La tempesta giudiziaria di Trapani lambisce Palermo e il CGA. E la Sicilia? Affonda sempre di più

La tempesta giudiziaria di Trapani lambisce Palermo e il CGA. E la Sicilia? Affonda sempre di più
20 maggio 2017

La vicenda dei trasporti via mare tra la Sicilia e i suoi arcipelaghi è molto più ‘pesante’ di quello che sembra. Siamo davanti a una storia che va avanti da decenni, tra polemiche roventi e tanti, tanti, tantissimi fondi pubblici. Se si andrà avanti dobbiamo attenderci altri sviluppi imprevedibili e clamorosi. Intanto la Sicilia continua ad affondare. A cominciare da un’agricoltura sempre più messa alle strette da produzioni agricole estere (spesso di pessima qualità) che mettono in ginocchio il settore

La tempesta giudiziaria che si è abbattuta sulla Sicilia non sembra fermarsi. Partita da un’inchiesta sui trasporti marittimi tra la Sicilia e i suoi arcipelaghi, le indagini hanno coinvolto un deputato regionale candidato a sindaco di Trapani, Domenico ‘Mimmo’ Fazio, un sottosegretario di Stato, Simona Vicari (che ha già rassegnato le dimissioni), il presidente della Regione siciliana, Rosario Crocetta, burocrati dell’Amministrazione regionale, fino a lambire il CGA, il Consiglio di Giustizia Amministrativa, in Sicilia organo di appello del TAR (Tribunale Amministrativo Regionale).

Al centro di questa storia non c’è soltanto l’armatore Ettore Morace (anche lui arrestato), a capo della Liberty Lines, la società di trasporti marittimi che gestisce il 90% circa delle tratte marine in Sicilia. Al centro di questa storia c’è una politica che, tra Roma e la Sicilia, non vuole lasciarsi sfuggire nulla, a cominciare da un appalto milionario. Perché, è inutile che ci giriamo attorno, in questa storia, quello che conta è il business.

Questa è una storia che va avanti da decenni. E questa è la prima volta che la Giustizia comincia a colpire a fondo. Non è da escludere che andando avanti – e magari indietro nel tempo, in anni non troppo lontani (per esempio, nella passata legislatura, quando andarono in scena particolari movimenti societari) – possano emergere altre verità.

Non sappiamo come finirà un’indagine che si proietta anche sulle elezioni comunali dell’11 giugno. A Trapani, tra le altre cose, c’è anche la bufera giudiziaria che si è abbattuta sul senatore Tonino D’Alì, candidato pure lui a sindaco. Così, in questa città, sono due i candidati per ora sotto ‘osservazione’ da parte della Giustizia: il già citato Fazio (già sindaco di Trapani, avvocato, parlamentare di Sala d’Ercole e titolare di una nota azienda vinicola) e D’Alì.

Il presidente dell’Antimafia del Parlamento siciliano, Nello Musumeci, ha chiesto al presidente della Regione, Crocetta, di sospendere le elezioni a Trapani. Lo ha chiesto al citato presidente Crocetta che, però, è indagato pure lui e che si vorrebbe ricandidare alla presidenza della Regione.

L’inchiesta proietta qualche ombra anche su Palermo. Dove è finita sotto inchiesta anche Marianna Caronia, già parlamentare regionale, candidata al Consiglio comunale in una lista che appoggia il candidato, Fabrizio Ferrandelli. Ma, come già ricordato, l’inchiesta coinvolge anche Simona Vicari, vicina al Ministro Angelino Alfano, entrambi esponenti di uno schieramento politico che, nella ‘corsa’ a sindaco di Palermo, appoggia Leoluca Orlando.

Ripetiamo: non sappiamo come finirà questa storia. Che, in ogni caso, non è mai stata edificante. Perché le polemiche sui trasporti marittimi tra la Sicilia e i suoi arcipelaghi vanno avanti da decenni.

E’ da decenni che ci sono polemiche per i trasporti marittimi che riguardano Ustica, le isole Egadi, Pantelleria, Lampedusa, Linosa. Questione mai affrontata seriamente, con la politica – da Roma alla Sicilia – sempre pronta a ‘mediazioni’ strane. Con il contorno di burocrati e, adesso, anche con le ombre che non risparmiano la Giustizia amministrativa.

Tutto questo avviene mentre la Sicilia – questo non ci stancheremo mai di ripeterlo – affonda.

Oggi Crocetta è indagato (come potete leggere qui). Ma a differenza del sottosegretario, Simona Vicari – coinvolta per la storia di un Rolex (un orologio che non porta molta fortuna a questo schieramento politico, se è vero che, per una storia simile, un ministro alfaniano ha dovuto lasciare il Governo) – non sembra che il presidente della Regione siciliana abbia intenzione di dimettersi. Anche perché, se si dovesse dimettere, dovrebbe dire addio alla sua eventuale (e in verità un po’ improbabile) ricandidatura.

Ma mentre l’attenzione mediatica – com’è giusto che sia – si concentra sulla bufera giudiziaria, non sfugge, agli osservatori, la crisi economica e sociale di una Sicilia che si avvita su se stessa.

L’assessore regionale all’Agricoltura, Antonello Cracolici, in stile Pangloss, dice che nel suo settore tutto va bene. Forse le cose vanno bene per lui, forse vanno bene per alcuni segmenti di questo settore. Ma non vanno di certo bene per i produttori di grano duro che, da un anno, debbono fare i conti con il crollo del prezzo di questo prodotto.

In più, ormai da quasi un anno, è in corso una battaglia culturale ed economica tra un gruppo di agguerriti e determinati produttori di grano duro del Sud Italia (soprattutto della Puglia e della Sicilia, le due Regioni del Meridione dove si concentrala maggiore produzione di grano duro del nostro Paese) e le multinazionali della pasta.

I produttori di grano duro del Sud Italia, che hanno dato vita a un’associazione che si chiama GranoSalus (della quale fanno parte anche liberi cittadini), difendono il grano duro del Mezzogiorno d’Italia da quella che, nei fatti, altro non è che un’invasione di grano estero che arriva con le navi.

Ebbene, davanti a questa battaglia, che è culturale prima che economica, né il Governo regionale della Puglia, né il Governo regionale della Sicilia – entrambi a guida PD – hanno preso posizione in favore degli agricoltori. Dai Governi regionali arriva solo il silenzio. E zitto su questa vicenda continua a restare – come abbiamo scritto ieri (lo potete leggere qui) – l’assessore regionale all’Agricoltura della Sicilia, Cracolici.

Non sta zitto, invece, e passa al contrattacco il titolare di questo blog, Franco Busalacchi, candidato alla presidenza della Regione siciliana, che si è impegnato, qualora venisse eletto, a bloccare le navi cariche di grano estero che arrivano in Sicilia. Magari coinvolgendo anche le altre Regioni del Sud Italia (qui il video nel quale Busalacchi assume il proprio impegno in favore degli agricoltori siciliani).

Su questa vicenda del grano estero che arriva in Sicilia va giù duro anche Cosimo Gioia, produttore agricolo e già dirigente generale del dipartimento Agricoltura della Regione siciliana, l’unico, fino ad ora, ad aver disposto i controlli sul grano che arriva in Sicilia con le navi. E proprio per questo ‘silurato’ dal Governo regionale retto allora da Raffaele Lombardo.

Gioia non ha peli sulla lingua: non risparmia critiche all’attuale politica siciliana e chiama in causa i suoi successori ai vertici del dipartimento Agricoltura della Regione siciliana, che sulle navi cariche di grano che arrivano nei porti di Palermo, Catania e Pozzallo non hanno quello che ha fatto lui (a proprio rischio e pericolo, come racconta in questo video).

Il grano duro, ma anche altri comparti dell’agricoltura siciliana. Che oggi debbono fare i conti con una concorrenza agguerrita di frutta e ortaggi (spesso di pessima qualità) prodotti in altre aree del mondo a costi irrisori.

Frutta e ortaggi che invadono il mercato italiano mettendo in ginocchio gli agricoltori.

La concorrenza sleale travolge il pomodoro, le arance, la frutta estiva, gli ortaggi.

Come se non bastassero i problemi di mercato, ci sono anche i problemi legati ai mancati interventi della pubblica amministrazione in favore delle aziende agricole colpite dal maltempo: è il caso di Vittoria, una delle aree serricole più importanti della nostra Isola, dove gli agricoltori debbono fronteggiare i prodotti agricoli esteri a prezzi stracciati e ‘ristori’ per il maltempo che tardano ad arrivare. Di tutto e di più.

Ma non è solo l’agricoltura a pagare lo scotto della crisi. Tutta la Sicilia è in affanno. Basti pensare alla Formazione professionale che, al di là degli annunci del Governo, di fatto è bloccata. Tutto è pronto, e magari qualche corso inizierà tra l’estate e l’autunno.

Ma tutti sanno che la Regione non ha i 138 milioni di Euro per far partire i corsi dell’Avviso 8: al massimo si finanzierà qualche corso a ridosso delle elezioni regionali previste per novembre, lasciando al futuro Governo regionale l’onere di trovare i soldi.

Non va meglio per i dipendenti degli ex Sportelli multifunzionali: c’è la legge regionale, ci sono i fondi, ma tutto tace. Insomma, l’assessore regionale al Lavoro, Carmencita Mangano, temporeggia (qualche parlamentare dell’Ars l’ha ‘invitata’ a Palazzo Reale, sede del Parlamento dell’Isola, per affrontare la vicenda).

Grottesco quello che sta succedendo in materia di trasporto stradale. Il Governo regionale, su ‘ordine’ del Governo nazionale, deve ‘regalare’ il CAS (il Consorzio Autostrade Siciliane, che gestisce l’autostrada Palermo-Messina, la Palermo-Catania e la parte funzionante della Siracusa-Gela) all’ANAS. Ribadiamo: siamo davanti a un fatto grottesco, perché se c’è un soggetto dello Stato che ha sistematicamente penalizzato la Sicilia è l’ANAS.

L’ANAS, in Sicilia gestisce già l’autostrada Palermo-Trapani-Mazara del Vallo (l’unica autostrada siciliana che non cade a pezzi), la Palermo-Catania (che è un disastro) e le strade a scorrimento veloce dell’Isola, una più disastrata dell’altra.

Incredibile quello che sta succedendo sulla Palermo-Agrigento, dove non si capisce più che fine abbiano fatto i soldi di un APQ (Accordo di programma Quadro) la cui genesi risale, addirittura, ai tempi del Governo regionale di Angelo Capodicasa (1998-2000).

L’ANAS non ha mai trattato bene la Sicilia. Ma adesso il Governo nazionale ha deciso che l’ANAS deve prendere il controllo di tutte le autostrade siciliane (più le strada a scorrimento veloce che già controlla).

Perché questa ‘colonizzazione’. Con molta probabilità, per ‘spennare’ i siciliani, che non solo debbono sopportare autostrade e strade a scorrimento veloce penose, ma debbono anche pagare per percorrerle. Oggi, in Sicilia, si paga solo per percorrere la Palermo-Messina (ed è una vergogna, perché è un’autostrada che cade a pezzi) e sulla Messina-Catania (che è stata sistemata un po’ solo perché c’è il G7 di Taormina).

Il progetto del Governo nazionale è quello di ‘spremere’ ulteriormente i siciliani, introdicendo balzelli su tutte le autostrade. Il tutto per finanziare con i soldi dei siciliani prima l’ANAS e poi le società delel Ferrovie dello Stato, che dovrebbe inglobare l’ANAS.

Fino ad ora il Governo e il Parlamento dell’Isola hanno avuto uno slancio di dignità e si sono rifiutati di sottostare all’ordine di Roma. Con la scusa che si vota l’11 giugno i lavori del Parlamento siciliano sono stati rinviato a dopo il voto.

Ma dopo il voto il PD nazionale – che è il partito che considera la Sicilia una ‘colonia’ e i Siciliani gente da ‘spremere’ all’infinito – tornerà alla carica.

 

 

 

 

 

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