Follie di Sicilia: prima regione italiana per agricoltura biologica, ma invasa da ortofrutta cinese e nord-africana piena di pesticidi!

Follie di Sicilia: prima regione italiana per agricoltura biologica, ma invasa da ortofrutta cinese e nord-africana piena di pesticidi!
28 agosto 2016

Perché succede tutto questo? Perché multinazionali e grande distribuzione organizzata ci impongono frutta e ortaggi prodotti nelle aree del mondo dove il costo del lavoro è bassissimo. Ma sono prodotti spesso pieni di veleni che la nostra agricoltura ha bandito perché dannosi per la salute umana. Ci impongono questi prodotti dannosi per la nostra salute per distruggere la nostra agricoltura. Poi, quando l’hanno distrutta, ci propinano sempre prodotti scadenti a prezzi elevati: proprio quello che sta succedendo con i limoni

Da qualche settimana stiamo cominciando a ragionare sul cibo che finisce sulle nostre tavole. Non ci convince il grano duro che arriva con le navi a Palermo, a Catania e a Pozzallo (come abbiamo scritto qui). E abbiamo segnalato con piacere che il nostro Paese (ma lo farà?) si accinge a bloccare il grano duro pieno di glifosato (come potete leggere qui). Ci siamo interrogati sul perché i nostri limoni – i limoni siciliani – non ci sono più (come potete leggere qui). Oggi vogliamo ampliare un po’ il ragionamento sull’agricoltura biologica.

Cos’è l’agricoltura biologica? Dovrebbe essere un’agricoltura senza pesticidi. Un’agricoltura che tutela l’intero ecosistema agricolo, sfruttando la naturale fertilità del suolo, che viene favorita con interventi limitati. Il tutto promuovendo la cosiddetta biodiversità presente nell’ambiente, escludendo categoricamente l’utilizzo di prodotti di sintesi e gli organismi geneticamente modificati.

Nell’agricoltura biologica sono importanti gli aspetti agronomici. La fertilità del terreno viene salvaguardata utilizzando soltanto fertilizzanti organici. Valorizzando le rotazioni colturali (le colture che si alternano da un anno all’altro, con riferimento, ovviamente, alle culture erbacee: per esempio, il grano e la fava).

Molto importante è anche il mantenimento e, là dove è possibile, della struttura dei terreni agricoli.

Altro elemento importante – se non centrale – dell’agricoltura biologica è la lotta alle avversità delle piante: quindi la lotta ai microrganismi di origine fungina, la lotta contro gli insetti che distruggono piante e frutti, la lotta contro batteri e virus.

L’agricoltura biologica riguarda anche la zootecnia, cioè l’allevamento di animali. Che vanno allevati con tecniche rispettose dell’ambiente e della salute degli animali e, quindi, dell’uomo. Va da sé che gli animali debbono essere nutriti con prodotti che non contengono pesticidi. Per le cure di particolari malattie si dovrebbero utilizzare rimedi omeopatici e fitoterapici (cioè piante, ovviamente prive di pesticidi). I medicinali allopatici (leggere medicina tradizionale) dovrebbero essere utilizzati nel rispetto dei regolamenti.

Volendo fare un riferimento storico, possiamo affermare che l’agricoltura biologica affonda le radici nell’agricoltura precedente alla ‘rivoluzione chimica’ degli anni ’70 del secolo passato, quando per combattere le malattie che colpivano le piante si utilizzavano soltanto prodotti naturali. Insomma, niente prodotti chimici di sintesi. E niente esternalità negative, cioè inquinamento dell’ambiente.

Questa premessa è doverosa per iniziare a ragionale sulla nostra Isola che, almeno sulla carta, dovrebbe essere quella con l’agricoltura più ‘biologica’ d’Italia. Una scelta che è frutto degli investimenti, in materia di promozione dell’agricoltura biologica, fatti a cominciare dalla seconda metà degli anni ’90 del secolo passato. Non che prima degli anni ’90, in Sicilia, non si ragionasse sull’agricoltura biologica: vogliamo soltanto affermare che, da allora, la pubblica amministrazione siciliana – con riferimento alla Regione – ha posto grande attenzione (con cospicui investimenti) ai temi dell’agricoltura biologica.

Un fatto ci deve fare riflettere: con il Piano di Sviluppo Rurale (PSR) 2007-2013 – cioè con una parte dei fondi europei destinati all’agricoltura siciliana – sono stati stanziati circa 350 milioni di Euro solo per l’agricoltura biologica della nostra Isola. Una somma enorme (per la precisione, dopo qualche intoppo burocratico, l’erogazione di questi fondi dovrebbe essere quasi completata o in via di completamento).

Non sappiamo quale sarà la destinazione finanziaria finale con il PSR 2014-2020. Ma sappiamo con certezza che, con investimenti pubblici così cospicui, la Sicilia dovrebbe essere letteralmente invasa da prodotti agricoli biologici.

Invece assistiamo a una situazione paradossale: invece di essere invasi dai prodotti agricoli biologici siciliani siamo letteralmente invasi da prodotti agricoli che arrivano dal Nord Africa, dalla Cina, dai Paesi asiatici. In Sicilia subiamo un corto circuito tra ciò che la nostra agricoltura è in grado di produrre e ciò che finisce sulle nostre tavole.

Perché avviene tutto questo? Perché i negozi artigianali che ci garantivano di far arrivare sulle nostre tavole i nostri prodotti vanno diminuendo, se non scomparendo. Sostituiti dalla grande distribuzione organizzata che, alla fine, ci semplifica la vita nel fare la spesa.

Ma è una semplificazione a doppio taglio. Perché la grande distribuzione organizzata è legata a doppio filo alle multinazionali che si sono impossessate di immensi appezzamenti di terreno nel Nord Africa. Dove si producono ortaggi e frutta con un costo del lavoro bassissimo e con largo uso di pesticidi che il nostro Paese ha bandito dalla fine degli anni ’70 e negli anni ’80 del secolo passato perché dannosi per la salute dell’uomo.

Così multinazionali e grande distribuzione organizzata, di comune accordo, fanno arrivare sulle nostre tavole ortaggi e frutta a prezzi bassi che impediscono ai produttori agricoli siciliani di difendersi. Ci fanno mangiare prodotti che Dio solo sa come sono coltivati (stracolmi di pesticidi!) e fanno andare in malora la nostra agricoltura.

Ma stiamo ‘sereni’: non appena avranno fatto fuori la nostra agricoltura le multinazionali e la grande distribuzione organizzata ci imporranno i propri prodotti di qualità scadente a prezzi elevati: che è quello che sta succedendo con i limoni, almeno nella parte occidentale della nostra Isola.

Come possiamo difenderci? Provando a valorizzare quello che abbiamo in Sicilia: l’agricoltura biologica e anche i prodotti agricoli tradizionali che, se coltivati con scienza e coscienza, non sono affatto dannosi per la nostra salute.

Sotto questo profilo va valorizzata e potenziata l’esperienza dei ‘Mercati del contadino’ – diffusi da qualche anno nelle grandi e medie città della nostra Isola – che consentono ai nostri agricoltori di vendere i propri prodotti direttamente ai consumatori, accorciando la filiera ed eliminando l’intermediazione dei commercianti.

Il commercio non va demonizzato. Ma va razionalizzato. E qui il ruolo centrale dovrebbe essere esercitato dai sindaci, che dovrebbero adottare iniziative per tutelare il commercio artigianale. Comuni e e organizzazioni commerciali dovrebbero avviare una campagna mirata per sostenere il commercio artigianale, invitando i cittadini ad acquistare prodotti in questi negozi: perché sono i piccoli commercianti che possono acquisire i prodotti locali ed offrirli ai consumatori.

Abbiamo – su questo blog – raccontato come sfuggire alla pasta prodotta con grani canadesi pieni di Glifosato, un prodotto chimico di sintesi dannoso per la nostra salute. Si tratta solo di cercare i pastifici siciliani che lavorano il grano siciliano – che ci sono ancora: pochi, ma ci sono – e acquistare lì la pasta.

Se i Comuni e le organizzazioni dei commercianti si impegneranno su questo fronte, saranno gli stessi negozi artigianali a richiedere ai pastifici siciliani la pasta nostra locale.

Insomma, se si svilupperà una domanda al consumo di pasta prodotta con i grani siciliani, i negozi artigianali della Sicilia cominceranno a venderla. Ma la prima cosa da fare è tutelare il commercio artigianale, non distruggerlo. E potenziare la rete dei ‘Mercati del contadino’.

 

 

 

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