigente Bellomo. Gliela diamo noi, una notizia, al dottore Bellomo. Lo sa, dottore Bellomo, qual è la motivazione ‘politica’ forte del ribaltone del Governo regionale programmato nel 2008 e attuato nel 2009?

La motivazione sta proprio nei grandi appalti che dovevano andare – sulla base di una spartizione nazionale – a certe imprese che oggi, a ‘biada’ finita, sono in ‘difficoltà’.

E non ci riferiamo soltanto alla strada Palermo-Agrigento e alla strada Agrigento-Caltanissetta, ma a tutti i grandi appalti andati in scena in Sicilia: gli appalti ferroviari di Palermo e gli appalti ferroviari di Catania.

L’accordo era il seguente: meno soldi alla Regione siciliana (che è stata ‘dissanguata’), meno fondi ai Comuni dell’Isola (che sono tutti in difficoltà), stretta ferrea per le ex Province, taglio della spesa sociale (cioè meno soldi per anziani, per i minori a rischio, per i centri che si occupano delle malattie psichiatriche), meno fondi per i beni culturali (che vanno privatizzati) e per le attività culturali, tagli orizzontali per tutti gli enti e le società pubbliche, tagli ai forestali e tanti soldi per i grandi appalti.

Al limite, per qualche ‘problemino’ di cassa la Regione siciliana era autorizzata a prelevare i soldi dal Fondo sanitario regionale, cioè togliendoli agli ospedali pubblici. Avendo cura – le cose, si sa, o si fanno bene o non si fanno – di far passare questi scippi per ‘debiti del sistema sanitario’: olè!

Oggi la Regione scopre che in Sicilia ci sono 10 miliardi di euro di opere pubbliche bloccate. Ma non ci dice quanti fondi sono stati spesi, fino ad oggi, per opere lasciate a metà.

Quant’è costato, fino ad oggi, il Passante ferroviario di Palermo?

Quant’è costato, fino ad oggi, l’Anello ferroviario di Palermo?

Quanto sono costati, fino ad oggi, gli appalti ferroviari di Catania?

Quanto sono costati, fino ad oggi, i lavori della strada Palermo-Agrigento?

Quanto sono costati, fino ad oggi, i lavori della Agrigento-Caltanissetta?

Quanto sono costati, fino ad oggi, i lavori per la strada Nord-Sud?

Quanto sono costate le eterne tangenziali?

Quanto costerà, alla fine, il Tram di Palermo?

E possiamo continuare con altre opere stradali e con le opere ferroviarie: l’elenco è sterminato.

 

In tutto questo, mentre si procede con la logica dei grandi appalti da ‘sbloccare’, la Sicilia cade a pezzi. Lo stessa Regione siciliana avrebbe censito circa 2 mila criticità nelle strade e nei viadotti della Sicilia. Ci saranno altri crolli e altre frane? Pazienza.

In compenso avremo il Tram a Palermo e a Catania. Non vi basta?

Stamo buoni che, magari, Roma si convince pure a finanziare la ‘mammella’ futura: la superstrada Catania-Ragusa. Non prima, ovviamente, di aver deciso chi ‘manovrerà’ la nuova macchina dei soldi…

E le già citate circa 2 mila criticità delle strade che i siciliani percorrono ogni giorno? E i beni culturali? E le attività culturali? E gli anziani, i minori a rischio, i malati psichiatrici? E i Comuni che dichiarano il dissesto?

Non ci sono problemi: aspettiamo la prossima ‘riprogrammazione’…

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