La storia del Sud/ La dignità di Francesco II e di Maria Sofia e gli indegni di casa Savoia

La storia del Sud/ La dignità di Francesco II e di Maria Sofia e gli indegni di casa Savoia
9 luglio 2017

Dice Ignazio Coppola, autore di questo articolo: “Nessuna celebrazione del Borbone. Solo la ricostruzione storica degli eventi. Per ridare dignità a un giovane re e a una grande regina”. Lui ventiquattrenne, lei diciannovenne, il giovane r e la giovane regina dimostrarono una dignità che i Savoia non sapevano dove stava di casa. Leggendo, oggi il l’appello di Francesco II si coglie tutto il dramma che, di lì a poco, si sarebbe abbattuto sul Sud Italia

Il giorno 8 dicembre del 1860 dalla fortezza di Gaeta dove, con il suo esercito, cercava di resistere eroicamente e disperatamente all’assedio delle truppe italo-piemontesi di Cialdini, Francesco II, che all’epoca degli avvenimenti aveva appena 24 anni, giovane, debole e inesperto re (dopo la morte del padre Ferdinando II il suo regno durerà poco più di un anno) lanciò, ai popoli delle Due Sicilie, un appello di grande dignità e nobiltà e purtroppo premonitore delle disgrazie e delle sciagure che, sotto i Savoia, le popolazioni meridionali avrebbero drammaticamente, di lì a poco, patito e che, dopo gli errori e le debolezze iniziali, lo rivaluterà agli occhi del mondo.

Un documento che si può considerare una puntuale rendicontazione e una obbiettiva cronaca di quanto era avvenuto dallo sbarco a Marsala di Garibaldi sino a quell’inizio di dicembre del 1860 in cui, arroccato con le sue truppe nella fortezza di Gaeta, lanciò questo suo ultimo, disperato e significativo appello. Un appello che vale a comprendere, oltre che gli accadimenti di quei mesi, anche le sensibilità, l’umanità e le debolezze di questo giovane re che fu travolto fatalisticamente da avvenimenti e fatti molto più grandi di lui che è opportuno leggere attentamente per poterli meglio comprendere e giudicare.

Leggiamo insieme l’appello di Francesco II:

“Popoli delle Due Sicilie!
Da questa piazza, dove difendo più che la mia corona, l’indipendenza della patria comune si alza la voce del vostro sovrano per consolarvi nelle vostre miserie, per promettervi tempi più felici. Traditi egualmente, egualmente spogliati, risorgeremo allo stesso tempo dalle nostre sventure; che mai ha durato lungamente l’opera delle iniquità, né sono eterne le usurpazioni. Ho lasciato perdersi nel disprezzo le calunnie; ho guardato con isdegno i tradimenti e calunnie attaccavano soltanto la mia persona; ho combattuto non per me, ma per l’onore del nome che portiamo: Ma quando veggo i sudditi miei, che tanto amo, in preda a tutti i mali della dominazione straniera, quando li vedo come popoli conquistati portanti il loro sangue e le loro sostanze in altri paesi, calpestati dal piede di straniero padrone, il mio cuore Napoletano, batte indignato nel mio petto, consolato soltanto dalla lealtà di questa prode armata, dallo spettacolo delle nobili proteste che da tutte le parti del Regno si alzano contro il trionfo della violenza e dell’astuzia.
Io sono Napoletano, nato tra voi, non ho respirato altra aria,non ho veduti altri paesi, non conosco altro suolo che il suolo natio. Tutte le mie affezioni sono dentro il regno. I vostri costumi sono i miei costumi, la vostra lingua la mia lingua, le vostre ambizioni le mie ambizioni. Erede di una antica dinastia, che ha regnato in queste belle contrade per lunghi anni, ricostituendone l’indipendenza e l’autonomia, non vengo,dopo avere spogliato del loro patrimonio, gli orfani, dei suoi beni la chiesa ad impadronirmi con forza straniera della più deliziosa parte d’Italia. Sono un principe vostro, che ha sacrificato tutto al suo desiderio di conservare la pace, la concordia e la prosperità tra i suoi sudditi.
Il mondo intero l’ha veduto , per non versare il sangue ho preferito rischiare la mia corona. I traditori pagati dal nemico straniero sedevano accanto ai fedeli nel mio consiglio; ma nella sincerità nel mio cuore io non potea credere al tradimento. Mi costava troppo punire; mi doleva aprire dopo tante nostre sventure una era di persecuzione, e così la slealtà di pochi e la clemenza mia hanno aiutato la invasione Piemontese, pria per mezzo di avventurieri e poi della sua armata regolare, paralizzando la fedeltà dei miei popoli e il valore dei miei soldati. In mano a cospirazioni continue non ho fatto versare una goccia di sangue ed hanno accusata la mia condotta di debolezza. Se l’amore più tenero per i miei sudditi, se la fiducia naturale della gioventù nell’onestà degli altri, se l’orrore istintivo al sangue meritano questo nome, io sono stato un debole. Nel momento in cui era sicura la rovina dei miei nemici ho fermato il braccio dei miei generali per non consumare la distruzione di Palermo. Ho preferito lasciare Napoli, la mia propria casa, la mia diletta capitale per non esporla agli orrori di un bombardamento. Ho creduto in buona fede che il re di Piemonte che si diceva mio fratello (di fatto era suo cugino di primo grado), mio amico che mi protestava disapprovare la invasione di Garibaldi, che negoziava con il mio governo un’alleanza intima pei veri interessi d’Italia, non avrebbe rotto tutti i patti e violate tutte le leggi per invadere i miei stati in piena pace, senza motivo né dichiarazione di guerra. Se questi erano i miei torti, preferisco le mie sventure ai trionfi dei miei avversari.
Io avea dato un’amnistia, avea aperto le porte della patria a tutti gli esuli, conceduto ai miei popoli una costituzione. Non ho mancato certo alle mie promesse. Mi preparava a garantire alla Sicilia istituzioni libere, che consacrassero con un parlamento separato la sua indipendenza amministrativa ed economica, rimovendo a un tratto ogni motivo di sfiducia e di scontento. Avea chiamato ai miei consigli quegli uomini che mi sembravano più accettabili alla opinione pubblica in quelle circostanze, ed in quanto me lo ha permesso l’incessante aggressione della quale sono stato vittima, ho lavorato con ardore alle riforme, ai progressi e ai vantaggi del paese.
Non sono i miei sudditi, che han combattuto contro di me; non mi strapparono il regno le discordie intestine; ma mi vince l’ingiustificabile invasione di un nemico straniero.Le Due Sicilie, salvo Gaeta e Messina (e anche Civitella del Tronto che sarà l’ultimo caposaldo borbonico a capitolare) si trovano nelle mani del Piemonte. Che ha dato questa invasione ai popoli di Napoli e di Sicilia? Vedete lo stato che presenta il paese. Le finanze un tempo così floride sono completamente rovinate, l’amministrazione è un caos, la sicurezza individuale non esiste. Le prigioni sono piene di sospetti, invece di libertà lo stato d’assedio regna nelle province ed un generale straniero pubblica la legge marziale, decreta la fucilazione istantanea per tutti quelli fra i miei sudditi che non s’inchinino alla bandiera del regno di Sardegna. L’assassinio è ricompensato, il regicidio merita un’apoteosi, i promotori della guerra civile, i traditori del proprio paese ricevono laute pensioni che paga il pacifico contribuente( e con i saccheggi di milioni di ducati perpetrati a danno delle banche di Sicilia e di Napoli e di cui abbiamo dato conto in una precedente occasione). L’anarchia è da per tutto. Avventurieri stranieri han rimestato tutto per saziare le avidità e passioni dei loro compagni. Uomini che non han mai veduto questa parte d’Italia o che hanno in lunga assenza dimenticati i bisogni, formano il vostro governo. Invece delle libere istituzioni che io vi avea date, e che era mio desiderio sviluppare, avete avuta la più sfrenata dittatura e la legge marziale sostituisce adesso la costituzione. Sparisce sotto i colpi dei vostri dominatori l’antica monarchia di Ruggero e di Carlo III e le Due Sicilie sono state dichiarate province d’un regno lontano. Napoli e Palermo sono governati da prefetti venuti da Torino.
Vi è un rimedio a questi mali,per le calamità più grandi che prevedo. La concordia, la risoluzione, la fede nell’avvenire. Che l’oblio copra per sempre gli errori di tutti, che il passato non sia mai pretesto di vendetta,ma per il futuro lezione salutare. Io ho fiducia nella giustizia delle Provvidenza e qualunque sarà la mia sorte, resterò fedele ai miei popoli e alle istituzioni che ho sempre accordate. Indipendenza economica e amministrativa per le Due Sicilie con parlamenti separati, amnistia completa per tutti i fatti politici. Questo è il mio programma.( purtroppo era ormai troppo tardi). Fuori di queste basi non vi sarà pel paese che dispotismo e anarchia.
Difensore della sua indipendenza, io resto e combatto qui per non abbandonare così santo e caro deposito. Se l’autorità nelle mie mani, sarà per tutelare tutti i diritti, rispettare tutte le proprietà,garantire le persone e le sostanze dei miei sudditi contro ogni sorta di oppressione e di saccheggio. E se la Provvidenza, nei suoi più alti disegni, permetta che cada sotto i colpi del nemico straniero, l’ultimo baluardo della monarchia, mi ritirerò, con la coscienza sana, con incrollabile fede, con immutabile risoluzione ed aspettando l’ora inevitabile della giustizia, farò i più fervidi voti per la prosperità della mia patria e per la felicità di questi popoli che formano la più grande e la più diletta parte della mia famiglia.”

Firmato: Francesco II

Il riportare integralmente il proclama dell’ultimo re delle Due Sicilie non significa assolutamente volere fare un’apologia dei Borbone. Ce ne guarderemmo bene. Ma rileggere con attenzione questo documento ci aiuta ancora di più a comprendere tante di quelle cose e di quegli avvenimenti mai raccontati e mistificati dalle storiografie ufficiali.

Il proclama con grande dignità e senso della realtà, anche se di parte, descrive, a ulteriore riprova, verità incontrovertibili, su cose e avvenimenti che da sempre, in altre occasioni, abbiamo descritto e ampiamente documentato: i tradimenti, le corruzioni,le cospirazioni, l’invasione e l’aggressione piratesca, in dispregio al diritto internazionale, di un Regno, senza alcuna dichiarazione di guerra da parte di Garibaldi prima e dei piemontesi dopo.

Insomma, il trionfo della violenza e dell’astuzia contro la buona fede, la debolezza e il senso di pietà che, per non sottoporre i propri sudditi a bagni di sangue, lo stesso Francesco dimostrò e di cui se ne assunse le responsabilità, ma non se ne fece una colpa, sono gli ingredienti che, assieme alle congiure e ai disegni internazionali e massonici, determinarono il passaggio del Sud d’Italia dai Borbone ai Savoia e dei quali il giovane ed ingenuo re, per certi versi, ne rimase fatalmente vittima.

Ma quello che colpisce più di tutto del suo proclama è la percezione che purtroppo avvertì e predisse delle sciagure, dei dissesti finanziari, delle spoliazioni, delle malversazioni, dei saccheggi, degli eccidi, della guerra civile incombente e delle deportazioni che, di li a poco, le popolazioni meridionali e i suoi ex sudditi, avrebbero subito, con miglia e migliaia di morti, sotto i Savoia.

E quel che colpisce ancor di più, è il grande senso di dignità e di nobiltà d’animo che traspare dal documento e che lo accompagnerà per il resto della sua vita.

Quando qualche tempo i Savoia gli offriranno la restituzione dei suoi beni personali e delle sue non indifferenti ricchezze che gli avevano indebitamente saccheggiato e sottratto in cambio di ogni sua rinuncia al trono del Regno delle Due Sicilie. L’ex re sdegnatamente risponderà:

“Il mio onore non è in vendita”.

La storia non si fa con i se, né con i ma. Ma viene egualmente da chiedersi se la Provvidenza da lui tanto invocata l’avesse aiutato a rimanere sul trono sarebbe stato un buon re? Forse non sarebbe stato un grande re, ma per la sua indole e per la sua bontà d’animo, in più occasioni dimostrata, sarebbe stato certamente un re “buono” e le popolazioni del Sud non avrebbero sofferto e patito quello che soffrirono e patirono sotto il “ e galantuomo” Vittorio Emanuele II e la tanto vituperata dinastia dei Savoia che, sino alla proclamazione della repubblica nel 1948 tanti lutti e sciagure procurerà al Paese.

Il 13 febbraio 1861 con la capitolazione di Gaeta ha fine, dopo 126 anni, la dinastia dei Borbone alla guida del Regno delle Due Sicilie. Francesco e sua moglie Maria Sofia partiranno per l’esilio. Francesco morirà a soli 58 anni, ad Arco, in provincia di Trento, il 27 dicembre 1894 dove visse, con molta discrezione e semplicità, come era suo costume, gli ultimi anni della sua vita e dove i cittadini lo conoscevano come il signor Fabiani, ignorando che quell’uomo tanto riservato e distinto fosse l’ultimo re delle Due Sicilie.

Matilde Serao, che all’epoca dirigeva il “Mattino” di Napoli, giornale da lei fondato, due giorni dopo la morte il 29 dicembre sulla prima pagina in un articolo dal titolo “Il re di Napoli” così lo commemorò:

“Francesco di Borbone è morto, in un piccolo paese alpino, rendendo a Dio l’anima tribolata ma serena. Giammai principe sopportò le avversità della fortuna con la fermezza silenziosa e la dignità di Francesco II. Colui che è stato ed è parso debole sul trono, travolto dal destino, dalla ineluttabile fatalità, colui che era stato schernito come un incosciente, mentre subiva una catastrofe creata da mille cause incoscienti, questo povero re, questo povero giovane che non era stato felice un anno, ha lasciato che tutti i dolori umani penetrassero in lui, senza respingerli e senza lamentarsi; ed ha preso la via dell’esilio e v’è restato 34 anni, senza che mai nulla si potesse dire contro di lui. Detronizzato, impoverito, restato senza patria, egli ha piegato la sua testa sotto la bufera e la sua rassegnazione ha assunto il carattere di muto eroismo. Galantuomo come uomo e gentiluomo come principe ecco il ricordo di Francesco II”.

Sua moglie Maria Sofia, l’eroina della difesa di Gaeta, che a quel tempo aveva 19 anni, gli sopravviverà di molto, morirà 31 anni dopo, a Monaco di Baviera il 19 gennaio del 1925 alla veneranda età di 84 anni. Maria Sofia, sorella di Sissi, imperatrice d’Austria, a differenza del consorte aveva un carattere forte e spregiudicato e di idee progressiste. Consigliò il marito nel breve anno del regno a concedere la costituzione, amnistie e riforme sociali (con riferimento a quelle riportate e esposte nel proclama di Gaeta del 8 dicembre 1861).

Il famoso scrittore Marcel Proust, nel suo libro la Prisonniere, la definì la regina soldato sui bastioni di Gaeta:

“Femme Heroique, qui reine soldat avait fait, elle meme son coup de feu sur le reparts de Gaete”.

E più avanti Gabriele D’Annunzio, con ammirazione e affetto, la definirà “la piccola aquila bavarese”.

In Francia, durante l’esilio, ospitò nella sua casa socialisti ed anarchici tra i quali Enrico Malatesta. Con le sue idee progressiste e socialisteggianti c’è da chiedersi se il corso della storia e del destino fosse stato diverso. Nel suo caso, ancor di più, con il suo carattere e con le sue idee, vi erano tutti i presupposti affinché divenisse una buona e grande regina.

In conclusione è ancora bene ribadire che, nell’esporre i fatti su riportati, non si è intesa assolutamente fare l’apologia dei Borbone, ma si è inteso, nella cruda realtà dei fatti e degli avvenimenti, rendere giustizia a un uomo e a una donna, ancor che re e regina, che vissero con grande dignità, prima in patria e poi in esilio, la loro tragedia e quella del loro popolo.

E’ giusto rendere loro l’onore delle armi oltre che l’onore della verità storica, perché non meritavano assolutamente le ingiustizie e le ingiurie che la storiografia compiacente e prezzolata dei vincitori ha, da sempre, loro attribuite. A coloro i quali, con disprezzo, hanno sempre gridato “guai ai vinti”, nel caso di Francesco II e Maria Sofia si può invece rispondere:

“Onore ai vinti”.

Foto tratta da marzia-themisticdreame.blogspot.com

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