Lo Statuto siciliano compie 70 anni, ma c’è veramente poco da ‘festeggiare’

Lo Statuto siciliano compie 70 anni, ma c’è veramente poco da ‘festeggiare’
15 maggio 2016

La Sicilia è stata “scippata” di tutte le sue prerogative costituzionali e finanziarie fondamentali che, sostanzialmente, hanno reso lo Statuto un semplice “pezzo” di carta senza alcun valore. Lo Statuto, appunto, non c’è più. Ha “cessato di vivere”, non produce effetti giuridici e politici. Lo Stato ha svuotato l’Autonomia siciliana, a cominciare da quella finanziaria. Ma è stata la politica siciliana di ‘ascari’ che ha consentito tutto questo. E la storia continua con l’attuale Governo regionale ‘commissariato’ dal Governo Renzi

di Lino Buscemi

Quando si discute  di Autonomia speciale e di Statuto, servirsi di metafore, per certificarne la materiale scomparsa, è perfettamente inutile. Occorre, senza giri di parole ed ipocrisie, arrivare al cuore delle questioni sul tappeto perché i “fatti”, ormai, sono più “eloquenti” delle parole. Prenderne atto con realismo e lucidità eviterà, forse, ulteriori, irreversibili danni e lacerazioni sul piano politico e sociale.

Una premessa, tuttavia, è necessaria. Sia la folta pattuglia che reclama, fra demagogia (molta) e buonafede (poca), l’abolizione, sic et simpliciter, dello Statuto regionale siciliano; o quella meno consistente, dalla voce flebile e confusa, che ne chiede “l’applicazione”, integrale e unilaterale, senza “se” e senza “ma”, se ne facciano una ragione: lo Statuto autonomistico è svanito. Anzi, ha “cessato di vivere” all’insaputa, non dello Stato, ma della cosiddetta classe politica regionale  obnubilata da fantasmagorici privilegi ed esosi compensi (indennità varie e vitalizi), nei quali vi si trastulla ormai da 70 anni.

Non si è accorta, la casta isolana (ad eccezione di qualcuno che finge), che la Sicilia, da almeno cinque anni, in conseguenza anche dello scellerato decennio cuffariano, è stata “scippata” di tutte le sue prerogative costituzionali e finanziarie fondamentali che, sostanzialmente, hanno reso lo Statuto un semplice “pezzo” di carta senza alcun valore. Lo Statuto, appunto, non c’è più. Ha “cessato di vivere”, non produce effetti giuridici e politici. L’Autonomia speciale è diventata un luogo comune, è stata svuotata e svilita, non si può più nemmeno criticare perché di “speciale” non ha niente (al netto delle prebende parlamentari e di altre delizie di casta che nulla hanno a che vedere con gli interessi del popolo siciliano).

Una Regione “ordinaria”, a conti fatti, risulta più “interessante” di quella “speciale” siciliana. La progressiva sterilizzazione dello Statuto siciliano ha un mandante che ha “approfittato” dell’inconsistenza del distratto ceto dirigente (si fa per dire) e delle odiose lotte di gruppi e gruppuscoli che nascono e “muoiono” a seconda delle convenienze e degli interessi di “bottega” da tutelare.

Il “mandante” ha il volto del governo dello Stato, nel quale operano soggetti che hanno pianificato una strategia (più o meno subdola) volta a mettere sotto tutela gli  inconcludenti politici siciliani (non tutti, per fortuna), privandoli progressivamente, senza proclamarlo, di quell’ombrello protettivo (e delle conseguenti prerogative ) che era lo Statuto del 1946 e della parte più significativa di esso, ovvero le necessarie risorse finanziarie tributarie ed extratributarie con le modalità e quantità pattuite (un discorso a parte meritano le risorse comunitarie, per la cui lenta spesa le responsbilità regionali sono enormi).

E’ del tutto evidente che gli autori di tale “disegno” hanno dato per scontato l’autoreferenzialità politica del ceto dirigente politico regionale e la sua incapacità a concepire ed attuare programmi di autoriforma, di rigore economico e di lotta agli sprechi. Insomma la “festa” è finita e, all’orizzonte siciliano, si intravvedono, per ora, solo nuvole grigie e probabili tempeste, in tutti i sensi e con gravi ripercussioni sull’apparato pubblico regionale e sull’intera comunità isolana.

Per il momento, in maniera grottesca, si assiste a pietosi contorsionismi di gran parte della politica (di governo e non) nel tentativo non vano di “raschiare il barile”, pur in assenza di uno straccio di programma e di idee. E più si sprofonda nel barile, più pressanti ed ostinati sono gli appelli “a Roma” per chiedere, pappagallescamente, il rispetto di “diritti” e “ impegni” che sono fortemente messi in discussione per il semplice fatto che il documento statutario (il patto politico-costituzionale) che li enucleava non c’è più. Ha cessato di vivere!

Non si capisce, dunque, che cos’è oggi la Sicilia: una regione a Statuto speciale o a Statuto ordinario? O nessuna delle due cose? Oppure “nave senza nocchiere in gran tempesta”? Di sicuro non è l’entità immaginata da Giuseppe Antonio Borgese: “Più di una regione, meno di una nazione”.

Duole dirlo ma la Sicilia è alla deriva, senza guida, senza idee, senza identità, prigioniera del vaniloquio e della tragicommedia messa in scena da scarsi “attori” che sembrano miserabili guitti d’avanspettacolo.

La Sicilia è stata disarcionata: non conta nulla in campo nazionale e in quello europeo. Le hanno tolto, di fatto, l’arma di attacco e di difesa. Ciò che è stato “concesso” o “conquistato” a malincuore nel 1946, per arginare la pressione separatista e protestataria, è stato messo in frigorifero per colpa dell’inettitudine e dell’ignavia della politica accattona di penultima e ultima generazione .

Tali condizioni, lo diciamo per completezza d’analisi, non sembrano impensierire più di tanto nemmeno i tanti siciliani che si trovano a ricoprire importantissime postazioni pubbliche ed istituzionali. Una condizione di isolamento (meritato?) che si aggiunge a quello che madre natura ha imposto allo sfortunato popolo di Sicilia.

Se si è pervenuti a formulare siffatte amare valutazioni, significa che fatti assai significativi hanno mutato il corso degli eventi fino a rendere evanescente ed inoffensivo lo Statuto autonomistico (“ha cessato di vivere”, appunto) .

Cosa è accaduto?  Atti concreti, anche di grande impatto simbolico, hanno certificato la volontà del governo nazionale di “stravolgere”, spesso a Costituzione e Statuto invariati, i rapporti Stato- Regione per cancellare, più per esigenze di “lotta” politica che per assecondare effettivamente gli orientamenti dell’opinione pubblica, quella che in molti definiscono una antistorica condizione di “privilegio” e di “specialità” della Regione Sicilia all’interno dell’ordinamento giuridico e costituzionale italiano.

Dubitiamo che si conoscano in profondità le ragioni storiche e giuridiche che hanno portato alla nascita della Regione siciliana ancor prima della proclamazione della Repubblica Italiana e della entrata in vigore della Costituzione repubblicana (1 gennaio 1948), tuttavia la “malapolitica”, specialmente quella assai più deprecabile degli ultimi venti anni che la Sicilia ha subito con accentuazioni ascaristiche e clientelari, non autorizza nessuno ad accampare “scuse” o a pretendere chissà cosa.

In fondo un “concorso di colpa”, forse qualcosa di più, può e deve essere legittimamente attribuito alla cosiddetta politica siciliana, senza però soluzioni estreme, poste in essere in dispregio del diritto e degli impegni presi solennemente attraverso atti statutari di rilievo costituzionale. Certo si possono scrivere regole nuove (alla luce dei nuovi assetti costituzionali e delle politiche regionali dell’U.E. in funzione dell’importante ruolo che la Sicilia può e deve svolgere nell’area mediterranea e nel mezzogiorno d’Italia), ciò deve essere fatto con trasparenza e rispetto dei ruoli con soggetti diversi e non con i responsabili dell’attuale disastro.

Dunque, cosa è accaduto? Su quali elementi poggia l’affermazione secondo la quale lo Statuto “ha cessato di vivere”?

1) E’ d’obbligo partire dalla recente notizia relativa alla visita in Sicilia del Capo del governo Matteo Renzi. A Palazzo Chigi, a quanto pare, avrebbero dimenticato in un primo momento di invitare il Presidente della Regione, Rosario Crocetta, a presenziare alle inaugurazioni renziane. Poi, mettendoci una pezza sopra, lo hanno invitato in extremis, ma senza tanto imbarazzo. Ecco, quello che successo è un fatto gravissimo: lo Statuto siciliano è stato del tutto vilipeso. Non invitare il presidente della Regione (a prescindere che si chiami Crocetta, Tizio o Caio) è una scorrettezza istituzionale ancorché una violazione della regola della buona educazione. Peraltro il presidente della Regione, ai sensi dell’articolo 21 dello Statuto speciale, rappresenta in Sicilia “il governo dello Stato”. Capito? C’è chi ha visto nel mancato o ritardato invito a Crocetta qualche “colpetto” inferto per turbare maggiormente i difficili rapporti con Renzi, ma anche la plateale sottolineatura che ciò che è scritto nello Statuto non conta e non impressiona nessuno, figuriamoci Palazzo Chigi. Insomma c’è la prassi renziana che è superiore persino allo Statuto (che, non dimentichiamolo, ha il rango di legge costituzionale!). E’ esagerato dire, usando un’eufemismo, che lo Statuto siciliano è, per il governo di Roma, improduttivo di effetti vincolanti? L’episodio ha un significato simbolico più grande di quanto si pensi: la “specificità”siciliana è finita in soffitta e non facciamoci più illusioni. Punto e basta.

2) La competenza legislativa regionale esclusiva, quella disciplinata dall’art.14 dello Statuto, è tutt’ora vigente? Ne dubitiamo. Materie delicate come agricoltura, industria, lavori pubblici, pesca, turismo, regime degli enti locali, ordinamento degli uffici regionali, stato giuridico ed economico dei dipendenti regionali, ecc. subiscono interferenze e continue “invasioni di campo” da parte dello Stato e dell’Unione Europea cui l’Italia ha ceduto, giustamente, quote rilevanti di sovranità nazionale. Qualche esempio? Chi decide il fermo biologico del pesce spada o il divieto di pescare il “novellame”, la Regione o l’UE? Sullo stato giuridico ed economico del personale regionale (escluso quello dell’Ars), chi ha l’ultima parola? La legislazione esclusiva è “svanita” e nessuno (?) se n’è accorto.

3)  Chi promuove l’impugnativa delle leggi della Regione davanti la Corte Costituzionale: il Commissario dello Stato o il governo nazionale? L’art.28 dello Statuto è stato sostanzialmente cambiato da una decisione della Corte Costituzionale. Decisione “supinamente” accettata dalla cosiddetta classe politica “autonomista” e non. Le leggi della Sicilia sono oggi oggetto di “giudizio” del governo politico di Roma, con buona pace del diritto e del controllo delle leggi dello Stato che violano lo Statuto regionale (per chi l’avesse dimenticato il Commissario dello Stato aveva l’obbligo di impugnare non solo le leggi della Regione, ma anche quelle dello Stato se violavano l’autonomia regionale!).

4) Dell’art. 38 dello Statuto, quello che istituisce il “Fondo di solidarietà nazionale”, si sono perse le “tracce”. Eppure lo Stato con la citata disposizione statutaria è tenuto a versare annualmente alla Regione, a titolo di solidarietà nazionale, una somma da impiegarsi, in base ad un piano economico, nell’esecuzione di lavori pubblici con lo scopo di “bilanciare” il minore ammontare dei redditi di lavoro prodotti in Sicilia. Qualcuno del governo regionale può dire se lo Stato versa il dovuto? E quanto?  Quell’articolo, dal contenuto “riparazionistico”, per alcuni decenni ha funzionato, poi , per una serie di ritardi e inadempienze bilaterali, è stato “sterilizzato”. Fino al punto che non se ne parla più. Un’altra occasione mancata?

5) I rapporti finanziari Stato- Regione non sembrano godere ottima salute. La situazione dei conti pubblici regionali è davvero drammatica, come del resto si incarica di ricordarcelo annualmente la Corte dei Conti. Crescono le spese e “calano” le entrate. Lo Stato non versa il dovuto e la Regione continua a sciupare pubbliche risorse per inseguire politiche clientelari e per finanziare settori e apparati costosi e pieni di privilegi. I Comuni sono al collasso e la sanità continua ad assorbire quasi il 60% della spesa complessiva. La società di riscossione delle tasse non brilla per efficienza come dimostrano i dati relativi alle somme incassate. L’evasione e l’elusione fiscale hanno raggiunto punte intollerabili. L’economia è ferma, chiudono le aziende e gli esercizi commerciali. Aumenta la disoccupazione, specialmente quella giovanile. Un “quadro” desolante che non induce all’ottimismo. Nessun segnale positivo giunge da Roma. Anzi, aumenta la “diffidenza” e si accampano scuse per non mantenere gli impegni presi e per onorare il  “patto”, ossia lo Statuto regionale. C’è aria di polemica politica, finalizzata a nuovi assetti di potere nelle istituzioni regionali e nei cosiddetti partiti di governo. Da alcuni anni la Regione è sotto tutela, per non dire “commissariata”. A Roma non si fidano e lo Statuto ha “cessato di vivere”. Dunque si “impone” il commissario al Bilancio e alle Finanze: il dott. Alessandro Baccei è il primo assessore regionale, nella storia della Regione, “spedito” dal governo nazionale in Sicilia con il compito di mettere ordine nei conti della Regione. C’è riuscito? Perché nessuno parla di grave lesione dell’Autonomia regionale e del suo Statuto?

6) All’elenco di cui sopra non si ritengono di aggiungere le tante norme statutarie storicamente disattese e che dopo 70 anni vengono inutilmente (oggi per la verità senza tanta convinzione) rivendicate con una litania di facciata che non sortisce , naturalmente, alcun risultato.

Conclusione. Con questi chiari di luna ci vuole coraggio, molto coraggio, per celebrare il 70° anniversario della Autonomia regionale, anche perché lo Statuto, per il governo dello Stato italiano, di fatto, non “esiste” più, è  stato “disapplicato” articolo per articolo con cinica determinazione e per calcolo politico. Infatti ha “cessato di vivere”. Solo che “Lor Signori”, i governanti (sic!) regionali non se ne sono accorti. Gli unici fra oltre cinque milioni di siciliani.

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