Ars, Province: passa la Delrio grazie all’astensione del Movimento 5 Stelle

Ars, Province: passa la Delrio grazie all’astensione del Movimento 5 Stelle
10 maggio 2016

L’Assemblea regionale siciliana ha recepito la legge che porta sul trono delle città metropolitane i sindaci di Palermo, Catania e Messina. Momenti di panico per la richiesta di voto segreto, ma grazie all’assenza dei 14 deputati grillini – che temevano per la sorte dei 6 mila e 500 dipendenti delle Province siciliane – la maggioranza con 34 voti favorevoli la spunta. L’anatema di D’Alia e Raciti contro il voto segreto

A tre anni dall’abolizione delle ex Province, l’Ars  ha recepito la legge nazionale Delrio sempre sulle Province e le Città metropolitane. Una norma molto attesa dal sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, dal sindaco di Catania, Enzo Bianco, e da quello di Messina, Renato Accorinti, che si ritroveranno automaticamente alla guida delle città metropolitane. Norma contro la quale si era invece battuto lo stesso Presidente della Regione siciliana, Rosario Crocetta. Che, però, alla fine ha ceduto alle pressioni romane e del PD renziano.

Come si ricorderà, la legge siciliana prevedeva un’elezione di secondo grado. Cosa non gradita al Governo nazionale che aveva minacciato l’impugnativa paventando problemi per l’utilizzo dei fondi destinati alle Città metropolitane. Quindi il soccorso del presidente dell’Ars, Giovanni Ardizzone, che ha proposto la norma che recepisce la legge Delrio.

Insomma, vincono Renzi e le sue punte di diamente siciliane – Orlando e Bianco – perde, secondo l’opposizione, “il Parlamento siciliano” che non ha potuto scegliere la propria legge. Sicilia democratica, per bocca di Giambattista Coltraro, aveva detto, ad esempio: “Non possiamo legiferare sotto dettatura di Roma”. Per Nello Musumeci, è la democrazia a pagare: “Che il sindaco della Città metropolitana coincida o meno con il sindaco del capoluogo, a noi poco importa rispetto al principio della democrazia partecipativa. Se la gente viene tenuta fuori da queste scelte, la politica ne esce sconfitta”.

Per il socialista, Antonio Malafarina: “l’Aula non è stata in grado di proporre un sistema alternativo alla Delrio, al limite anche resistendo alla impugnativa che, è bene ricordarlo, è stata preannunciata ma non è mai arrivata”.

Per il Nuovo Centrodestra parla il capogruppo, Nino D’Asero:

“Finalmente, un percorso più chiaro che speriamo dia garanzie a territorio e lavoratori. Come avevamo già richiesto e comunicato in una conferenza stampa nei mesi scorsi, presidente di ogni città metropolitana sarà il sindaco in carica del capoluogo dell’ex Provincia”.

In attesa del voto finale previsto per oggi, D’Asero e i deputati Ncd all’Ars rivolgono “un pensiero alle migliaia di dipendenti a oggi in forza in questo ente locale in trasformazione che, negli ultimi tre anni, hanno vissuto l’incertezza e al territorio che, di questo interregno, porta segni evidenti: servizi essenziali sospesi, strade e scuole lasciate al degrado, diritti dei cittadini messi in discussione”.
Concetta Raia, PD:
“Finalmente l’Aula ha approvato la legge sulle città metropolitane. E’ finito il teatrino di alcuni colleghi parlamentari ipocriti e ricattatori che da un lato dicevano di sostenere la legge Delrio, dall’altro si sono attivati per bocciare la norma stessa. Purtroppo per loro è andata male. Auguri e buon lavoro al sindaco di Catania Enzo Bianco”.

Ma vediamo con quali voti è passata la legge. Innanzitutto il voto è stato segreto. Particolare che ha fatto innervosire non poco la maggioranza che temeva imboscate interne, poiché a richiederlo sono stati anche cinque deputati del Partito democratico: Raffaele Nicotra, Paolo Ruggirello, Luca Sammartino, Valeria Sudano e Gianfranco Vullo. Ma tutto è filato liscio grazie all’astensione dal voto del Movimento 5 stelle che è uscito dall’Aula: 34 voti a favore, 27 contrari. Se a questi si fossero aggiunti i 14 voti dei deputati pentastellati la legge sarebbe stata bocciata.

“Non ci stiamo. Se la legge sulle Città metropolitane torna in aula, noi non parteciperemo ai lavori. – aveva annunciato il gruppo M5S -. Questo Parlamento deve recuperare un minimo di orgoglio e dignità: non siamo fantocci nelle mani di Renzi, non possiamo continuare a legiferare sotto dettatura e sotto il ricatto del mancato trasferimento di somme che, tra l’altro, ci spettano -. Se l’Assemblea lo farà – diceva  il capogruppo M5S, Angela Foti – lo farà senza di noi. Ormai siamo relegati al ruolo di semplici notai che ratificano quanto imposto da Roma. Questo Parlamento deve avere un minimo di orgoglio e rivendicare la sua autonomia”.

La loro scelta di non partecipare al voto sarebbe stata dettata dal timore che la mancata approvazione di questa legge potesse mettere in difficoltà i 6 mila e 500 dipendenti delle Province cui sarebbero state offerte garanzie per i loro stipendi con il recepimento della Delrio.

In pratica, un volgare ricatto politico e parlamentare. 

Il voto segreto ha comunque fatto fibrillare la maggioranza, tant’è che è arrivato l’anatema, in un comunicato congiunto, del presidente nazionale dell’UDC, Gianpiero D’Alia e del segretario regionale del PD, Fausto Raciti:

“Se non si vuole affossare definitivamente l’Autonomia siciliana, la madre di tutte le riforme è la revisione del voto segreto all’Assemblea regionale siciliana. Per troppo tempo – dicono i due esponenti politici – il ricorso al voto segreto è stato un espediente per affermare piccoli interessi a discapito del bene comune. La votazione odierna sul recepimento della ‘norma Delrio’ è stata l’ultima triste conferma di una pratica mortificante che ci auguriamo prima o poi venga limitata secondo le norme vigenti e le prassi applicative del Parlamento nazionale”.

P.S.

A noi, veramente, sembra più mortificante che la Sicilia debba legiferare sotto dettatura romana. Che poi UDC e PD si ritrovino d’accordo nella richiesta di abolire il diritto al voto segreto, beh, che dire? Non sarebbe meglio se si auto-eliminassero loro?

 

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