La vera storia dell’impresa del mille 11/ La vergogna di Salemi: Garibaldi si autoproclama dittatore, sputtanato pure da Giuseppe Mazzini

La vera storia dell’impresa del mille 11/ La vergogna di Salemi: Garibaldi si autoproclama dittatore, sputtanato pure da Giuseppe Mazzini
17 febbraio 2019

“Salemi prima capitale d’Italia” è una baggianata degna, in tutto e per tutto, dell’impresa dei mille e dell’Italia che allora non esisteva (ammesso che oggi esista…). Garibaldi, nella totale illegalità, come racconta Giuseppe Scianò in questa undicesima puntata, decreta di assumere la dittatura della Sicilia “in nome di Vittorio Emmanuele Re d’Italia”. Ma Vittorio Emmanuele in quel momento non era ancora Re d’Italia, neppure a casa sua. Tantomeno poteva esserlo in Sicilia dove il suo nome era del tutto sconosciuto

di Giuseppe Scianò

A Salemi Garibaldi diventa Dittatore… Ma perché proprio a Salemi? – Il 14 maggio 1860 da Salemi parte una grande operazione politica finalizzata a legittimare ed a presentare all’opinione pubblica internazionale lo sbarco dei Mille e l’inizio di quella che sarà la conquista del Sud. Operazione, questa, che, a giudicare dalla inesistenza di entusiasmo registrata a Marsala, non promette bene, ma che troverà altrove la sua forza ed il suo successo.

Gli Inglesi hanno premura che Garibaldi assuma al più presto un ruolo istituzionale che lo faccia uscire dallo status di capobanda o di capo di un piccolo esercito estraneo alla realtà siciliana. Forse proprio quel ruolo che il Nizzardo non era pienamente riuscito a ricoprire durante le vicende della Repubblica Romana. E che avrebbe voluto rivestire. Quello cioè di Dittatore. Bisogna quindi consentirgli di assumere la dittatura. Ovviamente alla condizione che sia «nel nome di Vittorio Emanuele Re d’Italia», come reciterà il decreto che lui stesso sottoscriverà e del quale parleremo.
Ma occorrerà inventare anche qualche consenso democratico. Esigenza alla quale sopperire con la invenzione della volontà dei Comuni liberati.

Bisogna, innanzitutto, mettere di fronte al fatto compiuto l’opinione pubblica internazionale e le diplomazie europee, in modo che si attenui la pessima impressione provocata dallo sbarco e dalla conseguente conquista militare della Sicilia da parte dello Stato Sabaudo.

Ovviamente, ancor prima, occorre farsi riconoscere dal Comune di Salemi. L’unico organo rappresentativo del quale il decurionato è espressione e strumento di democrazia del vituperato ordinamento degli enti locali (diremmo oggi) del Regno delle Due Sicilie.

Garibaldi – certamente su imbeccata di agenti britannici – vuole subito strumentalizzare quell’Amministrazione Comunale come se questa avesse potuto o potesse assumere poteri di Assemblea Costituente e come se, in quanto tale, potesse decidere e deliberare per tutta la Sicilia. In ogni caso il Duce dei Mille saprà strumentalizzare l’investitura locale.

Meglio di niente. L’importante è, come abbiamo detto più volte, non apparire un conquistatore esterno ed estraneo alla realtà siciliana. Il sindaco Terranova viene quindi obbligato a convocare una seduta straordinaria. Fra i decurioni ne esistono certamente più di un paio delle stesse idee del Barone Sant’Anna. Fra questi il vice sindaco, più esattamente il decurione secondo eletto Alberto Maria Mistretta. Ci sembra però che la maggioranza dei decurioni sia tutt’altro che filo-garibaldina.

Certo è che il Decurionato è lì riunito presso la sede della Comune (come si diceva in Sicilia), ed i consiglieri fanno buon viso a cattiva sorte, ben tenuti d’occhio dai Garibaldini che hanno con sé i fedeli moschetti. Ed ogni decurione se ne sente uno dietro la schiena. Probabilmente sarà solo un’impressione.

Ed è così che i decurioni presenti, all’unanimità improvvisano e sotto- scrivono una deliberazione storica. Secondo i voleri del Duce dei Mille, al quale quell’atto dovrà servire come supporto e premessa del decreto del quale parleremo.

Leggendo attentamente il verbale di quella seduta straordinaria, ci accorgiamo però che i decurioni usano tante astuzie e tanti bizantinismi da lasciare, senza dubbio, contento Garibaldi. Ma nei fatti adottano una deliberazione di scarso, se non inesistente, valore giuridico e politico.
Riportiamo intanto integralmente il contenuto del verbale nel quale è riportata la Deliberazione del Decurionato di Salemi datata appunto 14 maggio 1860:

«Oggi in Salemi lì 14 maggio 1860. Il Decurionato riunitosi in seduta straordinaria sull’invito del Signor Sindaco in occasione del fortunato arrivo del prode Generale Giuseppe Garibaldi in questo Suddetto Comune, e composto dai sottoscritti Decurioni intervenuti presenti, ad unanimità di voti ha deliberato di manifestare la sua riconoscenza a così inclito personaggio che ha voluto spontaneamente assumere la difesa della Sicilia, e di pregarlo a voler prendere la Dittatura del paese per assicurarne l’ordine e la libertà, cacciando i satelliti del dispotismo Borbonico. Il Decurionato fa completa adesione alla causa nazionale, e fa voti che la Sicilia fosse unita alle Provincie emancipate d’Italia raccolte sotto la potente egida del valoroso e leale Re Vittorio Emanuele. Il Decurionato non fa che esprimere i voti di questa popolazione di cui è rappresentante, manifestando il desiderio che la Sicilia faccia parte della grande famiglia Italiana, e concorra anch’essa alla fondazione dell’unità e dell’indipendenza della Penisola. In fede si sono sottoscritti tanto nella presente seduta, che in altra consimile da presentarsi al predetto Generale Garibaldi, il Sindaco, i Decurioni presenti e il Segretario.
Il Sindaco: T. Terranova.
I Decurioni: Mariano Marino, Vincenzo Presti, Nicolò Grillo, Antonino Maragioglio, Gaspare Amico, Antonino Scimemi, Alberto M. Mistretta 2° Eletto, Vito Favara Grassa, Antonino Rubino, Francesco Scurto, Alberto Adragna, Pietro Montagnolo, Ignazio Dr. Salvo, Luigi Dr. Orlando».

A tal proposito, Giuseppe Mazzini scriverà:

«Avete veduto come Garibaldi si è nominato da se stesso “DITTATORE” in nome di Vittorio Emanuele? Non è bello né generoso da parte di uno che viene per aiutare!».(21)

Anziché dimostrare la legittimità della posizione di Garibaldi, questo documento ne testimonia la illegalità più completa ed il mancato consenso del Popolo Siciliano. L’intestazione del decreto «Italia e Vittorio Emmanuele» smentisce inoltre quegli storiografi che vorrebbero far credere che Garibaldi sia stato un fervente repubblicano ed in contrasto con Vittorio Emanuele.

Tutto ciò, a prescindere dall’effetto boomerang, che il provvedimento garibaldino provocherà. Il decreto di Garibaldi costituisce, infatti, il «riconoscimento» dell’esistenza e della continuità nel tempo dell’antico Regnum Siciliae risorto e «ammodernato» a tutti gli effetti nel 1848. Ciò, prescindendo dal fatto che il 15 maggio dell’anno successivo (1849) lo Stato Siciliano fosse stato «occupato» dall’Armata Borbonica in modo illegittimo e con la violenza. Con il consenso ed il supporto del Governo di Londra e dei Liberali Italiani. È strano… Ma è così!

Ed è, questo, se vogliamo, anche il senso degli onori di Capo di Stato, tributati dal Governo Inglese a Ruggero Settimo, nel momento del suo ingresso nel porto della capitale Maltese. Insomma: un rimorso di coscienza.

Alla data del 14 maggio 1860, il decreto di autonomina a Dittatore di Garibaldi, un decreto che più impasticciato di così non poteva essere (si pensi all’intestazione e alla banalità ed alla falsità delle promesse), non fu altro che sottolineare l’occupazione illegittima (ancora più illegittima di quella borbonica) della Sicilia, dello Stato Siciliano, vinto, ma giuridicamente vivo. E, contestualmente, riconosciuto.

Nel dispositivo, lo ripetiamo, Garibaldi decreta di assumere la dittatura della Sicilia in nome di Vittorio Emmanuele Re d’Italia. Mentre, come sappiamo, Vittorio Emmanuele in quel momento, non era ancora Re d’Italia, neppure a casa sua. Tantomeno poteva esserlo in Sicilia dove il suo nome era del tutto sconosciuto o quasi.

Il riconoscimento, però, rimane valido, anche a prescindere dalle strumentalizzazioni che Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele e lo stesso lord Palmerston ne volevano fare.

E ne avrebbero fatto…

(Fine dell’unidecima puntata/ Continua)

(21) Giacomo Emilio Curatolo, Il dissidio fra Mazzini e Garibaldi, Mondadori, Milano 1928, pag. 210. Vedi Gustavo Rinaldi, op. cit., pag. 95.

Foto tratta da PaesiOnLine

La vera storia dell’impresa dei mille 9/ E da Marsala a Salemi Garibaldi comincia ad arruolare i picciotti di mafia… 

 

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