Incendio di Alcamo: una ripicca per la delusione degli inceneritori di rifiuti bloccati?

Incendio di Alcamo: una ripicca per la delusione degli inceneritori di rifiuti bloccati?
1 agosto 2017

Inceneritori o termovalorizzatori: potrebbero essere questi gli elementi importanti di questa brutta storia. E’ l’ipotesi lanciata dal professore Silvano Riggio. “La mia – dice – è solo un’ipotesi che ho raccolto parlando con i miei amici di Alcamo. Detto questo, dico che i danni all’ambiente provocati da questo incendio sono tanti e gravi”. Il chimico Ino Genchi si chiede e chiede: “C’era un sistema efficace di prevenzione degli incendi?”. I dubbi di Aurelio Angelini: “Il sito era autorizzato per il legno e la carta, non per la plastica”

L’incendio di Alcamo si configura come un disastro ecologico. E noi siamo andati a chiedere ‘lumi’ a chi di Ecologia si occupa a tempo pieno: il docente universitario Silvano Riggio. Che ci racconta: “Che si tratti di un disastro ecologico non ci sono dubbi. Quello che posso dire, stando alle informazioni che ho raccolto, è che dietro questo incendio ci potrebbe essere la frustrazione di chi pensava, finalmente, di poter realizzare gli inceneritori di rifiuti. Ma, come sappiamo, per la seconda o terza volta è arrivato il no. Da qui la rabbia”.

“Ovviamente – precisa il docente di Ecologia all’università di Palermo – si tratta di voci che ho raccolto tra i miei amici di Alcamo”.

Di inceneritori di rifiuti – o termovalorizzatori, se producono energia – da realizzare in Sicilia si parla dai primi anni del 2000. Il Governo regionale di Totò Cuffaro era quasi riuscito a realizzare quattro. Ma, alla fine, tutto – è proprio il caso di dirlo – andò in fumo grazie a una sentenza della magistratura europea, che bloccò la realizzazione di quattro impianti nella nostra Isola per una questione legata alla celebrazione delle gare di appalto che non avevano rispettato la legislazione europea.

Successivamente, la ‘patata bollente’ è passata al Governo regionale di Raffaele Lombardo. Che per quattro anni, dal 2008 al 2012, ha detto “No” ai termovalorizzatori. Salvo, nel 2012, poco prima di andare a casa, firmare con il Governo nazionale di Mario Monti un Piano stralcio dei rifiuti che prevedeva, addirittura!, di far bruciare i rifiuti nelle cementerie siciliane. Operazione folle per fortuna bloccata.

Siamo arrivati al Governo di Rosario Crocetta. O meglio, al Governo nazionale di Matteo Renzi che ha provato ad imporre alla Sicilia un piano per la realizzazione di alcuni inceneritori di rifiuti. Ma anche in questo caso – e forse è a questo terzo no che fa riferimento il professore Riggio – è arrivato il “No” che avrebbe fatto innervosire un po’ i fautori degli inceneritori, che hanno visto sfumare, per la terza volta, un grande affare.

Resta in piedi un quarto inceneritore, che dovrebbe vedere la luce nella Valle del Mela, in provincia di Messina, tra le proteste della popolazione locale che si è schierata, in massa, contro questo progetto. Un progetto folle, che prevede di trasformare una vecchia centrale per la produzione di energia elettrica in un inceneritore di rifiuti.

E oltre gli inceneritori? “Oltre la storia degli inceneritori – ci dice sempre Riggio – siamo davanti, lo ripeto, a un disastro ecologico che andrà studiato. In questo momento non ci sono dati di fatto. Ma, a giudicare da quanto avvenuto, nell’aria sono stati sprigionati migliaia di composti che non fanno certo bene alla salute umana. Anzi. Penso, in primo luogo, alla diossine e agli antraceni. Ma anche agli ossidi di azoto e ai metalli pesanti”.

“In genere – aggiunge il docente universitario – queste sostanze vengono disperse nell’ambiente dal vento. Ma domenica i venti erano deboli. Questo non significa che non c’è stata diffusione di sostanze inquinanti, perché i venti, anche se deboli, c’erano. La diffusione c’è stata comunque e interessa la parte occidentale della nostra Isola”.

“Le parti pesanti – ci dice sempre il professore Riggio – si saranno depositate in loco -. Mentre le parti meno pesanti potrebbero essersi diffuse, lo ribadisco, nella Sicilia occidentale. La mia, ovviamente, è un’ipotesi. Dovranno essere i tecnici dell’ARPA (Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente) ad effettuare studi e ricerche su tale, delicata materia”.

“Quello che posso dire – aggiunge – è che nel territorio vicino al luogo dove si è sviluppato l’incendio – Alcamo e le campagne che si distendono attorno a questa cittadina – ci potrebbe essere stato un accumulo di particelle pesanti. Penso, in primo luogo, alle diossine e agli antraceni, che sono cancerogeni e sui quali bisognerà effettuare analisi accurate. Poi alle plastiche clorurare e alle particelle di condensa che finiranno nei suoli. E li rimarranno per un tempo lunghissimo”.

“Per il latte materno non ci dovrebbero essere problemi – precisa Riggio -. Per il bestiame, per il latte animale e per i formaggi bisognerà fare molta attenzione. Non oggi, visto che siamo in piena estate e di foraggio verde non ce n’è, ma nel futuro. I guai cominceranno quando pioverà. Ma di questo chiedete notizie al chimico Ino Genchi, sarà più preciso di me”.

Ieri sera abbiamo rintracciato al telefono Ino Genchi. Che oltre ad essere un chimico è anche un dirigente della Regione siciliana – assessorato regionale al Territorio e Ambiente – al quale ben tre Governi regionali (il Governo Cuffaro, il Governo Lombardo e l’attuale Governo Crocetta) ne hanno fatte vedere di tutti i colori.

Genchi, in materia di tutela dell’ambiente, non molla di un millimetro. E questo al potere, in Sicilia, non va proprio giù. La Regione siciliana, infatti, non si è mai opposta allo strapotere della chimica a Gela, a Milazzo e nell’area industriale di Siracusa. Per non parlare della già citata Valle del Mela. Se ci sono stati problemi per chi ha inquinato l’aria, i terreni e il mare della Sicilia – avvelenando tanta gente, che si è ammalata o è morta a causa dell’inquinamento – ebbene, questi problemi sono arrivati dalla magistratura, non certo da una politica siciliana miope e ascara.

Con enormi responsabilità che non risparmiano certo il sindacato, che in Sicilia, in molti casi, ha sacrificato la salute sull’altare di una ‘presunta’ occupazione. 

Fatta questa precisazione, proviamo a raccontare quello che ci ha detto ieri sera Ino Genchi al telefono. Precisando che ieri Ino Genchi si è recato proprio ad Alcamo per tenere una conferenza stampa. Lo abbiamo rintracciato mentre tornava a Palermo.

“Intanto vi debbo raccontare una cosa che ci ha stupito non poco – ci ha detto Genchi -. Per pura curiosità, con la nostra automobile, ci siamo diretti sul luogo del disastro. Con nostra sorpresa non solo abbiamo trovato tutto aperto, ma non c’era nessuno. Siamo entrati nell’area dove si è sviluppato l’incendio, che era ancora fumante. Che dire di altro? Era un’azienda – così ci è stato detto – che effettuava la raccolta differenziata dei rifiuti. Qui venivano ammassati grandi quantità di rifiuti di tutti i generi, ad esclusione dell’umido”.

“E’ un impianto a rischio – aggiunge il chimico -. Ci dovrebbero essere delle prescrizioni. Da quello che si sa, il vento, domenica pomeriggio, ha salvato una parte della città di Alcamo. Mentre nella parte della città che dà sul versante di Partinico ci sono stati problemi. La gente sentiva odori particolari. La domanda è: che aria hanno respirato i cittadini che hanno avvertito questo odori piuttosto intensi?”.

“Le sostanze che si sono liberate nell’aria sono state tante – ci dice sempre Ino Genchi -. Penso agli idrocarburi, alle diossine, agli antraceni, ai furani, ai policlorofenoli. Mi auguro che, questa volta, i controlli vengano fatti in modo accurato. Ne va della salute di migliaia di persone. I due esempi che mi vengono in mente, infatti, non sono rassicuranti”.

“Il primo esempio – ci dice il chimico – si è verificato circa tre mesi fa a Pomezia. Un incendio simile a quello che si è sviluppato ad Alcamo. Dove la diossina era presente in parti 700 volte superiori a quanto previsto dalla legge. Vediamo cosa ci diranno le analisi ad Alcamo e dintorni non soltanto sulla diossina, ma su tutte le altre sostanze pericolose per la salute umana”.

“Il secondo esempio – ci dice sempre Genchi – è tutt’altro che incoraggiante -. Mi riferisco all’incendio che ha colpito la discarica di Bellolampo nell’estate del 2012. Lì il monotiraggio avrebbe dovuto essere effettuato con costanza nel tempo. Invece le attività di monitoraggio, a Bellolampo, sono state interrotte”.

A Bellolampo, nei giorni dell’incendio, c’era il dubbio che i Canadair si rifornissero di acqua a mare. Complicando le cose, perché l’acqua di mare con la plastica che brucia non è proprio il toccasana (come vi abbiamo raccontato qui).

“Anche qui ad Alcamo – ci dice ancora Genchi – sono arrivati i Canadair con l’acqua di mare -. Che devo dire? Il cloro che mancava nella plastica è arrivato con l’acqua di mare…”.

Con Genchi proviamo a capire che affetti possono sortire le sostanze inquinanti liberatesi nell’aria. Alcamo, lo ricordiamo, è una zona agricola importante. A cominciare dalla presenza dei vigneti.

“Sui vigneti – ci dice il chimico – non credo che ci saranno problemi. E questo vale anche per altri prodotti: basta lavarli bene con l’acqua. Il problema arriverà con le piogge. L’acqua piovana trascinerà queste sostanze a contatto con le radici. E lì potrebbero insorgere problemi”.

“Sulla zootecnia, in questa fase, non vedo problemi – ci dice sempre Genchi -. In questo momento gli animali non vanno al pascolo. Poi, è chiaro, tutto dipenderà dai controlli che verranno effettuati nel territorio. Mi auguro, lo ribadisco, che non finisca come a Palermo con Bellolampo. Dove, con molta probabilità, le sostanze inquinanti saranno finite nella ricotta e, quindi, nelle cassate…”.

“Resta sempre il problema della prevenzione – conclude Genchi -. C’era un sistema efficace di prevenzione? Questo è un punto importante, perché questi impianti, se vanno a fuoco, creano gravissimi problemi di salute a migliaia di persone. Sono stati effettuati i controlli? Dicono che questa azienda stoccava anche rifiuti speciali. E’ vero? Ribadisco: i controlli dovranno essere accurati”.

Abbiamo raccolto anche il parere di Aurelio Angelini, docente universitario di Sociologia dell’ambiente a Palermo, da sempre impegnato sul fronte della tutela del territorio.

“Sulla genesi degli incendi che colpiscono i centri per lo stoccaggio dei rifiuti – ci dice Angelini – sono d’accordo con Claudia Mannino”.

Parlamentare nazionale eletta in Sicilia, oggi esponente del gruppo misto alla Camera dei deputati, Claudia Mannino sostiene che “il fuoco consente a chi gestisce questi centri di risparmiare un sacco di soldi evitando costosi trattamenti…” (qui l’articolo con le sue dichiarazioni).

Il professore Angelini si sofferma su alcuni particolari dell’azienda che gestiva il centro per la raccolta di rifiuti di Alcamo che è andato a fuoco:

“Questa azienda – dice Angelini – è autorizzata per 504 codici CER e dispone di 47 tra autocarri, trattori stradali, semirimorchi ed altro e per la raccolta differenziata. Il sito di Alcamo è autorizzato a operare con il CONAI solamente per la carta ed il legno e non per la plastica. Se fosse andata a fuoco la carta ed il legno l’incendio sarebbe durato poche ore…”.

FOTO  DI FRANCESCO LO CASCIO

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