Rosario Nicoletti e Salvo Lima: due modi diversi di intendere la politica e la DC

Rosario Nicoletti e Salvo Lima: due modi diversi di intendere la politica e la DC
13 maggio 2018

Un nostro articolo di qualche giorno fa sulla Sicilia degli anni ’70 del secolo passato potrebbe avere ingenerato qualche fraintendimento. Abbiamo fatto un breve accenno alla DC siciliana di Salvo Lima e Rosario Nicoletti senza approfondirne le differenze. Proviamo, nei limiti delle nostre conoscenze, a colmare questa lacuna 

Un nostro articolo sul raffronto tra la Sicilia di Peppino Impastato e la Sicilia di oggi (QUI L’ARTICOLO), con un riferimento alla “DC di Salvo Lima e Rosario Nicoletti”, potrebbe aver ingenerato qualche fraintendimento. Torniamo sulla questione – che ormai è storica, visto che parliamo degli anni ’60, ’70 e dei primi anni ’80 del secolo passato – per provare a fare chiarezza.

Nell’articolo si parla, in verità con una semplice nota ‘di passaggio’, degli accordi politici, nella Sicilia di quegli anni, tra la DC e il Pci. Non avendo approfondito il tema, qualcuno ci ha fatto notare che l’accostamento di Salvo Lima a Rosario Nicoletti, senza le dovute precisazioni, potrebbe indurre a errate semplificazioni.

Cominciamo col dire che, nell’articolo in questione, non c’era alcuna intenzione di considerare, sullo stesso piano, Lima e Ncoletti, che nella politica siciliana di quegli anni – e soprattutto nella DC siciliana di quegli anni – hanno svolto ruoli completamente diversi.

Lima, politicamente parlando, nasce con Giovanni Gioia, dal quale si distacca alla fine degli anni ’60 per aderire alla corrente di Giulio Andreotti. E li resterà per tutta la sua vita (muore, ucciso nel marzo del 1992 a Palermo, mentre si accingeva ad organizzare una manifestazione elettorale per gli andreottiani siciliani, corrente della quale era leader insieme con “L’Ingegnere” di Catania, ovvero l’onorevole Nino Drago).

Rosario Nicoletti ha una storia politica diversa. Figlio di uno dei più importanti burocrati del Comune di Palermo (il padre, l’ingegnere Vincenzo Nicoletti, era il capo dell’Ufficio tecnico del Comune), è stato un democristiano atipico, un politico di difficile ‘lettura’ per via della sua estrema problematicità.

Democristiano di razza, grande mediatore, Nicoletti, avvocato e consigliere della Corte dei Conti, fin dagli albori della sua attività politica sapeva perfettamente cos’era in quegli anni la DC e sapeva cosa lui, nonostante le pressioni che gli arrivavano, non avrebbe mai fatto.

Impegnato in politica da giovane, nel movimento cattolico, Nicoletti viene eletto per la prima volta in Assemblea regionale a ventisei anni. E verrà eletto ininterrottamente fino alla sua morte, avvenuta nel 1984: si lancerà dal quarto piano della sua abitazione di Palermo, in via Lincon: “Un gesto che resta un mistero”, scrive Wikipedia.

A trentatrè anni è assessore regionale al Turismo, poi ai Lavori pubblici e poi ancora alla Presidenza (l’assessorato che in quegli anni si occupava della pubblica amministrazione e del personale della Regione).

Nicoletti è stato un vero autonomista, profondo conoscitore della storia della Sicilia e dello Statuto. E’ stato un convinto assertore dell’Autonomia siciliana, che a suo avviso doveva diventare la chiave di volta della modernizzazione della nostra Isola. Con una contestuale modernizzazione della burocrazia regionale (Nicoletti conosceva molto bene il Diritto amministrativo e l’amministrazione regionale).

E qui c’è una differenza sostanziale con l’idea che della politica aveva Salvo Lima. E’ vero, Nicoletti – che verrà designato segretario regionale della DC nel 1974, ruolo che occuperà fino al 1982 – è stato insieme con altri esponenti della DC, Lima compreso, protagonista della stagione politica passata allo storia come la fase della cosiddetta “Solidarietà autonomista”.

Ma, a differenza di Lima, che era un uomo politico di potere, Nicoletti andava oltre gli schemi tradizionali.

Per l’allora segretario della Dc siciliana – che si muoveva nel solco delle tesi politiche di Aldo Moro – l’incontro tra il mondo cattolico e quello comunista non era una meta di potere, ma il superamento di una fase storica che rischiava di portare l’Italia verso uno stallo politico.

Troppo intelligente per non comprendere le implicazioni internazionali che il cosiddetto ‘Compromesso storico’ si trascinava dietro, Nicoletti, con molta probabilità, deve aver intuito, se non compreso, che cosa si celava dietro il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro.

Oggi, grazie alle ricostruzioni storiche, sappiamo che le Brigate Rosse furono un mezzo attraverso il quale forze politiche internazionali – USA, Inghilterra e soprattutto la Francia – condizionavano la vita politica italiana di quegli anni. Nel 1978, anno del rapimento e dell’assassinio di Aldo Moro, certe cose si potevano soltanto intuire: e Nicoletti, con molta probabilità, qualche cosa aveva intuito.

Non solo. Da politico siciliano che conosceva molto bene la Sicilia, Nicoletti non escludeva che le forze oscure che avevano eliminato Moro per bloccare l’avanzamento del quadro politico italiano erano praticamente le stesse che avrebbero potuto non gradire un eccessivo avanzamento del quadro politico in Sicilia.

Per questo, nel 1978, quando Piersanti Mattarella – al quale Nicoletti era legato politicamente – vara il Governo con il Pci nella maggioranza programmatica è piuttosto preoccupato. Anche perché, in Sicilia, le forze internazionali che condizionavano la vita politica italiana, spesso, si servivano della mafia siciliana.

L’assassinio di Enrico Mattei, il presidente dell’ENI precipitato a Bascapè con l’aereo personale nel 1962 – delitto che ha base logistica in Sicilia – è la prova che mafia e poteri forti, in certi momenti, agivano insieme.

Non è un caso se, a metà anni ’70, Nicoletti si ritroverà accanto agli allora assessori regionali Piersanti Mattarella e Calogero Mannino. In quegli anni, all’interno della Dc siciliana, questi tre esponenti della sinistra del partito portavano avanti un’azione politica di rottura con gli equilibri del passato.

Lima, ad esempio, li tollerava, anche se non li amava. Vito Ciancimino, allora potente responsabile dell’ufficio enti locali della Dc di Palermo, invece, non li sopportava proprio.

Nicoletti è il più problematico dei tre. Con molta probabilità, è quello che capisce meglio di altri il vero significato ‘politico’ dell’assassinio di Michele Reina, allora segretario della DC di Palermo, molto vicino a Lima.

Forse, più di altri, intuisce che chi ha condizionato la politica italiana con l’eliminazione di Moro potrebbe avere interesse a bloccare anche in Sicilia il quadro politico e sociale in quegli in evoluzione. Magari servendosi della mafia, o di sigle politiche eversive: o di entrambe.

E infatti l’esperienza del Governo Mattarella si interrompe bruscamente con l’assassinio dell’allora Presidente della Regione, il 6 gennaio del 1980. Un delitto, quello di Mattarella, che segnerà profondamente la vita di Nicoletti che, da allora, non sarà più lo stesso.

 

 

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