Almaviva, nuovo round a Roma ma le previsioni danno nuvole nere

Almaviva, nuovo round a Roma ma le previsioni danno nuvole nere
26 aprile 2016

Nonostante i titoli trionfalistici di certa stampa, l’incontro del 20 Aprile non ha risolto un bel nulla. E, oggi, nella capitale, si torna a trattare, mentre il Governo continua a non fare nulla di concreto: “Sarà necessaria una nuova convocazione in sede ministeriale – prevedono i sindacati – perché risulterebbe inaccettabile la resa del governo che renderebbe i licenziamenti una certezza”. 

“Almaviva, si apre uno spiraglio”. “Almaviva, il Governo trova la soluzione”. “Almaviva, l’azienda ritira i licenziamenti”. Questi alcuni passaggi di articoli trionfalistici comparsi sui giornali qualche giorno fa, quando, al termine dell’incontro con i sindacati, lo scorso 20 Aprile, il Governo nazionale e alcuni sindacati vergavano comunicati stampa rassicuranti e fedelmente riportati dalla stampa, specialmente quella filo-Pd.

Annunci trionfalistici a cui, però non hanno creduto i dipendenti che, infatti, non hanno brindato. Tutto, infatti, dopo l’incontro del 20 Aprile, è rimasto come prima. E, oggi, mentre si celebra un nuovo round a Roma con una riunione tra sindacati e azienda, nella sede di Unindustria, i Cobas hanno proclamato lo sciopero in tutte le sedi, ennesima prova che la propaganda non ha funzionato.

L’azienda, infatti, non ha ritirato alcun licenziamento, così come richiesto dal Governo. Anzi, ha parlato di “ricostruzione fantasiose” e ha ribadito che l’unica cosa concreta di cui si è parlato sarebbero ”i nuovi contratti di solidarietà per sei mesi”. Confermati dunque i 2.988 esuberi tra Palermo (1.670), Roma (918) e Napoli (400). 

I contratti di solidarietà, nei piani dell’azienda, dovrebbero essere applicati a tutte le sedi secondo percentuali da stabilire, ma l’accordo, spiegano Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom Uil, certificherebbe “gli esuberi individuati dall’azienda, con un contratto di solidarietà al 45 per cento per le sedi di Roma e Palermo, al 35 per la sede di Napoli e con percentuali minime perle altre sedi”. La proposta,dunque, “condannerebbe i 4600 lavoratori di Roma e Palermo, oltre a parte dei lavoratori di Napoli, ad un’intesa che dimezzerebbe il loro reddito. Per i part time si andrebbe sotto gli 8mila euro annui, praticamente sotto la soglia di povertà”. Non solo. Si perderebbero anche gli 80 euro del cosiddetto “bonus Renzi” e si dovrebbe restituire quanto già percepito nei primi mesi dell’anno.

“Occorre affrontare il problema in maniera strutturale, finora sono state esaminate soluzioni tampone, utili solo per i prossimi sei mesi” dicono il segretario generale Cgil Palermo Enzo Campo e il segretario generale Slc Cgil Palermo Maurizio Rosso: “Non vediamo al momento alcuna certezza che la vertenza possa chiudersi velocemente e in modo positivo. Per noi è importante costruire i presupposti per dare certezza occupazionale ai lavoratori palermitani e confrontarci con un’azienda interessata a investire sul serio su questo territorio. Di tutto questo vorremmo parlare al più presto con la Regione e il Comune, nell’ottica di una visione industriale e di sviluppo per la Sicilia”.

Ma quale visione industriale si aspettano dalla Regione e dal Comune? E’ un modo per dire che sarebbero necessari nuovi contributi, questa volta regionali, ad una azienda che, come vi abbiamo ricordato qui, ne ha avuti una valanga?

E pure se questa fosse l’ipotesi, dove si dovrebbero trovare i soldi necessari? La Regione è senza un soldo. E se lo è, come vi abbiamo detto qui, è perché il Governo nazionale ha preso tutto quello che c’era da prendere dalla Sicilia e continua pure- come denunciato dalla Corte dei Conti– a trattenere i tributi che spetterebbero alla nostra Regione e con cui, certamente, si potrebbe affrontare questa emergenza come altre.

Non solo.Il Presidente Crocetta nel 2014 in gran segreto ha firmato un accordo con il Ministro dell’Economia, Piercarlo Padoan, con cui ha regalato al Governo nazionale svariati miliardi di euro che la Sicilia avrebbe potuto incassare grazie a pronunciamenti favorevoli della Corte Costituzionale nell’ambito dei contenziosi con lo Stato. Ebbene, nei giorni scorsi, l’Ars ha approvato una mozione con cui si chiede di cancellare quell’accordo e tentare, quindi, di avere quei soldi. Il PD – come potete leggere qui ha votato no. Come se alla Sicilia, ai suoi lavoratori in difficoltà o ai Comuni in default- non servissero quei soldi.

Di quale politica industriale stiamo parlando, dunque? Di quale interesse nei confronti del nostro territorio?

Acclarato che questo Governo regionale non ha soldi anche perché li regala a Renzi, non sarebbe più logico continuare a fare pressioni sul Governo nazionale che, non solo non sta facendo nulla di concreto sul piano dei correttivi di mercato che chiede l’azienda (il riferimento è ai contributi garantiti anche alle aziende che delocalizzano e alla mancata censura di quest’ultime da parte di enti pubblici che continuano ad affidare loro appalti), ma che ha ridotto in mutande anche la Regione che non può più disporre di un euro?

Certo è che se anche oggi si registrerà l’ennesima fumata nera, “sarà necessaria una nuova convocazione in sede ministeriale – prevedono i sindacati – perché risulterebbe inaccettabile la resa del governo che renderebbe i licenziamenti una certezza”. 

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