La Sicilia come la Grecia, Massimo Costa: “Licenzieranno centomila persone. Prepariamoci all’Indipendenza”

La Sicilia come la Grecia, Massimo Costa: “Licenzieranno centomila persone. Prepariamoci all’Indipendenza”
2 dicembre 2016

Ieri l’Ars ha approvato la legge di assestamento di Bilancio con un ennesimo mutuo da 65 milioni di Euro per erogare ai Comuni i soldi scippati dal Governo Renzi. L’indebitamento della Regione ormai supera gli 8 miliardi di Euro. L’indebitamento di tutto il sistema Sicilia (Regione più Comuni, ex Province, società ed enti regionali e comunali) si attesta intorno ai 25 miliardi di Euro. Debiti contratti con la Cassa Depositi e Prestiti e con le banche. Nessuno lo dice, ma Roma sta preparando per la Sicilia una svolta tipo Grecia: licenziamenti di massa di dipendenti pubblici. Il leader di Siciliani Liberi Massimo Costa lancia la sfida: un presidente della Regione indipendentista per ricusare questo “debito immorale” e ripartire da zero 

Tra i tanti contributi ‘a pioggia’ e le clientele previste nella manovra di assestamento di Bilancio 2016 approvata ieri sera dal Parlamento siciliano c’è anche un nuovo mutuo da 65 milioni di Euro. E’ un mutuo che servirà per pagare le rate di altri mutui: per la precisione, le rate dei mutui dei Comuni.

L’argomento l’abbiamo già trattato, come potete leggere qui di seguito:

La Regione siciliana farà un mutuo per pagare altri mutui… E poi alleggerirà i futuri pensionati

Quello che sta succedendo è noto: il Governo Renzi ha tagliato i fondi alla Regione siciliana e ai Comuni. Per tutta risposta, la maggioranza ‘ascara’ di centrosinistra dell’Assembea regionale siciliana ha contratto un altro mutuo per fare pagare ai Siciliani altri 65 milioni d Euro scippati alla Sicilia dal Governo Renzi (altri 50 milioni di il Governo Crocetta-PD, nel silenzio generale, li già scippati dal Fondi pensioni della Regione, cioè ai futuri pensionati dell’Amministrazione regionale).

Affrontiamo questi temi e, in generale, le questioni della finanza della Regione con il professore Massimo Costa, economista, docente universitario e presidente del Movimento Siciliani Liberi.

Allora professore Costa, a fine anno è arrivato un nuovo mutuo che viene presentato come un investimento…

“Le buone intenzioni non mancano mai, ma i dati strutturali dicono altro. Un debito è sempre un debito. Nelle aziende private il debito, fino a un certo punto, può fare aumentare il reddito futuro, per il cosiddetto effetto leverage, e quindi non è sempre necessariamente un male. Nelle aziende pubbliche, invece, anche gli investimenti sono in ultimo spese, e per effetto del principio di unità del bilancio, secondo il quale il totale delle entrate finanzia il totale delle spese e non specifiche voci, dire che un’entrata finanzia una specifica spesa, per investimenti in questo caso, è un puro artificio contabile. La realtà è un’altra, ‘stranamente’ occultata dai media, ed è a dir poco drammatica, anzi tragica. Esiste uno ‘sbilancio strutturale insanabile’ tra le entrate e le uscite della Pubblica amministrazione siciliana. Molti non hanno compreso dove ci sta conducendo tutto ciò”.

Spieghiamolo meglio ai nostri lettori: cosa intende per “strutturale”?

Il problema non è di natura contingente, è strutturale, come ho detto, e non riguarda solo la Regione, ma tutto il sistema degli enti pubblici della Sicilia. Provo a semplificare. Lo Stato, in attuazione dello Statuto, ha progressivamente traslato tutte le spese pubbliche siciliane sulle spalle della Regione e degli enti locali. Oggi lo Stato, in Sicilia, si occupa solo degli apparati militari e repressivi (esercito, polizie e magistratura), degli stipendi dei professori della scuola, dà un modesto – sempre più modesto – contributo alla sanità (la spesa pro capite più bassa d’Italia). Per il resto, tutto è addossato sulle spalle dei Siciliani, e qualche goccia, sempre meno di anno in anno, a carico degli enti locali. Dopo di che c’è il nulla: dal lato della spesa la Sicilia è come se fosse uno Stato indipendente. Tutti gli enti funzionali e locali non trovano, come nel resto dell’Italia, uno Stato che faccia da garante di ultima istanza dei loro squilibri. O, meglio, il garante c’è, ma è la povera Regione, trattata – dal lato della spesa – come un vero e proprio stato sovrano”.

Per la Spesa la Sicilia è uno Stato sovrano. E per le entrate?

“Dal lato delle entrate, invece, con buona pace dei detrattori dell’Autonomia, la stessa Autonomia è un miraggio. Le risorse maturate in Sicilia vanno solo in piccola parte alla Regione, e solo per qualche briciola agli enti locali; per il resto, sono tutte assorbite dallo Stato o da aziende in un modo o in un altro riconducibili allo Stato. In questo quadro, nell’ultimo decennio, il dirottamento di risorse dalla Sicilia al Continente, da sempre presente, ha assunto livelli progressivi, di anno in anno, e quindi insostenibili. Non ci vuole molto a comprendere che un sistema del genere non tarda prima o poi a collassare”.

Però, stando alla cronaca politica siciliana, non si vedono scene isteriche nel “Palazzo”. Il calabrone continua a volare, contrariamente a tutte le leggi della fisica che dicono che si dovrebbe schiantare al suolo…

E questo è proprio il cuore del problema: com’è che vola? Il punto di ritorno, dopo un avvitamento che è iniziato nei primi anni del nuovo Millennio, coincide con l’ascesa alla Presidenza di Rosario Crocetta. Dal 2012, infatti, le residue resistenze, invero assai deboli, alle pretese sempre più violente ed arroganti di Roma, sono cadute, anzi giungono voci, dal Ministero, che Palermo conceda a Roma anche quello che questa non chiede. Ormai la ‘calata di braghe’ è diventata costume politico, vera e propria norma di vita per questa classe politica. Emblematico il titolo, quasi un ossimoro, di un giornale di qualche giorno fa: ‘Gli autonomisti per il sì al referendum’. Cioè i presunti autonomisti in prima linea nella lapidazione di ciò che resta dell’Autonomia”.

Insomma, Roma si prende i soldi e l’attuale Governo regionale indebita le generazioni future.

“In questo quadro, la sopravvivenza si è garantita sinora con due strumenti, i più miopi di tutti: la contrazione di mutui e il taglio ai trasferimenti agli enti locali. Con il primo strumento si tira a campare. Si pensi che dagli anni ’90 alla Presidenza Lombardo la Regione aveva superato i 5 miliardi di debito, che ancora tutto sommato era gestibile. In 4 anni siamo già praticamente a oltre 8 miliardi di Euro di indebitamento. Questo piccolo mutuo di oggi si aggiunge a tutti gli altri. Uno stillicidio continuo che avrà conseguenze drammatiche e che ha il fiato corto. Mentre sotto il secondo punto di vista, la Regione, strangolata dallo Stato, tenta nel suo piccolo di strangolare i Comuni, togliendo loro la linfa vitale”.

Quindi oltre 3 miliardi di Euro in 4 anni di debiti in più. Non c’è il rischio di un definitivo tracollo della Regione, anche sul piano dell’immagine?

No, non solo 3 miliardi in più. Quelli sono solo quelli in capo alla Regione. Quella che era la grande ricchezza dello Statuto e cioè il controllo dell’intera Pubblica amministrazione da parte della Regione si è trasformata nel nostro principale cappio. Perché i debiti ‘nascosti’ negli enti controllati e vigilati fanno capo, in ultimo, alla sola Regione. Non ci sono, purtroppo, dati ufficiali, ma ci sono studi, non aggiornatissimi, che parlano di un debito a due cifre, ormai probabilmente intorno ai 25 miliardi di Euro. La Sicilia intera galleggia su un mare di debiti, e qualcuno prima o poi chiederà di pagare il conto. Anche perché ‘tagliare ai Comuni’ non è che nascondere la polvere sotto il tappeto. I Comuni devono comunque garantire alcuni servizi essenziali, come la raccolta dei rifiuti ad esempio, e quindi non possono fare altro che indebitarsi a loro volta, ovvero andare a bussare a ‘mamma Regione’. La quale, magari per motivi elettorali, si trova costretta a dare loro (come in questa occasione) un po’ di ossigeno, riprendendo ad indebitarsi essa stessa. Fino a quando può durare questo gioco? Io ho un’idea”.

E allora ce la racconti.

L’Italia stessa è adesso in un mare di guai e di debiti. Probabilmente dovrà uscire dall’Euro se vuole sopravvivere. Ma, nel frattempo, dovrà far quel che può, e fra ‘quel che può’ c’è in animo letteralmente di ‘sbranare’ ciò che resta del Sud e, in particolare, della Sicilia. Ma questo non si può fare sotto referendum e sotto elezioni regionali e politiche. La ‘resa dei conti’ è rinviata di un paio di anni. Avete notato che il linciaggio mediatico collettivo della Sicilia sembra un po’ sottotono? Si mantiene quel tanto che basta a giustificare, domani, l’aggressione finale; aggressione che si presume sarà applaudita dai Siciliani che saranno convinti, come tutti gli italiani, che il dissesto siciliano sia dovuto ad una particolare intensità della spesa pubblica. Ma le cose – come abbiamo visto – non stanno affatto così”.

E allora?

“E allora bisogna ‘comprare il consenso’ per qualche mese ancora. E quindi il debito deve andare avanti, ad ogni livello. Bisogna promettere qualcosa a tutti: ai forestali di essere assunti a tempo indeterminato, e sperare anche che ci credano; ai Comuni bisogna risolvere i problemi imminenti e consentire il piccolo cabotaggio elettorale dei sindaci piddini; ai dipendenti delle ex Province bisogna far credere che il prossimo anno riceveranno gli stipendi; ai precari bisogna fargli credere non soltanto che il prossimo anno verranno pagati, ma anche che verranno stabilizzati; e così via. Ma poi…”.

Poi?  

“Poi, a referendum approvato e Parlamento rinnovato con una forte legge maggioritaria, la Sicilia sarà nuda e indifesa e – scusate la brutalità – sarà inevitabilmente violentata. Non avremo più mezzi costituzionali per difenderci. Il ‘creditore’, sia esso quello pubblico della Cassa Deposito e Prestiti, sia esso quello privato, delle banche, che magari hanno bisogno di risorse per mettersi a posto dai guai che hanno combinato con le loro speculazioni, presenteranno di colpo il conto. È la stessa strategia adottata dalla Trojka in Grecia: prima il debito, poi le catene e la miseria”.

Che succederà?

Prepariamoci ad almeno centomila persone espulse dal mercato del lavoro per le inevitabili politiche restrittive che ne seguiranno. Prepariamoci a frugare nell’immondizia o a fare il biglietto di sola andata per i nostri figli. I segnali già ci sono: ci sono Comuni in cui non si riesce neanche a comprare il toner per la stampante. Il quadro è semplicemente tragico, anche, anzi soprattutto, perché il siciliano medio non vede bene da dove viene tutto ciò e cade nella depressione, nel fatalismo, nel qualunquismo, o se la prende col nemico sbagliato: l’Autonomia che non c’è”.

Non può lasciarci con questo quadro a tinte fosche. Ci dia almeno una speranza.

Va bene. Una speranza c’è, e non è neanche tanto irrealistica. I Siciliani, non tutti, ma molti, molti di più di quanto si pensi, ora sanno. E si stanno organizzando politicamente di conseguenza per questa resistenza. Intanto daranno un bello schiaffone a Renzi bloccando la riforma autoritaria del referendum del 4 dicembre. Poi potrebbero anche riprendersi la Regione l’anno prossimo, con proprie forze politiche (io mi auguro definitivamente indipendentiste, come noi Siciliani Liberi, ma comunque siciliane), o comunque condizionare le maggioranze. E infine, alle politiche, magari dal Senato, esprimere un numero di rappresentanti da tenere per le p… il Governo nazionale”.

Resterebbe sempre questa montagna di debiti che hanno fatto contrarre alla Regione in buona parte per compensare i tagli dello Stato. Come li paghiamo?

Ricusandoli. Sono semplicemente ‘debiti immorali’ contratti con la frode e il coltello piantato dietro la schiena. L’importante è ‘prendersi’ – cioè istituire – con le buone o le cattive, l’Agenzia delle Entrate della Sicilia, e con quella ripartire da zero. Se l’Ecuador è riuscito a dichiarare immorali i debiti che gli erano stati imposti, quelli della Sicilia non lo sono da meno. Il nostro nuovo Presidente della Regione – che noi ci auguriamo sia un indipendentista – li dichiarerà contratti sotto ricatto e non li pagherà, punto e basta, semplice. Se li paghi la Repubblica Italiana i debiti che hanno fatto contrarre alla nostra Regione. Guardi che il problema non è giuridico, non è ad una corte che ci rivolgiamo, ma è politico. Se non si fa come diciamo noi, o cade il Governo nazionale, o si organizza un Plebiscito per l’Indipendenza della Sicilia. Naturalmente con il consenso dei Siciliani. Il segreto è sempre e solo quello”.

Una strada non semplice… 

“Se avremo i Siciliani con noi, nessuno ci potrà sconfiggere. Che faranno? Arresteranno il Presidente della Regione? Ne farebbero un Nelson Mandela. A quel punto per l’Italia, in Sicilia, sarebbe solo la fine. Non facciamoci intimidire: la loro forza è soltanto la nostra paura. E noi Siciliani, nei momenti storici cruciali, abbiamo sempre fatto terra bruciata attorno ai tiranni. Anche questa volta sarà così”.

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