1 maggio 1947, strage di Portella della Ginestra: quando Li Causi strinse un patto con Turiddu Giuliano…

1 maggio 1947, strage di Portella della Ginestra: quando Li Causi strinse un patto con Turiddu Giuliano…
1 maggio 2017

A 70 anni dai fatti di Portella della Ginestra non si conosce ancora la verità ufficiale sulla prima strage di Stato dell’Italia repubblicana. Questo perché i politici della Prima Repubblica prima e i politici della Seconda Repubblica ancora oggi si rifiutano di aprire gli archivi segreti. Così squarci di verità vengono fuori a spizzichi e bocconi. Oggi il nostro Ignazio Coppola ci parla del leader del PCI siciliano di quegli anni, Girolamo Li Causi, che, al pari di altri politici e uomini dello Stato, incontrava regolarmente il bandito Turiddu Giuliano. Con l’allora ‘Re di Montelepre’ Li Causi strinse anche un patto elettorale a sostegno di Antonino Varvaro che non rispettò…

di Ignazio Coppola

Ricorre oggi, lunedì 1 maggio 2017, il 70° anniversario della strage di Portella della Ginestra. Una strage di Stato, come giustamente la si etichettò e preceduta tre anni prima da un’altra strage di Stato: quella della “rivolta del pane” avvenuta a Palermo il 19 ottobre del 1944 ad opera dell’esercito italiano: strage che lasciò sul selciato di via Maqueda, davanti Palazzo Comitini, ben 24 morti e 158 feriti. Poco meno di 3 anni dopo, l’1 maggio del 1947, altre vittime innocenti, uomini donne e bambini, 11 morti (9 adulti e 2 bambini) e 27 feriti cadranno a loro volta nella piana di Portella della Ginestra sotto il piombo, questa volta non dell’esercito, ma mafioso ed eversivo.

Mandanti, come sempre, quei poteri occulti che, come nella strage del pane dell’ottobre del 1944, esasperando i conflitti sociali, avevano interesse a pescare nel torbido. E ancora una volta furono e saranno vittime innocenti, come sempre, a pagare il conto di questa strategia perversa che è durata, con una sequela di stragi e senza soluzione di continuità, sino ai nostri giorni.

Al processo di Viterbo per la strage di Portella, ancora una volta i giudici non resero giustizia alle vittime del massacro incriminando gli esecutori e stendendo un pietoso velo sui mandanti. La strage di via Maqueda dell’ottobre del 1944, la prima dell’Italia pos-fascista, e la strage di Portella della Ginestra del Maggio 1947, la prima dell’Italia repubblicana, sono le prime di una lunga serie di stragi che si perpetueranno nel tempo e che reclamano, ancora oggi, una giustizia mai pervenuta.

Una strage, quella di Portella della Ginestra ancora oggi ignominiosamente coperta dal segreto di Stato che proprio quest’anno 2017 nel 70° anniversario avrebbe dovuto essere desecretato e vergognosamente sino ad ora non lo è stato.

Sulla strage di Portella si sono dette e scritte tante cose, ma in effetti gli avvenimenti andarono così come da più fonti storiche, giornalistiche e politiche si è cercato di accreditare? Proviamo a ricostruire i fatti.

Pochi sanno e si è tentato sempre di occultare che Salvatore Giuliano, in un momento storico della sua tempestosa esistenza, alle elezioni regionali del 20 aprile del 1947 si era schierato profondendo tutto il suo impegno a favore del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia democratico repubblicano, un movimento separatista di orientamento di sinistra che faceva capo all’avvocato Antonino Varvaro che, negli anni a venire, diverrà deputato regionale eletto nelle file del PCI.

Ma torniamo alle elezioni regionali dell’Aprile del 1947, che vedono Giuliano impegnato – lui e le sua famiglia, con in testa la sorella Mariannina con la camicetta giallo-rossa assieme a donna Jolanda, moglie dell’avvocato Varvaro – in campagna elettorale a favore del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia democratico repubblicano e, in particolare, impegnati a sostenere la candidatura di Varvaro.

Stando così le cose, come è dimostrato dai fatti, è sfatata la leggenda metropolitana che Salvatore Giuliano è stato sempre schierato con gli agrari e le forze della destra reazionaria: cosa che avverrà alle successive elezioni nazionali, in appoggio alla DC, partito di governo.

L’impegno con cui Giuliano aveva sposato la causa indipendentista dell’avvocato Varvaro era stato totale, tanto da avere incontrato, alla presenza dello stesso Varvaro, per un accordo elettorale, Girolamo Li Causi, allora leader del PCI siciliano. L’accordo era che per l’affermazione del Movimento per l’Indipendenza democratico repubblicano di sinistra e per l’elezione di Varvaro all’Assemblea regionale siciliana ci sarebbe stato l’impegno di tutti. Di Giuliano per le zone di sua competenza: Montelepre, Giardinello e territori limitrofi; e dello stesso Varvaro a Partinico e nei centri vicini; ed infine l’impegno di Li Causi per far convergere su Varvaro un po’ di voti di quei paesi dove il PCI poteva contare su un certo seguito elettorale.

Ma, come si dice in questi casi, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. Insomma, i patti non vengono rispettati. I voti promessi da Li Causi vengono a mancare e Varvaro e la sua lista non ce la fa per pochi voti. La qual cosa fa imbestialire Salvatore Giuliano, che decide di farla pagare a chi non ha tenuto fede all’impegno. Quale migliore occasione, quella del 1° maggio (appena dieci giorni dopo delle cocente delusione elettorale del 20 aprile) a Portella della Ginestra, dove Girolamo Li Causi avrebbe dovuto tenere il tradizionale comizio ai contadini e ai lavoratori?

Qui entra in scena un personaggio controverso, sempre al servizio del potere e della reazione: Ettore Messana, Ispettore generale di pubblica sicurezza, che a quell’epoca aveva 59 anni e aveva alle spalle un passato tumultuoso.

Questo personaggio – parliamo di Ettore Messana – l’8 novembre del 1919 lo troviamo protagonista nella strage contadina di Riesi, un paese del Nisseno dove una pioggia di pallottole si abbattè su inermi manifestanti con un bilancio di 20 morti.

Poi si specializza nel ventennio fascista in persecuzioni nei confronti degli Sloveni per conto del regime mussoliniano, nella sua qualità di questore di Lubiana, nel 1941. Poi è a Trieste nel ’42-’43 fino alla destituzione di Mussolini. Con la caduta del fascismo il suo nome compare in un elenco di 35 ricercati per crimini di guerra. A tracciare il profilo di Messana è la commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra, su indicazione del governo Jugoslavo.

Nel 1945 Ettore Messana, sul quale pendevano gravi atti di accusa ampiamente documentati, anziché essere incarcerato viene inspiegabilmente mandato in Sicilia e promosso al ruolo di Ispettore generale di pubblica sicurezza dal Governo Bonomi, ufficialmente per combattere il banditismo, ma in buona sostanza, con la sua passata esperienza al servizio del fascismo, per contrastare l’avanzata in Sicilia delle forze progressiste social-comuniste del Blocco del popolo che, appunto, nelle elezioni regionali siciliane dell’aprile 1947 ottengono un significativo successo.

E’ a questo punto che Ettore Messana viene a conoscenza, attraverso i suoi infiltrati nella banda Giuliano – e, in particolar modo, da Salvatore Ferreri detto “Fra Diavolo” – dell’intenzione di Giuliano di andare il 1° maggio a Portella per catturare Li Causi e fargli pagare il mancato accordo elettorale. L’occasione è ghiotta e cade a fagiolo per scaricare la responsabilità della strage su Salvatore Giuliano e la sua banda.

A Portella Li Causi “stranamente” non si presenterà per sopravvenuti impegni ed al suo posto avrebbe comiziare il giovane sindacalista della Federterra, Francesco Renda, al quale prima di arrivare a Portella, ironia della sorte, gli si sfascia la moto sulla quale viaggiava. Toccherà al calzolaio Giacomo Schirò, segretario della sezione socialista di San Giuseppe Jato, di iniziare le celebrazioni dell’1 maggio.

Appena iniziato a parlare, sulla folla presente alla manifestazione per parecchi minuti comincia a piovere dai lati dei due costoni delle due montagne la Pizzuta e la Cumeta una grandinata di proiettili lasciando sul terreno 11 morti – di cui due bambini – e 27 feriti.

Le armi degli uomini di Giuliano, non essendo di lunga gittata, non potevano con i proiettili raggiungere i manifestanti, mentre lo poteva la mitragliatrice Breda modello 30 in dotazione a Salvatore Ferreri (“Fra Diavolo”), il confidente di Messana, che sparava sulla folla da posizione più ravvicinata rispetto al posto dove si trovavano gli altri uomini di Giuliano. Mentre dalla Cumeta, dove non erano appostati gli uomini di Giuliano, contemporaneamente partirono altri colpi mortali che fecero alcune vittime.

Ma chi aveva sparato dalla Cumeta? Si disse squadre di mafiosi, mentre addirittura lo storico Giuseppe Casarubea parla di esponenti della X MAS che furono appositamente fatti arrivare sul luogo e il ritrovamento di bossoli e di proiettili in dotazione appunto alla X MAS lo comproverebbero. Tutto questo a dimostrazione che, per fermare l’avanzata social-comunista a Portella, sotto un’occulta e abile regia, le forze reazionarie, conservatrici ed eversive si servirono, ancora una volta, della mafia, dei residuati del fascismo e di killer, scaricando la responsabilità della strage di Portella su Salvatore Giuliano, che quel giorno era andato per lì altri fini.

Quando poche ore dopo la strage di Portella Girolamo Li Causi arrivò in Prefettura, a Palermo, gli corse incontro l’Ispettore generale di pubblica sicurezza Ettore Messana che gli disse ansimante e ancora con il fiatone in gola:

“E’ stato il bandito Giuliano!”.

“E lei come fa a saperlo”, rispose prontamente il dirigente comunista che di Messana aveva sempre avuto disistima e di cui diffidava e di cui continuò a diffidare in seguito.

Con quella affermazione Messana si era tradito: come faceva a sapere, dopo poche ore dalla strage, che era stato il bandito Giuliano? Più avanti Giuliano, pur ammettendo la sua presenza a Portella, rifiutò sempre la responsabilità della strage, dichiarando di non avere mai dato ordine di sparare sui civili. E in seguito, poi, in una lettera inviata dallo stesso Giuliano, nell’aprile del 1950, ai giudici della Corte di Assise di Viterbo che lo processavano in contumacia per la strage, affermava tra l’altro:

“Quella doveva essere una sparatoria dimostrativa. Ma a qualcuno è tremata la mano”. (Appunto, guarda caso, a Salvatore Ferreri detto “Fra Diavolo”, come già ricordato, confidente dell’Ispettore Messana).

Qualche tempo fa, svolgendo le mie ricerche sui fatti di Portella – fatti che mi hanno sempre appassionato – parlando con un ex senatore della Repubblica, all’epoca dei fatti già dirigente del PCI, personaggio oggi più che novantenne, ho appreso qualche particolare di questa storia. Questo personaggio mi ha confidato che, a metà degli ’50 anni quando da giovane, per motivi politici e sindacali, era stato imprigionato all’Ucciardone, nell’ora d’aria aveva avuto modo di parlare con alcuni componenti della banda Giuliano, i quali, a proposito della strage di Portella della Ginestra, ebbero a dirgli:

“Ci hanno condannati come criminali. Ma lei ritiene che potevamo essere così criminali a tal punto da sparare addosso alla nostra gente e ai nostri paesani? A Portella non abbiamo sparato noi”.

La strage di Portella fu la prima strage di Stato dell’Italia repubblicana. Oggi, a distanza di 70 anni, le vittime ed i loro discendenti di quella esecrabile strage attendono giustizia e aspettano ancora di sapere come andarono i fatti e chi furono i mandanti. Una giustizia mai pervenuta, in questi lunghi anni, e che mai perverrà se il segreto di Stato su questa terribile vicenda della nostra storia non verrà finalmente rimosso.

Come è giusto che sia rimosso in tutte le altre stragi ed eccidi che si sono susseguiti da Portella in poi, in una lunga scia di sangue e di turpitudini che ha visto, da sempre, protagonisti, in una sconvolgete continuità storica, un mix di soggetti: Stato, mafia, banditismo, potere politico, servizi segreti, massoneria deviata e quant’altro. Vicende che hanno ammorbato e continuano ad ammorbare, sino ai nostri giorni, la vita degli italiani, in un percorso caratterizzato, troppo spesso, da una criminale politica eversiva.

Quando ce ne potremo liberare? Con l’aria che tira sarà difficile.

“Signor giudice: banditi, mafia, politici e carabinieri eravamo tutti la stessa cosa come la santissima Trinità”: così urlò rivolto al magistrato, Gaspare Pisciotta, luogotenente di Giuliano, al processo di Viterbo a conclusione di una delle udienze in cui era imputato assieme ad altri per la strage di Portella. A distanza di più di sessanta anni, da quella lapidaria e significativa frase urlata da Pisciotta, nella logica di una aberrante continuità storica, stando a quanto ci è dato di assistere e di apprendere dalle risultanze processuali del processo in corso a Palermo sulla trattativa Stato-Mafia, nulla, da Portella ad oggi sembra sia cambiato.

 

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