La “cacistocrazia” della casta siciliana nei suoi ultimi giorni: la “riforma” elettorale

La “cacistocrazia” della casta siciliana nei suoi ultimi giorni: la “riforma” elettorale
3 agosto 2016

La vecchia partitocrazia siciliana ha partorito una nuova legge elettorale per i Comuni che ha un solo obiettivo: consentire a questi personaggi ormai condannati dalla storia a resistere. PD, Forza Italia e le varie ‘frattaglie’ di centrodestra e centrosinistra sono riusciti a ‘confezionare’ il ‘governo dei peggiori’. Grazie a questo obbrobrio elettorale queste formazioni politiche dovrebbero selezionare i più ignoranti, i più servi del centralismo-colonialismo italiano, insomma il peggio della politica. Ma c’è anche la possibilità che i Siciliani li mandino a casa. Per sempre. Ancora un anno di tempo e poi…

Gli antichi greci, specie i platonici, teorizzavano l’ “aristocrazia”, intesa etimologicamente come il “governo dei migliori”.
La casta siciliana invece si studia le riforme elettorali adatte per creare il suo esatto opposto, il “governo dei peggiori”, di quelli davvero sistematicamente meno adatti a governare la cosa pubblica: i più ignoranti, i più servi del centralismo/colonialismo italiano, i più traffichini, quelli che cercano solo di rappresentare una somma di interessi particolari e sconoscono il bene comune. Come la chiameremmo? “Cacistocrazia”, seguendo l’etimologia?
Di questa cattiva politica noi siciliani siamo ben consapevoli, ma erroneamente la consideriamo soltanto una maledizione biblica. Oppure ne diamo la colpa soltanto al popolo siciliano che avrebbe la responsabilità di esprimere questa “cacca” (ogni tanto un termine francese non guasta, ne avevo in mente altri, più coloriti). Da qui il luogo comune – quante volte l’abbiamo sentito dire? – che i Siciliani non sanno governarsi, che vanno “commissariati” da un qualche norvegese, meglio da un alieno, che faccia i loro interessi come una specie di Zorro, di giustiziere della notte, sopra un popolo mai uscito dallo stato di minorità.
Ebbene, questo è solo un luogo comune. La qualità della classe politica dipende, anche se pochi se ne rendono conto, da tante cose, ma fra queste determinanti sono le leggi elettorali. Date ai Siciliani una buona legge elettorale ed esprimeranno la migliore classe politica. Date loro una legge cattiva e faranno (come fanno) esattamente l’opposto.
Una legge elettorale deve rispondere a tanti requisiti, a mio sommesso avviso, tra i quali si deve trovare un equilibrio. Fra questi i più importanti sono, nel mio ordine personale:
1) essere democratica, cioè rappresentare più fedelmente possibile la volontà e la composizione politica dell’elettorato (ognuno ha le sue fissazioni, io sono un democratico “fuori tempo”);
2) favorire la selezione dei migliori rappresentanti, dei più competenti, dei più disinteressati, dei più onesti;
3) garantire la governabilità delle istituzioni.
Date alla Sicilia una legge così e, come disse Galileo, “vi solleveremo il mondo”.
Liquidiamo rapidamente i punti 1 e 3.
L’unica legge democratica, la più democratica di tutte, è il proporzionale puro, senza sbarramenti, senza premi e – se ci sono più collegi in cui vengono ripartiti i seggi – con collegi ampi e recupero dei resti su base globale. Tutte le altre sono chiacchiere.
La governabilità si ottiene, invece, sacrificando un po’ di democraticità, ma – a mio avviso – questa dovrebbe essere la minore possibile. E si può ottenere in diversi modi.
Uno è quello di creare collegi piccoli e di non utilizzare i resti (ma questo non riguarda i Comuni dove il collegio è unico); una cialtronata per alzare lo sbarramento di fatto e limitare a due o tre partiti il diritto di esprimere i loro rappresentanti.
Un altro è quello di dare un “premio di maggioranza” alla coalizione o al partito che ha raggiunto la maggioranza relativa. Si può fare, ma a condizione che la maggioranza sia almeno alta (che so? un 40 %), oppure che il premio non consenta “sempre e comunque” di avere la maggioranza (come avviene alla Regione, dove il premio c’è, ma se non si raggiunge il 35%, difficilmente questo si tradurrà in maggioranza assoluta dei seggi).
Un altro ancora è quello di mettere uno sbarramento ai piccoli partiti, per evitare la troppa frammentazione. Si può fare, ma preferibilmente in alternativa al precedente.
Un altro ancora è attribuire un certo numero di seggi con il collegio uninominale (chi arriva primo vince), con o senza ballottaggio in caso di maggioranza relativa, ma non assoluta nei singoli collegi.
Non è qui il luogo per discutere quanto e come si debba sacrificare il primo requisito a favore del terzo. Buon senso vorrebbe che questi correttivi non siano eccessivi. Governabilità sì, ma non “ad ogni costo”. Se non c’è una maggioranza stabile, allora è giusto, è democratico che si pensi ad una coalizione di forze diverse per governare la cosa pubblica. Alla luce del sole. Chi dice “non ci alleiamo mai con nessuno”, si deve anche accollare i rischi dell’isolamento se non ha nemmeno una robusta maggioranza relativa.
Mi vorrei però concentrare sul secondo punto, quello della qualità dei rappresentanti, per la Sicilia oggi davvero il più drammatico. Perché abbiamo sempre politici così scarsi?
La mia spiegazione è che l’attuale legge, e molto peggio quella che l’Assemblea regionale siciliana dovrebbe approvare per i Comuni, favorisce il voto clientelare rispetto al voto d’opinione. Il segreto di un voto pulito è infatti il “voto d’opinione”. Il Siciliano deve votare “come crede”, non per appartenenze ed amicizie. Un segreto semplice, ma da pochi detto chiaramente.
Come si fa ad ottenere il voto d’opinione al posto del voto di scambio, che invece seleziona i peggiori?
Al proposito valutiamo la riforma che PD-AP-FI si apprestano a votare contro il M5S (e contro gli Indipendentisti, che sono il vero nuovo “fantasma” che si aggira nei corridoi della politica).
Aboliscono il ballottaggio, dove perdono sistematicamente.
Attribuiscono il premio di maggioranza solo alle coalizioni che raggiungono il 40% (così il M5S, o altre liste civiche fuori dalle loro logiche, che di norma sono “sole”, hanno difficoltà a raggiungere la soglia e in ogni caso, se vincono, almeno non possono governare, travolte così poi dal discredito).
Si mantiene la “doppia preferenza di genere” che non è affatto un modo per favorire la presenza delle donne, ma per controllare meglio il voto, come tutte le preferenze multiple (come potete leggere qui).
Mantengono lo sbarramento al 5%, che, in fondo, non serve a nulla per la governabilità, ma solo a impedire che qualche formazione nuova venga a turbare loro i sonni. Se “sottosoglia” ci vanno le loro stesse numerose “liste appoggio” o “liste civetta”, poco male. Hanno aiutato a raggiungere il 40% e saranno ripagate con qualche forma di sottogoverno. Se sotto il 5% ci va un partito nuovo (ma – se pensano a noi indipendentisti – li attende una brutta sorpresa), si scoraggiano tutti, anzi non si presentano nemmeno, spaventati dallo sbarramento.
Viene abolito il voto distinto obbligatorio tra Consiglio e Sindaco (che sarebbe comunque stato più opportuno con due schede distinte), ripristinando il famigerato “trascinamento”, cioè tu voti per un candidato consigliere, tuo amico, cugino, compare, sodale, e quel voto, senza che tu lo abbia deciso, si trascina al “capo della coalizione”, che può essere anche uno sconosciuto e odiato farabutto, che, da sindaco, farà letame della tua città.
Qual è dunque il disegno complessivo che esce da questa marmellata?
Semplice, il voto d’opinione, già assai sofferente nelle elezioni locali, da oggi sarà vietato per legge. Solo voto di scambio, please. Funziona così. I due “schieramenti”, disgiunti o addirittura – perché no? – insieme, schierano un numero spropositato di liste e consiglieri. Ogni candidato consigliere porterà dietro tutta la sua tribù familiare, amicale, in ogni caso a-politica.
Questi voti si “ammucchiano” sul candidato sindaco dello schieramento della “malapolitica”, il quale così spera di superare il 40%. Se non lo supera, comunque disporrà di una maggioranza litigiosa in grado di paralizzare la buona amministrazione di quel partito che da solo fosse riuscito fortunosamente a prevalere sulla “marmellata”. Una vera schifezza, da cui non ci si dovrebbe aspettare nulla di buono.
A questo punto verrebbe da dire: sì, va bene, togliete il ballottaggio e rimettete il trascinamento, ma allora che ogni sindaco schieri una lista sola. Gli “schieramenti” sono vietati. Eh no, che c’entra? Così i loro 40 (nella migliore delle ipotesi, nelle più grandi città) consiglieri chi li voterebbe? Nessuno. E perderebbero certamente. E quindi “vai” coi santini elettorali, con gli amici, e gli amici degli amici, con le donne utilizzate, seggio per seggio, per contare le famiglie che hanno votato il ras di turno: nel seggio 123 ci dovrebbero essere 12 “Costa-Pititto”, mentre nel seggio 124 14 “Costa-Guccione”. Ma sono 13. Qualcuno ha tradito. Niente favori!
 
Questa vergogna però ha fatto i conti un po’ maluccio. Stanno truccando le carte il più possibile perché sanno che per loro ormai è finita. Sono alla lettera cadaveri che camminano. Perché questi loro mezzucci funzionino, infatti, devono ancora trovare qualcuno disposto a votarli. E se, centro-sinistra e centro-destra “nazionali”, i Siciliani decidessero finalmente di non votarli più? Se, tutti messi insieme, questi relitti, non raggiungessero nemmeno il 40%? Ci stanno provando a galleggiare ancora, ma per loro è il capolinea.
Sono “gli ultimi giorni di Pompei”. Stanno saccheggiando tutto prima di sparire. Stanno avvelenando i pozzi per rendere difficile la vita a chi verrà dopo.
Ancora un anno di pazienza.

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