Il diritto alla sessualità per le persone disabili: parla lo scrittore Maximilian Ulivieri

Il diritto alla sessualità per le persone disabili: parla lo scrittore Maximilian Ulivieri
28 gennaio 2019

Attivo dal 2013, con sede operativa a Bologna, il Comitato LoveGiver guidato da Maximilian Ulivieri (scrittore e attore, curatore e co-autore del libro “LoveAbility – L’assistenza sessuale alle persone con disabilità”, cura il magazine www.disabilitystyle.it), si batte per il riconoscimento del diritto alla sessualità delle persone con disabilità, fisica o psichica

di Gianfranco Scavuzzo

In Parlamento, sono state depositate alcune proposte di legge, sia alla Camera che al Senato, ma non sono mai state discusse.

Del Comitato, che negli anni si è caratterizzato come una ONLUS con un punto di ascolto a Bologna, fanno parte nomi eccellenti del mondo scientifico come Fabrizio Quattrini, psicologo, psicoterapeuta, sessuologo, docente di Clinica delle Parafilie all’Università de L’Aquila e presidente dell’Istituto Italiano di Sessuologia Scientifica di Roma; Maurizio Nada docente nei corsi per educatori e operatori sociosanitari, esperto di progettazione sociale e di formazione a distanza; il messinese Rocco Salvatore Calabrò, specializzato in neurologia e sessuologia clinica; Paola Tomasello, psicologa clinica specializzata in sessuologia di Roma.

Abbiamo posto alcune domande a Maximilian Ulivieri

Quali sono gli obiettivi del vostro comitato?

“L’assistenza alla sessualità a persone con disabilità rappresenta un concetto che racchiude allo stesso tempo ‘rispetto ed ‘educazione’, che solo per un paese civile può rappresentare la massima espressione del ‘diritto alla salute e al benessere psicofisico e sessuale’. Per questo motivo parlare semplicemente di Assistenza Sessuale può risultare estremamente riduttivo, qualificarne il concetto più complesso attraverso i termini di ‘Assistenza all’emotività, all’affettività, alla corporeità e alla sessualità’ (denominato O.E.A.S. dove ‘O’ sta per operatore) permette di assaporare tutte quelle sfumature in essa contenute. L’assistenza all’emotività, all’affettività, alla corporeità e alla sessualità si caratterizza con la libertà di scelta da parte degli esseri umani di vivere e condividere la propria esperienza erotico-sessuale a prescindere dalle difficoltà riscontrate nell’esperienza di vita.
Uno degli obiettivi è abbattere lo stereotipo che continua a essere ingombrante e che vede le persone con difficoltà e disabilità assoggettate all’ ‘asessualità’, o comunque non idonee a vivere e sperimentare la sessualità. Importanza del superamento del concetto del ‘sesso degli angeli’”.

In cosa consiste la figura dell’assistente sessuale per la persona con disabilità?

“L’operatore all’emotività, all’affettività, alla corporeità e alla sessualità (uomo o donna) con orientamento bisessuale, eterosessuale o omosessuale deve avere delle caratteristiche psicofisiche e sessuali ‘sane’ (importanza di una selezione accurata degli aspiranti assistenti sessuali). Attraverso la sua professionalità supporta le persone con disabilità a sperimentare l’erotismo e la sessualità. Questo operatore, formato da un punto di vista teorico e psicocorporeo sui temi della sessualità, permette di aiutare le persone con disabilità fisico-motoria e/o psichico/cognitiva a vivere un’esperienza erotica, sensuale e/o sessuale. Gli incontri, infatti, si orientano in un continuum che va dal semplice massaggio o contatto fisico, al corpo a corpo, sperimentando il contatto e l’esperienza sensoriale, dando suggerimenti fondamentali sull’attività autoerotica, fino a stimolare e a fare sperimentare il piacere sessuale dell’esperienza orgasmica. L’operatore definito del ‘benessere sessuale’ ha dunque una preparazione adeguata e qualificante e non concentrerà esclusivamente l’attenzione sul semplice processo ‘meccanico’ della sessualità. Promuoverà attentamente anche l’educazione sessuo-affettiva, indirizzando al meglio le ‘energie’ intrappolate all’interno del corpo della persona con disabilità”.

A chi sarebbe rivolto questo servizio? I disabili non sono tutti uguali…

“Le persone con disabilità non sono tutte uguali, neanche chi ha la stessa tipologia di disabilità. Possono essere condizioni di disabilità motoria, sensoriale o intellettiva. Abbiamo un database di oltre 4 mila richieste. Molte sono di genitori con figli autistici. Molti con gravi disabilità, tipo la distrofia di Duchenne, oppure paraplegici. La maggior parte uomini, ma da qualche tempo anche le donne si sono fatte avanti. Più che la disabilità in sé è la storia della persona che conta. Ci sono persone con disabilità meno gravi ma con genitori molto chiusi o che vivono in piccoli paesi. Una serie di circostanze che hanno causato l’impossibilità di vivere questo aspetto importante per ognuno di noi. Mentre può accadere che una persona abbia una disabilità molto grave, ma genitori con mentalità aperta e che sia circondato da persone che lo hanno aiutato a studiare, uscire. Una serie di situazioni positive che hanno aiutato queste persone a relazionarsi e trovare compagni o compagni. In primis è importante sottolineare che le persone con disabilità se ne hanno la possibilità e gli viene facilitata abbattendo barriere fisiche e culturali, possono vivere le relazioni modo soddisfacente per sé stessi ed i partner. Ci sono storie incredibilmente tristi che ho raccolto in questi anni e molto probabilmente la gente comune non sa di cosa stiamo parlando”.

Il vostro comitato organizza già dei corsi per abilitare queste figure professionali. Come si strutturano?

“L’O.E.A.S. in base alla propria formazione, sensibilità e disponibilità può contribuire a far ri-scoprire tre dimensioni dell’educazione sessuale: ludica, per scoprire il proprio corpo; relazionale, per scoprire il corpo dell’altro; etica, per scoprire il valore della corporeità. Al tempo stesso, aiuta il soggetto disabile a rendersi protagonista maggiormente responsabile delle proprie relazioni sia sentimentali che sessuali, favorendo una maggiore conoscenza e consapevolezza di sé ed una più adeguata capacità di prendersi cura del proprio corpo e della propria persona. La mancanza di autostima è uno dei freni per un naturale approccio verso l’altro sesso. L’assistente sessuale può aiutare ad accogliere e non reprimere le diverse istanze del proprio corpo, dei sensi e delle emozioni. Il corso di formazione dura 200 ore più 100 ore di tirocinio. Durante il corso s’imparano nozioni e dinamiche psicologiche che possono aiutare l’operatore a gestire al meglio le diverse dinamiche secondo la disabilità della persona. Inoltre, vi è l’aspetto medico che descrive le varie complicanze e disfunzionalità per tipo di disabilità. Vi sono lezioni didattiche e pratiche di conoscenza di sé stessi e dell’altro. Esercizi sul corpo. Creazione di casi esempio e tipologia di operatività. Aspetti legali. Esperienze riportate da collaboratori esteri”.

Quanti sono attualmente gli operatori che avete formato?

“Sono 17 persone, 7 uomini e 10 donne. Tutti hanno già un lavoro e molti di loro già inerente alla disabilità”.

Non c’è il rischio che tratti di una figura equiparabile alla prostituzione?

“Nelle premesse non c’è equiparabilità per via che le due figure hanno differenze sostanziali. In primis la formazione. Da una parte c’è un iter formativo con professionisti che curano l’aspetto psicologico, emotivo, fisico. Dall’altra parte no. Ci sono poi gli obiettivi: da una parte il miglioramento dello stato di benessere psico-fisico della persona con disabilità e una conoscenza di sé stesso nella prospettiva di una indipendenza. Dall’altra il solo soddisfacimento del desiderio fisico e lo scopo di fidelizzare il cliente.
Ciò che può avere similitudini non può essere automaticamente considerato identico e trattato nello stesso modo”.

In Parlamento un gruppo di deputati che ha dato vita ad un intergruppo sulle disabilità sta già lavorando su una proposta che cerca di incontrare la sensibilità di maggioranza e opposizioni. Cosa ne pensa?

“Ne penso in modo assolutamente positivo. A prescindere dalle difficoltà legali delle persone formate, il mio, anzi il nostro, sogno è che una persona possa dire un giorno che di lavoro fa questa attività. Per questo però nel farlo al meglio ci vuole assoluta sinergia e informazione corretta, oltre che esperienza. In tal senso io ed il gruppo del Comitato LoveGiver ci mettiamo a completa disposizione”.

Le proposte precedenti non sono mai state neppure discusse in Aula, pensa che questa volta sarà quella giusta?

“Lo spero. Lavorando in sinergia si può far meglio della volta precedente. Soprattutto se le grandi associazioni si rendono conto che anche questa è un’esigenza e non si devono fare scale di priorità. La mia lotta principale è per la libertà di scelta di ogni essere umano”.

Foto tratta da abilitychannel.tv

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