I migliori Siciliani dell’anno: Don Palmiro Prisutto e Nino Di Matteo

I migliori Siciliani dell’anno: Don Palmiro Prisutto e Nino Di Matteo
30 dicembre 2016

Il primo – don Palmiro Prisutto – è il sacerdote che, da anni, denuncia la presenza di malati e di morti ad Augusta e dintorni a causa dell’inquinamento industriale. Ma anche i rischi legati a un’area sismica e alla presenza militare. Il secondo – il Pm Nino Di Matteo – non è solo il magistrato protagonista del processo sulla trattativa tra Stato e mafia – ma è anche, anzi, soprattutto, l’uomo dello Stato che denuncia la presenza della borghesia mafiosa: ovvero personaggi che occupano ruoli importanti nella società aiutando, a tutti i livelli, gli uomini di Cosa nostra. Un giusto riconoscimento a due uomini simbolo della Verità e della Giustizia   

Non abbiamo avuto nessun dubbio, nessuna difficoltà nello scegliere i Siciliani migliori del 2016 e siamo certi che i nostri lettori saranno d’accordo con noi. Innanzitutto perché, a ben guardare, lo sono stati anche negli anni precedenti e con ogni probabilità lo saranno anche in quelli a venire. Poi perché, fatta eccezione per quelle persone che non sono note al pubblico e che ogni giorno compiono piccole azioni straordinarie, davvero non c’è stato imbarazzo della scelta.

Don Palmiro Prisutto, il prete di Augusta che da anni denuncia “l’olocausto industriale” della martoriata zona in cui vive e il PM Nino Di Matteo, magistrato simbolo del processo sulla trattativa Stato-mafia che non si stanca mai (quelle rare volte in cui la grande stampa gli dà la parola) di denunciare le collusioni della borghesia e della politica, hanno molto in comune: il coraggio, la libertà, l’intelligenza, la fede nel ruolo che ricoprono e che interpretano secondo lo spirito più autentico di servizio alla comunità.

Sono gli anti ascari per eccellenza. Non si vendono, non tradiscono la comunità che rappresentano, ognuno nel proprio campo. Non rinunciano alla verità e alla giustizia nemmeno quando flotte di miserabili provano a screditarli, a trasferirli, a fermarli.

Uomini giusti, quindi virtuosi direbbe Aristotele. Uomini che hanno scelto da che parte stare, senza esitazioni.

Perché la giustizia e la verità non stanno mai nel compromesso, non stanno nel mezzo. Come ci ricorda Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi ci sono troppi “prudenti” che “predicano sempre che la perfezione sta nel mezzo; e il mezzo lo fissan giusto in quel punto dov’essi sono arrivati, e ci stanno comodi”. 

Don Palmiro Prisutto e il giudice Di Matteo hanno scelto, anche se non è affatto comodo.

Ricordiamo, tra le tante iniziative del prete di Augusta contro l’inquinamento ambientale, una lettera ai giornali, poi inviata al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in cui denuncia senza paura le alte cariche dello Stato:

“Dobbiamo morire, sì; ma non essere assassinati dalle istituzioni… Sono poche, credo, in Italia, le città che come Augusta, si trovano esposte a ben tre rischi: sismico, chimico-industriale e militare. Ma di questa città e del suo triste destino si preferisce non parlare… Se mettessimo insieme il numero dei morti e dei feriti degli incidenti industriali, degli infortuni sul lavoro, e se unissimo ad essi il numero di morti per tumori ed il numero dei bambini malformati, potremmo parlare, senza alcuna retorica, di strage: ma di una strage di Stato… Una strage silenziosa che ha fatto più vittime dell’incidente di Marcinelle e delle Fosse Ardeatine che lei, da presidente, ha recentemente visitato. L’assassino silenzioso è il cancro, provocato dall’inquinamento industriale che dura pressocché impunito da oltre sessanta anni…”. 

Del Pm Di Matteo, protagonista di un’inchiesta e di un processo che fa paura a tanti – parliamo della trattativa Stato-mafia, che si sviluppa nel solco del lavoro di Chinnici, Falcone e Borsellino – vicenda che lo ha reso l’uomo più inviso all’establishment, segnaliamo anche il volume Collusi nel quale si parla di una mafia che è è passata dal tritolo alle frequentazioni nei salotti buoni, facendosi più insidiosa che mai; anche se le bombe tacciono, il dialogo continua: tra politica, lobby, imprenditoria e logge massoniche si moltiplicano i luoghi franchi in cui lo Stato è assente”. (editore Bur Rizzoli, euro 16,50).

E ancora:

“La drammatica consapevolezza che ho maturato, durante il mio impegno a Caltanissetta ed a Palermo, è che per sconfiggere Cosa Nostra una volta per tutte, dobbiamo guardare anche dentro lo Stato”.

Ecco uno spaccato della borghesia mafiosa:

“Loro, personaggi che stavano e stanno nelle alte sfere e che non trattano certo in prima persona, ma che agiscono attraverso una rete ben strutturata e ben addentrata di intermediari che hanno la possibilità di avere contatti con entrambe le parti senza destare sospetti; imprenditori, commercianti, medici famosi, avvocati o anche membri delle forze dell’ordine, gente al di sopra di ogni sospetto, persone sicure di sé che si fanno irretire, rischiano sulla loro pelle a fronte di promesse fasulle, fino alla resa dei conti”.

Su Totò Riina: la verità è che anche la trattativa con gli uomini dello Stato – di cui parlò la prima volta Brusca (1996) – gli sta stretta: “Io non cercavo nessuno, erano loro che cercavano me”, dice il boss. Le esternazioni di Riina, secondo Di Matteo, hanno un obiettivo: “Ribadire il ruolo che ha svolto negli ultimi trent’anni e allontanare l’idea che sia stato un pupo nelle mani di forze occulte annidate dentro lo Stato” (p. 8).

“Subito dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio sembrava iniziata una vera e propria rivolta contro la mafia, a tutti i livelli”. E oggi? C’è un riflusso, “una sorta di stanchezza e di fastidio nei confronti di quelle indagini che miravano a scoprire in che modo la mafia sia ancora ben presente dentro le stanze del potere.”

Di Matteo e don Prisutto: due Siciliani doc di cui andare fieri. 

A loro  i nostri migliori auguri nella speranza che diventino modello per tanti di noi.

 

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