Controstoria dell’impresa dei Mille 10/ Oltre lo Stretto fra tradimenti e inganni

Controstoria dell’impresa dei Mille 10/ Oltre lo Stretto fra tradimenti e inganni
15 luglio 2016

Nelle puntate precedenti abbiamo ‘sgamato’ le false ricostruzioni storiche: lo sbarco del Mille che non ebbe nulla di eroico, le finte battaglie con i ripetuti tradimenti dei generali borbonici, l’appoggio dei picciotti della mafia a Garibaldi, la repressione, nel sangue, delle genti di Sicilia che pensavano che le camicie rosse fossero arrivate nell’Isola per liberarli dai tiranni. Per poi scoprire che i Siciliani sarebbero finiti tra le grinfie dei Savoia, ben peggiori del Borbone. Anche l’attraversamento dello Stretto di Messina – ultima puntata della nostra Controstoria – fu una farsa a base di tradimenti e inganni: proprio come l’Italia di oggi, tra Renzi e la sua ‘riforma’ della Costituzione voluta dai banchieri…

“Il Dittatore non è più a torre del Faro, né a Messina, né in Sicilia”, squittisce Abba. O Cielo! E Dov’è? Ma in Calabria, sciocchino! Ma come?

Ve lo spiego io.

Dopo la  conquista di Milazzo e dell’intera Sicilia, Garibaldi incominciò a progettare il passaggio sulla parte continentale del Regno delle due Sicilie.

L’attraversamento dello Stretto di Messina non si presentava facile per due motivi: il forte pattugliamento della flotta borbonica e la carenza di naviglio adatto al trasporto dei Mille che ormai erano diventati quasi 20.000 (tutti garibaldini, ovviamente, tutte camicie rosse!).

Qui la “fradiciume” di Garibaldi, la fraudolenza dell’impresa tocca il suo culmine. Il vero piano è questo. Due vapori della  marina piemontese, il Franklin e il Torino (ormai non c’è nemmeno bisogno di nascondere nulla), lasciano la Sardegna  alla volta della Sicilia con l’obbiettivo  di circumnavigare l’Isola, evitando il passaggio dallo Stretto di Messina, e di  raggiungere il porto di Giardini. Da lì imbarcare il grosso dell’esercito piemontese per raggiungere la Calabria girando al largo.

Nell’attesa l’eroe dei due mondi organizza o permette che si organizzino tentativi depistanti di sbarchi, tutti falliti. Qualcuno si propone di tentare la carta della corruzione. Dilettanti!

Non sanno che un terzetto di traditori è già al lavoro. Si tratta dei generali Briganti, Melendez e Salazar. Ognuno avrà una parte determinante nell’intrigo. Il comandante generale delle forze borboniche, maresciallo Vial, ordinava ai generali Briganti e Melendez di effettuare un battuta per disperdere i “rivoltosi”.

Il Salazar riceveva l’ordine di distruggere il naviglio garibaldino che si potesse prestare ad uno sbarco in Calabria (ordine da lui praticamente non eseguito). Nel frattempo le forze al comando del generale Ruiz, furono distolte dall’inseguimento dei garibaldini da un avviso (fraudolento) del generale Briganti che segnalava un possibile sbarco garibaldino in un punto della costa, spingendo il Ruiz a muoversi verso Pedavoli, da dove il giorno dopo ritornò a causa della notizia di uno sbarco (un altro!) “tra Capo d’Armi e Pellaro di circa 6 mila garibaldesi”. Una giostra, come potete constatare!

Intanto Abba ci sussurra in gran segreto che “gente che viene da Catania dice che nella notte arrivarono a Giardini due vapori, che tutti quei di Bixio vi montarono, ma non sanno altro…”.

E il giorno dopo… “Bixio è in Calabria, Bixio! Col Dittatore!”.  Abba non sta nella pelle.

Dopo qualche giorno i 3 mila e 500 garibaldini si preparano a combattere contro forze soverchianti, circa 12.000 napoletani al comando del generale Briganti.

“Ma d’assalto non ce ne fu bisogno. Dicono che il generale Briganti si vide col dittatore e che patteggiò la sospensione delle armi. Me l’hanno descritto. Che spettacolo tutta quella brigata ridotta a nulla, quei soldati mandati sciolti!”.

“Altre nuove! Pare il marzo, quando i ghiacci si rompono… Il generale Melendez con un ‘altra brigata, la sciolse e se ne andò”.

Ma “il general Briganti che se ne andava a cavallo chissà dove, si imbatté nel quindicesimo reggimento accampato, tra gli urli: “Al traditore…!”. Fu  linciato dai soldati inferociti.

Qui finisce la vera storia dell’Impresa dei Mille in Sicilia e cominciano 150 anni di menzogne, di inganni, di tradimenti, di servaggio, di opportunismo, di ascarismo e di viltà.

Vogliamo però concludere riportando una pagina del libro di Abba. E’ un libro fuorviante, reboante e retorico, ma anche un libro cattivo. Ma ha un punto alto, forse casuale, di verità.

Le “Noterelle” non fanno eccezione. Si tratta di una pagina bella e profonda, un dialogo tra l’autore e un monachello, alla vigilia della conquista di Palermo.

Abba: “Mi sono fatto un amico. Ha 27 anni, ne mostra 40: è monaco e si chiama padre Carmelo”.

“Venite con noi, vi vorranno tutti bene”.

Padre Carmelo: “Non posso”.

Abba: “Forse perché siete frate? Ce ne abbiamo già uno”.

Padre Carmelo: “Verrei se sapessi che farete qualche cosa di grande davvero: ma ho parlato con molti dei vostri e non mi hanno saputo  dir altro che volete unire l’Italia”.

Abba: “Certo; per farne un grande e solo popolo”.

Padre Carmelo: “Un solo territorio…! In quanto al popolo, solo o diviso, se soffre, soffre; e io non so che vogliate farlo felice”.

Abba: “Felice! Il popolo avrà libertà e scuole”.

“E nient’altro!  – interruppe il frate – perché la libertà non è pane e la scuola nemmeno. Queste cose basteranno forse per voi piemontesi: per noi no”.

Abba: “Dunque che ci vorrebbe per voi?”

Padre Carmelo: “Una guerra non contro i Borboni, ma degli oppressi contro gli oppressori grandi e piccoli che non sono soltanto a Corte, ma in ogni città, in ogni villa”.

Abba: “Allora anche contro voi frati che avete conventi e terre dovunque sono case e campagne!”.

Padre Carmelo: “Anche contro di noi, anzi prima che contro d‘ogni altro. Ma col Vangelo in mano e colla Croce. Allora verrei. Così è troppo poco”.

Qui potete trovare le precedenti puntate della nostra Controstoria dell’impresa dei Mille. Buona lettura a tutti

 

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