Bolzano non ha bisogno del reddito di cittadinanza. Chiediamoci il perché/ MATTINALE 292

Bolzano non ha bisogno del reddito di cittadinanza. Chiediamoci il perché/ MATTINALE 292
25 febbraio 2019

Un articolo pubblicato da ‘Lettere Meridiane’ segnala un’ingiustizia: la Provincia autonoma di Bolzano che non vuole applicare il Reddito di cittadinanza perché, grazie alla propria autonomia – e con i soldi del resto d’Italia – ha uno strumento migliore. Cominciamo a chiederci il perché di tutto questo. E il perché l’Autonomia è applicata in tre Regioni del Nord ed è fallita in Sicilia (sulla Sardegna non ci pronunciamo)  

Ci ha colpito un articolo pubblicato qualche giorno fa da Lettere Meridiane che vogliano leggere e commentare con voi. Si parla di Bolzano, o meglio del fatto che a Bolzano rifiutano il Reddito di cittadinanza:

“L’ingordigia istituzionale delle Regioni più ricche non conosce limiti né ostacoli. Il dibattito che in questi giorni sta appassionando l’opinione pubblica italiana sul pericolo che il regionalismo differenziato propugnato da Veneto e Lombardia distrugga l’unità e la coesione nazionale, sta facendo cadere nel dimenticatoio un altro scandalo nazionale, quello delle Regioni e delle Province autonome che già da tempo godono di un regime agevolato.
Chi pensava che il limite invalicabile dell’autonomia loro riconosciuta fosse il rispetto delle leggi dello Stato deve ricredersi. La Provincia autonoma di Bolzano ha fatto sapere che potrebbe non applicare sul suo territorio la legge dello Stato che stabilisce l’erogazione del Reddito di cittadinanza perché già possiede una misura del genere: il Reddito minimo sociale provinciale, di cui beneficiano 3.000 persone ‘che è migliore di quello di cittadinanza, e non ha un’ottica assistenzialista, permettendo anche di tornare a integrarsi nella vita quotidiana con il coinvolgimento degli uffici del lavoro.’ Parola dell’assessora Waltraud Deeg che ribadisce: “La provincia di Bolzano ha una competenza primaria nel settore del sociale”, e dunque può permettersi di non ottemperare alle leggi dello Stato che riguardano questo settore.
Tanto più quando i suoi cittadini godono di normative speciali ed agevolate. Dimenticando, però, che il costo di queste misure speciali viene sopportato da tutti gli italiani”.

“Gianfranco Viesti – prosegue l’articolo – promotore della petizione on line per bloccare la pericolosa prospettiva della ‘Secessione dei ricchi’, ovvero del regionalismo differenziato in salsa lombardo-veneto, ha fatto un po’ di conti. Nel suo e-book militante Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionale (pubblicato la Laterza, che potere scaricare gratuitamente qui) annota: ‘I cittadini di Bolzano, Trento e Valle d’Aosta (in misura più contenuta quelli del FriuliVenezia Giulia, molto meno in Sicilia e Sardegna) godono di un trattamento privilegiato rispetto agli altri: in quelle Regioni i livelli pro-capite di spesa pubblica, corrente ed in conto capitale, sono nettamente superiori. Nel triennio 2013-15 la spesa pubblica primaria superava i 18mila euro pro-capite in Valle d’Aosta e i 16mila in Trentino-Alto Adige, sfiorando i 16mila in Friuli Venezia Giulia, contro una media nazionale inferiore a 13mila.”

“Capito come vanno le cose, nel Bel Paese? L’arroganza istituzionale della Giunta Provinciale di Bolzano offre un amaro e significativo assaggio di quanto potrebbe accadere anche in Veneto e in Lombardia, se dovesse passare lo sciagurato progetto di regionalismo differenziato. La petizione di Viesti sta però diventando un fenomeno virale. In pochi giorni ha visto più che raddoppiato il numero dei sostenitori, che sono attualmente 56.000. Se ancora non l’avete sottoscritta, potete farlo a questa pagina web”.

Condividiamo e sottoscriviamo la battaglia che il professore Viesti sta conducendo contro la ‘Secessione dei ricchi’ tentata da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Però, da siciliani che vivono in una delle cinque Regioni italiane a Statuto speciale, confessiamo che siamo un po’ in difficoltà rispetto alle critiche all’Autonomia di Bolzano.

Esatta la notazione del professore Viesti, là dove scrive che le agevolazioni e i benefici che contraddistinguono le Province autonome di Trento e di Bolzano, il Friuli Venezia Giulia e la Val d’Aosta – a cominciare dalla spesa pubblica primaria, più elevata rispetto alle altre Regioni italiane – sono una realtà, così come è realtà il fatto che tali agevolazioni siano sconosciute nelle altre due Regioni a Statuto speciale: Sicilia e Sardegna.

Detto questo, lo ribadiamo: siamo in difficoltà nel seguire il ragionamento del professore Viesti. Perché, a nostro modesto avviso, la ‘Secessione dei ricchi’ chiesta oggi da alcune Regioni del Nord non ha nulla a che vedere con la genesi delle cinque Regioni italiane a Statuto speciale.

Ognuna di queste cinque Regioni a Statuto speciale ha una storia a sé. Se i padri costituenti hanno avvertito l’esigenza di ricorrere a questa forma di Autonomia spinta – in alcuni casi effettiva, in altri casi sulla carta – è perché, forse, volevano evitare, o quanto meno ridurre, le spinte ‘centrifughe’.

Nel caso della Sicilia ricordiamo che il progetto e il sentire dei siciliani – sentimento che si era manifestato in modo molto forte nel 1848 – era l’autonomia completa, non certo l’essere aggregati, da colonizzati, prima a una monarchia scadente, quella dei Savoia, e poi a una Repubblica nata male e cresciuta peggio.

I Nuovi Vespri sta pubblicando, a puntate, il bellissimo volume di Giuseppe Scianò dal titolo emblematico: “… e nel mese di maggio del 1860 la Sicilia diventò Colonia” (QUI LE PRIME UNDICI PUNTATE), dove si racconta quello che gli storici ancora oggi negano: e cioè che sono stati gli inglesi a consegnare la Sicilia ai Savoia e che la cosiddetta impresa dei Mille è stata una pagliacciata riuscita grazie ai soldi inglesi e ai tradimenti sistematici dei militari del Regno delle Due Sicilie.

Cosa vogliamo dire? Che la Sicilia, dal 1860, è prigioniera. Prima imprigionata dagli inglesi che, come già accennato, nel 1860, per perseguire i propri interessi nel Mediterraneo (che nel 1860, ricordiamolo, era un grande ‘lago inglese’), la consegnarono ai Savoia, inscenando la farsa garibaldina; e poi, dalla fine della seconda guerra mondiale, ‘imprigionata’ in Italia.

L’Autonomia siciliana fu un’invenzione voluta soprattutto dalla nascente Democrazia Cristiana per tenere la Sicilia dentro la nascente Italia repubblicana, bloccando il separatismo siciliano che, alla fine della Seconda guerra mondiale, in Sicilia era un sentimento diffusissimo.

Luigi Einaudi, che era piemontese, non ne voleva sapere di Autonomia della Sicilia: da piemontese l’aveva ‘conquistata’ con i Savoia e per lui la Sicilia avrebbe dovuto continuare ad essere una colonia anche nella Repubblica italiana.

L’Autonomia siciliana nasce da questo equivoco: alcuni democristiani d’ispirazione sturziana che ci credevano per davvero: per esempio, Giuseppe Alessi; e Einaudi e gli industriali del Nord che pensavano, invece, di continuare a tenere la Sicilia come una colonia.

Il professore Viesti nota che l’Autonomia è stata perfettamente applicata – anche in modo esagerato – a spese del resto d’Italia, in Val d’Aosta, in Friuli Venezia Giulia e, soprattutto, nelle Province autonome di Bolzano e Trento. E ammette che non è così in Sicilia e in Sardegna.

Non sarebbe il caso di chiedersi il perché? Perché, ancora oggi, con il latte di pecora della Sardegna e, in minima parte, con il latte di pecora della Sicilia, si produce un formaggio – il Pecorino romano DOP – che, nel marchio, non ha nulla a che vedere con la Sardegna e con la Sicilia? Non nota, il professore Viesti, il ‘marchio’ profondamente colonialista di questa impostazione?

Della serie: a noi industriali del Pecorino serve il vostro latte, mica ci servite voi! Noi, con il vostro latte di pecora ci facciamo il nostro formaggio e lo vendiamo con il nostro marchio e il prezzo del vostro latte lo facciamo noi: e voi dovete solo obbedire, perché anche il Governo nazionale fa quello che diciamo noi!

Così, nell’anno di grazia 2019, fine febbraio, scopriamo che a Bolzano non hanno bisogno del Reddito di cittadinanza, mentre in Sardegna – Regione autonoma come il Trentino Alto, ma molto Alto Adige – i 100 mila sardi che vivono con gli allevamenti degli ovini debbono fare la fame, perché tanto c’è il latte di pecora estero che costa 25-30 centesimi al litro: un euro in meno e forse più di quanto dovrebbe essere pagato ai pastori sardi e siciliani!

Che dire alla fine del nostro ragionamento? Che l’Autonomia, guarda caso, è stata applicata – anche in modo molto generoso, come leggiamo su Lettere Meridiane – nelle Regioni del Nord Italia. Mentre è fallita nel Sud Italia. Einaudi – che diventerà anche presidente della Repubblica – seguirà molto da vicino la Sicilia, contribuendo a far fallire l’Autonomia siciliana, sostenuto, in questo, dagli ‘ascari’ siciliani: cioè dai politici siciliani che, sistematicamente, hanno svenduto l’Autonomia siciliana per costruire piccole e miserabili posizioni personali.

Oggi Lombardia, Veneto e Emilia Romagna vogliono conquistare anche loro le agevolazioni di Val d’Aosta, Friuli Venezia Giulia e delle province autonome di Trento e di Bolzano? E’ sbagliato, certo. Soprattutto se visto dal Sud: perché, come nota il professore Viesti, è al Sud che Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna scipperanno le risorse finanziarie per migliorare le proprie scuole (come ha più volte sottolineato l’ANIEF, COME POTETE LEGGERE QUI), la propria sanità e, in generale, la propria vita.

Ma questo è nel solco dell’impresa dei Mille, degli storici che hanno negato e continuano a negare la verità sul grande equivoco del Risorgimento nel Sud, nel solco dell’Italia repubblicana di Einaudi e di quelli come lui, nel solco della storia della Lega Nord, da Bossi a Salvini.

Foto tratta da provincia.bz.it  

 

 

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