Palermo, una proposta per ricostruire una città oggi ridotta ai minimi termini

Palermo, una proposta per ricostruire una città oggi ridotta ai minimi termini
17 dicembre 2018

Palermo come Città in crisi, ma anche come paradigma della crisi della vecchia politica italiana. E se il futuro della politica è riprendere in mano il destino dell’umanità sfidando e battendo la “Finanza Globale”, come aveva genialmente capito il movimento “Occupy Wall Streat”, il futuro di Palermo inizia con la ricostruzione storica e il monitoraggio periodico della sua bilancia commerciale e del suo saldo demografico

di Antonio Piraino

Qualunque ragionamento sul futuro di Palermo non può non partire che da una riflessione sul futuro della politica. Occorre allora interrogarsi sulle questioni globali fondamentali che la politica deve affrontare e risolvere per il bene comune dell’umanità. Paradossalmente in un mondo diviso su tutto c’è, oltre le polemiche, una sostanziale concordanza su le due questioni globali dalle quali dipende il nostro futuro.

La distruzione dell’ecosistema – La prima problematica globale che abbiamo di fronte attiene ai rischi di distruzione irreversibile dell’ecosistema naturale. Al riguardo il professor Luigi Ferrajoli professore emerito di filosofia del diritto scrive testualmente:

“La nostra generazione ha recato danni irreversibili e crescenti al nostro ambente naturale. Stiamo distruggendo il pianeta in una corsa folle allo sviluppo insostenibile. Abbiamo massacrato intere specie animali, consumato gran parte delle nostre risorse energetiche, avvelenato il mare, inquinato l’aria e l’acqua, deforestato, desertificato e cementificato milioni di ettari di terra… Per la prima volta nella storia c’è il pericolo che si acquisti la consapevolezza della necessità di cambiare strada e di stipulare un nuovo patto quando ormai sarà troppo tardi ” (cfr. Luigi Ferrajoli: Manifesto per l’uguaglianza pag. 255-256).

L’esplosione delle disuguaglianze – Sul versante economico-sociale sono invece esplose le disuguaglianze per effetto di processi di concentrazione economica e finanziaria che paradossalmente hanno superato le più “fosche” previsioni di Karl Marx. Al riguardo chiosa Joseph E. Stigliz:

“A partire dal 1980, i poveri sono diventati più poveri, la classe media è rimasta ferma e chi stava in alto è salito sempre più in cima.” (cfr. Joseph E. Stigliz: La grande frattura pag. 166). E continua:

“Oggi il primo 1 per cento degli americani si porta a casa ogni anno quasi un quarto del reddito della nazione. In termini non di reddito ma di ricchezza economica del Paese, il primo 1 per cento ne controlla il 40 per cento” (Ibdem pag. 91).

Se così è non possiamo non porci una domanda cruciale: chi ha prodotto questo scenario già ora apocalittico, carico di dolore e privo di futuro? Non occorrono complesse argomentazioni per convenire che all’origine dello scenario accennato c’è la mutazione genetica del capitalismo con la sua trasformazione da economico (cioè fondato sui mezzi di produzione) a finanziario (cioè fondato sulla creazione ed il controllo della moneta/denaro) ad opera di una élite “mondialista” (al massimo l’1 per cento della popolazione) lontana dalla vita quotidiana dei popoli e fuori dal governo degli Stati, che controlla le grandi banche universali e le multinazionali “produttive”.

Questi fenomeni innaturali perché profondamente indotti da un potere finanziario fuori da ogni controllo stanno incidendo profondamente sulla mobilità demografica sia in senso “orizzontale” che “verticale”.

In senso orizzontale assistiamo a inedite e sconvolgenti migrazioni continentali.

In senso verticale sono nate e si stanno vieppiù consolidando le “Città-Stato”, sedi della finanza globale che vivono e prosperano sullo sfruttamento delle “rendite” connesse al controllo dell’economia: sono onnivore di energia e culla delle disuguaglianze

Ad esse si contrappongono le “Città-Territorio” che cercano, con molte difficoltà, di organizzare gli ambiti territoriali attraverso una valorizzazione delle funzioni di servizio storicamente proprie delle città.

In questo contesto il futuro della politica è riprendere in mano il destino dell’umanità sfidando e battendo la “Finanza Globale” come aveva genialmente capito il movimento “Occupy Wall Streat”.

Il futuro di Palermo: Città-Territorio – Cosa rende dunque una Città-Territorio vincente, cioè in crescita sostenibile? Oggi il senso comune profondamente condizionato dai paradigmi dominanti sostiene senza esitazione che, così come per gli Stati e le Regioni, la misura del benessere di una città è data dal livello basso, meglio se inesistente, del suo debito. In realtà non è così perché la formazione del “debito” è la conseguenza non la causa della crisi di una città. Quello che misura lo stato di salute di una città, come di una regione o nazione, pensiamo alla Germania, è il surplus della bilancia commerciale/delle partite correnti della realtà in questione (città, regione, nazione).

Una città che dialoga con successo con il suo territorio di riferimento accumula surplus commerciali, fa crescere la sua “base monetaria” – come si dice in gergo – “fa girare” l’economia.

Se utilizziamo questo schema cognitivo, guardando all’evoluzione della città dal dopoguerra ad oggi, costatiamo con tutta evidenza che Palermo dopo una crescita disordinata ma vitale delle sue funzioni di servizio, a partire dalla fine della cosiddetta Prima Repubblica (inizio anni ’90), ha perso progressivamente tutte le sue funzioni, e quindi senza capirlo ha compromesso radicalmente le sue bilance (quella commerciale e quella delle partite correnti).

La crisi dell’industria – Si pensi alla crisi delle sue tre aree industriali di riferimento (Carini, Brancaccio, Termini Imerese), alla progressiva marginalizzazione dei Cantieri navali, alla fine delle grandi banche “locali”, alla scomparsa del grande sistema commerciale endogeno (Migliore, Randazzo, Spadafora, ecc.), alla crisi dell’Università, al collasso della sanità cittadina che induce tantissimi siciliani a dissanguarsi economicamente per i viaggi della “speranza”, all’invasione totale di prodotti non locali anche nei settori in cui potremmo essere autosufficienti come l’agroalimentare e l’artigianato di lusso.

In questo contesto un solo settore è in controtendenza: il turismo. Ma pensare che una città di 650 mila persone possa vivere di solo turismo sarebbe l’ultimo degli errori mortali.

Su questa evoluzione e sulle drammatiche conseguenze che essa ha avuto e sta avendo sul futuro della Città, e quindi di ognuno di noi, occorre intendersi senza equivoci.

La crisi dell’Università – Pensiamo all’Università. All’inizio degli anni ’80 del secolo passato Palermo aveva un significativo nucleo di studenti stranieri, soprattutto greci e iraniani; le famiglie si trasferivano dalla provincia alla città per fare studiare i figli e quelle che non potevano si dissanguavano per permettere ai figli di studiare in città.

I “palermitani” che si trasferivano fuori per studiare erano una minoranza poco significativa.

Oggi l’università palermitana ha clamorosamente fallito il processo di internazionalizzazione, non vede più studenti delle altre province, attratti dalle nuove sedi universitarie nate dal nulla ma oggi in grado di sviluppare una concorrenza significati (Enna, Caltanissetta e Trapani), i palermitani sono letteralmente in fuga senza se e senza ma.

Assistiamo così a genitori che sostengono prima gli studi e poi il lavoro dei propri figli che tornano sempre meno, tanto da indurre molti di loro a continui viaggi, fino all’ultima novità che sta emergendo proprio in questi anni: il trasferimento della residenza nelle città dove i figli lavorano.

Quanto vale in termini di base monetaria una simile evoluzione negativa? Certamente centinaia di milioni di euro annui. Se estendiamo questo ragionamento/paradigma alla sanità con i suoi viaggi della speranza, alla fine dei redditi connessi alla presenza delle Grandi Banche locali, alla spesa agroalimentare illogicamente sbilanciata verso prodotti “industriali di massa” di origine esterna a scarso valore salutistico, possiamo con assoluta ragionevolezza stimare il peggioramento del deficit della bilancia commerciale/partite correnti in non meno di 2/3 miliardi annui. Non più compensati come in passato dai trasferimenti connessi alla finanza pubblica in generale.

Quando la bilancia commerciale è in deficit strutturale, poiché per definizione l’economia/i mercati tendono all’equilibrio, questo si realizza sul versante demografico, con la fuga degli abitanti dal territori di elezione e, nei Paesi avanzati, con la paura della vita e quindi il crollo della natalità, come si sta verificando a Palermo e più in generale in Sicilia.

Come immaginare il futuro – E allora il futuro di Palermo passa dalla riconquista, giorno dopo giorno, del suo mercato e della sua base monetaria costruendo direttive strategiche che si basino su consolidati o nuovi punti di forza coerenti con l’evoluzione attuale dell’economia e della tecnologia indotte dalla globalizzazione.

Pensiamo al turismo. In una logica globale è patetico essere soddisfatti di un miglioramento delle presenze di alcune centinaia di migliaia di unità, considerato che Palermo ha un numero di presenze turistiche annue ridicolo rispetto a città “omogenee” come Venezia, Firenze, Bologna e Napoli.

Se così è non possiamo non provare un sentimento di disagio e di vergogna nel costatare che siamo riusciti a costruire diversi centri commerciali e non abbiamo uno “straccio” di centro congressuale di caratura internazionale, che da solo varrebbe almeno 500 milioni annui di base monetaria; abbiamo distrutto una rinomata Fiera (la Fiera del Mediterraneo) proprio quando il turismo fieristico ha assunto rilevanza strategica; abbiamo uno dei più straordinari golfi del mondo (da Capo Gallo a Cefalù) profondamente degradato in molti punti specialmente nell’ambito cittadino.

Pensiamo all’Università – Come è possibile che un’isola-città che nell’immaginario dell’Africa è un punto di approdo di un sogno di vita non riesca ad intercettare le aspirazioni formative e professionali delle classi dirigenti del continente Africano, che pure esistono tanto da riempire decine di università in Italia e nel resto del mondo.

Pensiamo alla sanità – Oggi la salute e l’estetica sono uno dei più grandi business economici. Cosa manca a Palermo per diventare un centro di standing mondiale? Non certo gli aeroporti, il clima, le strutture potenzialmente ricettive, le grandi professionalità oggi disperse a livello internazionale.

Pensiamo all’energia – Come non vergognarsi a pensare che in Germania intere città producono energie rinnovabili, in specie fotovoltaico, quando Palermo, che ha un fattore di conversione come tutta la Sicilia di 1,5 rispetto alla Germania, è praticamente priva di impianti sia pubblici che privati?

Pensiamo alla spesa alimentare siciliana – Basterebbe spostare il 10% della stessa verso prodotti di origine locale per creare, dall’oggi al domani senza nessuno sforzo e nessun investimento ma semplicemente con i nostri comportamenti di acquisto individuale, almeno 200 milioni di base monetaria.

Pensiamo alla “prospettiva mediterranea” – Alla centralità che potremmo assumere come centro di incontro tra l’Europa e l’Africa.

Ma qualcuno potrebbe obiettare: che c’entra la base monetaria, la bilancia commerciale/delle partite correnti con il degrado ambientale della città, la disperazione delle periferie, la povertà diffusa, il mancato funzionamento dei servizi. In una battuta, con la “monnezza” e le buche per strada?

E’ siamo al nodo della questione Palermo. Finché i palermitani affronteranno il tema del futuro di Palermo a partire dai problemi della città e non dal servizio che essa deve rendere al territorio che la circonda e di cui è capitale, finché i palermitani non si approprieranno di un sogno, di una visione all’altezza del passato, la “monnezza” resterà per strada e le buche non saranno coperte.

Degrado ambientale e povertà sociale – In altri termini, solo a partire da un nuovo ripensamento del posizionamento strategico/funzionale della città in una logica globale (che crea grandi e nuove opportunità in settori inediti come la sanità e l’energia, ma anche il turismo e l’università) potremo dare risposte concrete ai problemi della città ed in particolare al degrado ambientale e alla povertà sociale.

Dentro questa prospettiva, fondata su un salto di paradigma proposto, cioè la bilancia commerciale come chiave di lettura delle scelte strategiche da compiere, possono esserci spazi a visioni ed alleanze inedite nel segno di una rinnovata sensibilità della città per l’ambiente e la dignità degli ultimi.
Per tale ragione il futuro di Palermo inizia con la ricostruzione storica e il monitoraggio periodico della sua bilancia commerciale e del suo saldo demografico.

Foto tratta da artribune.com

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