Le grande scuola degli argentieri di Palermo: rimpiangere la tradizione o promuovere l’innovazione?

Le grande scuola degli argentieri di Palermo: rimpiangere la tradizione o promuovere l’innovazione?
4 febbraio 2019

Si può affermare che Palermo rimanga tuttora la capitale mondiale della produzione in argento, se non altro per il valore della lavorazione manuale degli artigiani locali, alcuni dei quali in grado di operare pregevoli interventi di manutenzione e di restauro su oggetti di tutte le epoche

di Ciro Lomonte

Secondo qualcuno (Indro Montanelli?), la storia è quella disciplina che ci consente di sapere che gli errori che stiamo commettendo oggi li hanno già commessi altri in passato. Chiunque egli sia, l’autore dimostra un pessimismo difficilmente condivisibile. La storiografia, mestiere indubbiamente laborioso, aiuta piuttosto a comprendere le sfide del presente alla luce degli eventi del passato. In tal senso la storia è davvero magistra vitae. Le esperienze di chi ci ha preceduto sono un tesoro da mettere a frutto.

Nell’ambito dell’oreficeria e dell’argenteria Palermo vanta una tradizione che non conosce soluzione di continuità a partire dal Tiraz (o Ergasterion), vale a dire il laboratorio in cui si producevano tessuti d’alta qualità – con filati d’oro e d’argento e castoni preziosi – durante la dominazione musulmana della Sicilia, sin dal IX secolo. I Normanni ne potenziarono in vari modi la produttività e il prestigio, in locali annessi al Palazzo Reale.

Per comprendere il grado di raffinatezza raggiunto si guardi il Mantello di Ruggero II, custodito nella Schatzkammer del Kunsthistorisches Museum di Vienna (nella foto a sinistra, tratta da briganti.info), o la Corona di Costanza d’Aragona (che in realtà dovrebbe essere un kamelaukion maschile), conservata nel Tesoro della Cattedrale di Palermo. Era il tempo degli Altavilla, la prima monarchia di Sicilia, ricchissima sotto il loro governo. Era il tempo di Federico II di Svevia, lo stupor mundi. Non a caso nella famosa Mappa Mundi di Ebstorf, di ben tre metri e mezzo di diametro, prodotta fra il 1240 e il 1290 dalle monache di un convento nella Bassa Sassonia e andata distrutta nei bombardamenti del 1943, la Sicilia era disegnata nella forma e nella posizione del cuore di quel Corpo che si vede in filigrana reggere il mondo (nella foto a destra tratta da wikipedia).

Nei secoli successivi, soprattutto fra il XV e il XIX, la città conobbe lo sviluppo di una corporazione prestigiosa che contese gli incarichi più impegnativi alle potenti maestranze di Trapani, Messina, Catania, Acireale e Siracusa. Tutta l’Isola era un sofisticato opificio artigiano. Poi, nell’ambito dell’argenteria, è rimasta solo Palermo. Fino al 1910 circa i maestri siciliani continuarono a produrre manufatti al passo con le linee del gusto, della moda e dell’arte a loro contemporanea.

È interessante notare che quello che potremmo definire “colonialismo architettonico” non abbia avuto influenza sull’argenteria palermitana. Risulta paradossale che la Sicilia abbia prodotto un’arte con forti connotati locali, di grande libertà e originalità, proprio mentre si alternavano dinastie che non erano affatto le “dominazioni straniere” oppressive e crudeli presentate dalla storiografia risorgimentale.

Edoardo Caracciolo definiva “contaminazioni” alcune di queste peculiarità siciliane, ma spesso esse sono qualcosa di più: sono una serie di linguaggi nuovi e spesso unici, fioriti dall’incontro di varie culture con la natura riflessiva e insieme passionale degli artigiani locali.

Dopo l’Unità d’Italia, all’Isola sono stati imposti modelli progettuali estranei alla sua tradizione e alla sua natura. Il primo grave esempio di colonialismo architettonico è il Piano Regolatore di Palermo del 1885. Non importa che l’ing. Felice Giarrusso, autore del Piano, fosse nato a Siracusa e morisse a Palermo: l’ideologia illuminista penetrava nelle menti dei professionisti siciliani e li faceva guardare a modelli lontani dalla realtà.

Quello strumento urbanistico ha calato una griglia razionalista, ispirata alla Parigi disegnata dal prefetto Georges Eugène Haussmann, su una città (edifici, strade, piazze) che sino ad allora era stata modellata saggiamente sulla linea di costa, sui corsi d’acqua e in generale sull’orografia della Conca d’Oro. I danni causati da quel Piano li paghiamo ancora oggi.

Invece gli argentieri hanno seguito una loro strada “siciliana”: hanno prodotto manufatti moderni fino al primo decennio del Novecento, poi si sono rifugiati nelle copie di oggetti classici, che nel secolo scorso avevano un grande successo di mercato anche all’estero.

Nel XX secolo la crescita della produzione argentiera ha riguardato più la quantità di manufatti in stile che la qualità e l’innovazione. Fino agli anni Novanta le tonnellate di argento lavorato rendevano Palermo la capitale mondiale della produzione in questo settore. Esistevano una decina di fabbriche, alcune delle quali giungevano a 100-150 dipendenti, e numerose botteghe artigiane. Sarebbe necessario raccontare l’epopea postbellica dei vari Di Cristofalo, Longo, Formusa G.E.A., L.A.F.A., Caruso, Lupo, Stancampiano, D’Agostino, Bonura & Cusimano, Silver Star.

Da allora in poi si è assistito ad un declino inarrestabile dovuto a molteplici ragioni: i cambiamenti nel mercato del regalo, che ha visto la crescita degli articoli di telefonia e informatica a discapito delle suppellettili per la tavola e dei gioielli; la mancata innovazione delle forme dei manufatti; il cambio dell’euro rispetto al dollaro; la speculazione finanziaria che ha fatto crescere vertiginosamente il prezzo dell’oro e dell’argento nella seconda decade del Duemila; la concorrenza dei produttori asiatici (in particolare cinesi, thailandesi e turchi). Questi ultimi, in verità, hanno invaso più l’ambito dell’oreficeria che quello dell’argenteria.

I costi bassissimi della manodopera orientale rendono impossibile agli orafi italiani battere la loro concorrenza, tranne che sul campo della creatività artistica in cui sono maestri indiscussi. La Palermo attuale deve scontare un certo provincialismo, per cui le caste locali sono appagate del potere che si sono ritagliate nel tempo. Gli argentieri del capoluogo siciliano avevano molto peso su alcuni mercati stranieri, ma non ne hanno saputo approfittare modernizzandosi.

Si può affermare che Palermo rimanga tuttora la capitale mondiale della produzione in argento, se non altro per il valore della lavorazione manuale degli artigiani locali, alcuni dei quali in grado di operare pregevoli interventi di manutenzione e di restauro su oggetti di tutte le epoche.

La diffusione dei macchinari industriali non ha infatti interrotto il tramandarsi della capacità di eseguire a mano le fasi più delicate del processo di produzione dei manufatti d’argento, che possono restare in tal modo pezzi unici. È frequente trovare nei laboratori palermitani antichi manufatti di pregio da restaurare, perché questi argentieri sono rimasti gli unici (almeno in Italia) a conservare le conoscenze complete dell’intero processo di realizzazione e la capacità di riprodurlo. Essi continuano infatti a produrre copie che un occhio profano non riesce a distinguere dall’originale.

I maestri argentieri palermitani hanno una grande passione per la manutenzione, perché abituati da sempre a concepire il manufatto in modo da poterlo smontare e rimontare tutte le volte che sia necessario, anche a distanza di secoli, allo scopo di effettuare le riparazioni e le integrazioni necessarie. Rimangono pertanto stupiti dei criteri dogmatici della teoria del restauro imperante in Italia, almeno a partire dalla Carta del Restauro del 1972, che vieta i “falsi” e qualsiasi inserimento nuovo in un manufatto che presentasse lacune per i motivi più disparati.

È sconfortante registrare l’insorgere di un fenomeno nuovo, figlio della “civiltà” di massa e dell’appiattimento culturale indotto dai mezzi di comunicazione: la massaia di oggi non è più in grado di riconoscere un oggetto d’argento. Non sa come stabilirne il valore attraverso i marchi e i punzoni che dichiarano il titolo, non sa impiegarlo adeguatamente in casa, non sa pulirlo. Non è capace di distinguere una cornice cesellata, di solito composta da lastre di sette decimi di millimetro, da una prodotta con la tecnica industriale che consiste nello stendere una pellicola di spessore microscopico su un supporto di resina sagomata (sopra, a destra, un argentiere, foto tratta da domenicani-palermo.it).

Qualsiasi danno alla prima può essere riparato, anche a distanza di centinaia di anni. Un graffio alla seconda la rovina irreparabilmente. La nostra epoca è schiava di un consumismo che obbedisce alla logica dell’usa e getta, non più al criterio dell’utilizzo consapevole e della manutenzione sapiente.

La crisi finanziaria attuale dovrebbe indurre i popoli dell’Occidente a stili di vita più saggi e temperanti. Come sosteneva già Dorothy L. Sayers nel 1947, «Non vi sembra strano, o deplorevole, che proprio oggi che il tasso di alfabetizzazione in Europa è alto come non mai, la gente sia così sensibile alla pubblicità e alla propaganda di massa fino a livelli inauditi e non molto tempo fa inimmaginabili? Credete che si tratti di cosa meccanica, conseguente al fatto che la stampa e la radio riescono a fare arrivare la propaganda ad aree sempre più estese? O a volte sorge un sospetto inquietante, cioè che il prodotto dell’educazione moderna sia meno capace di quel che potrebbe essere nel districare fatti da opinioni e quel che è provato da quello che è semplicemente plausibile?».

Bisogna assolutamente invertire questa tendenza al declino e all’abbrutimento. La conoscenza del patrimonio del passato può favorire una comprensione più matura della natura dei manufatti realizzati con metalli preziosi, il cui valore è oggettivamente maggiore rispetto agli articoli della produzione seriale.

Ma questo valore è stato compromesso agli occhi del compratore contemporaneo dalla ripetizione stanca di stilemi formali di epoche passate, che facevano presa sul gusto del pubblico fino a qualche decennio or sono ma adesso hanno perso fascino perché comunicano poco all’uomo di oggi. La ricerca artistica, applicata all’artigianato, ha la grande responsabilità di trovare nuove forme cariche di senso per il pubblico attuale. Per ottenere tale risultato non ci si può appellare ingenuamente alle risorse dell’arte contemporanea, che è radicalmente, nelle sue stesse origini fondative, ostile alla concezione classica dell’arte e dell’artigianato.

Foto di Guido Santoro

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