Le società regionali della Sicilia: sprechi e inganni da EMS ed ESPI fino al finto moralismo di Alessandro Baccei

Le società regionali della Sicilia: sprechi e inganni da EMS ed ESPI fino al finto moralismo di Alessandro Baccei
7 aprile 2016

Quella delle partecipazioni regionali, in Sicilia, è una storia che nasce agli albori dell’Autonomia e ci accompagna fino ad oggi. Ancora oggi si tengono in piedi società pubbliche che non hanno motivo di esistere. E se qualcuna viene sbaraccata – è il caso di Sviluppo Italia Sicilia – lo si fa non perché è giusto e perché bisogna risparmiare, ma per sostituirla con qualche gruppo non siciliano che verrà a ‘mangiare’ a spese della Regione 

Chi vuole delinquere e dispone di notevoli capitali ha due strade: se è un privato fonda una banca, se è un politico costituisce  una società partecipata.

Nessun filantropo presta denaro a strozzo e si arricchisce con i soldi dei depositi. Nessun pubblico amministratore che vuole il bene dei cittadini li deruba impunemente. Lasciamo da parte i banchieri e occupiamoci dei pubblici amministratori.

La strada più sicura per rubare impunemente e trovare consenso nelle ruberie è quella di liberarsi dei lacci e dei laccioli della legge, che, in qualche modo, almeno nei pavidi, rallenta le deviazioni della politica. Il timore della magistratura contabile che ti persegue per il danno erariale e della magistratura penale che ti persegue per i reati contro la pubblica amministrazione un po’ ti trattengono dal dare libero sfogo alla tua motivazione forte di entrare in politica.

Ma quando tu, nel rigoroso rispetto della legge, sposti i capitali pubblici nel settore privato o  parapubblico, il gioco  è fatto. Avanti a te si apre un campo sterminato dove ogni più sfrenata brama di consenso clientelare e di ricchezza materiale hanno pieno appagamento. Ma una cosa  deve esser chiara. Non devi mai rubare, devi solo sprecare, sprecare, sprecare.

E infatti, in Sicilia, la storia delle partecipate regionali è una storia infinita di ruberie, grassazioni,  furti, regali, tutti passati alla storia come sprechi. Nessuno si è mai fatto un giorno di galera, né “fatti” a imprenditori, né finti manager, né incompetenti dirigenti d’azienda con contratti faraonici, tutti accumunati da un unico nobilissimo intento: arricchirsi.

Noi, poi, all’inizio dell’Autonomia e del sogno industriale, abbiamo goduto dei favori di quella  classe politica sostanzialmente giolittiana, cresciuta a pane e ascarismo, formatasi alla scuola della corruzione e della prevaricazione, che ebbe gioco facile nell’inventarsi  le partecipate, sul solco delle partecipate nazionali e con gli  stessi scopi predatori.

L’Ente Siciliano per la Promozione Industriale (ESPI), una specie di IRI in salsa sicula, l’Ente Minerario Siciliano (EMS), che dovendosi occupare di miniere riuscì soltanto a scavare una voragine nel bilancio della Regione, e l’Ente Asfalti Siciliani (AZASI), corrispondente un po’ all’EFIM nazionale, un contentino per i partiti minori al governo nel mangia mangia Dc Psi), ebbene nella loro 50ennale storia hanno sperperato migliaia di miliardi di vecchie Lire, ma di loro non resta nulla: nessuno delle nuove generazioni sa nemmeno che cosa erano.

Eppure hanno avuto migliaia di amministratori, migliaia e migliaia di dirigenti, di quadri, di  impiegati, di operai, tutti rigorosamente assunti senza arte né parte, solo perché in possesso di un certificato elettorale. Migliaia di amministratori delegati, di consigli di amministrazione, tutti presieduti e composti rigorosamente da politici a fine corsa, ad esempio Giuseppe D’Angelo e Vincenzo Di Caro. E poi politici ‘trombati’, nuove leve della politica, sindacalisti e simpatizzanti vari.

Tutti pronti ad approvare progetti industriali senza capo né coda, presentati da soggetti incredibili, faccendieri e magliari sponsorizzati da politici senza scrupoli. E poi le joint venture più allucinanti e le partenership con delinquenti di passo. Un’orda famelica che ha svuotato le ‘casse’ della Regione, impoverito l’Isola  e arricchito una squallida minoranza di  miserabili.

Una storia infinita, che oggi continua sempre uguale: ai vertici delle partecipate regionali costituite a partire dai primi anni del 2000 ci sono sempre politici trombati: uno per tutti, Antonio Ingroia; ci sono amministratori in perenne perdita, e impiegati raccomandati. Solo che oggi sono tempi di vacche magre, si deve vivere con poco, ma questo poco, proprio perché è poco, è assai prezioso e la politica lo vuole tutto per sé. 

Quando l’ineffabile assessore regionale dell’Economia, Alessandro Baccei, parla di dismissioni delle partecipate, io, come lui, ma lui non lo fa vedere, mi metto a ridere. Alta chirurgia, altro che  economia! Si dismette quello che intralcia con sua sola presenza, e con i suoi fini statutari,   disegni politici terzi rispetto agli interessi della Regione. Mi spiego.

Si dismettono quelle società la cui presenza e sopravivenza e i cui scopi statutari e operativi renderebbero illegittime operazioni di affidamento a terzi, lontani dalla Sicilia, di funzioni che quelle società potrebbero benissimo svolgere qui.

Qualcuno mi chiederà: “Ma starà parlando di Sviluppo Italia Sicilia? Malipinsanti! Si dismette, ma ovviamente il personale deve salvarsi. Qualcuno se lo dovrà ciucciare, oltre al contribuente, il quale paga sempre e in ogni caso.

A  che servono nelle società civili i pubblicani, gli appaltatori delle imposte che costano un’ira di Iddio alla Regione? Nelle società civili non ci sono più, se ne occupa direttamente lo Stato; ma noi  siamo ancora ai tempi di Filippo il Bello che si faceva anticipare i soldi dai banchieri fiorentini per fare le guerre e in cambio gli faceva riscuotere  le tasse.

A che servono in un’Amministrazione regionale che dispone di 17 mila impiegati le società partecipate? Non bastano seri corsi di formazione per avere tutte le professionalità necessarie?

E invece si va sul mercato. E si assume. Chi? E come? Nei Paesi civili si assume solo dopo dure selezioni, da noi solo dopo dure selezioni si licenzia. Per essere licenziati bisogna proprio meritarselo. Direbbe Alfano che bisogna “avere i requisiti”.

E i sfido tutti gli amministratori di tutte le partecipate regionali a giurare sulla Bibbia che per assumere hanno bandito selezioni pubbliche, che tutti quelli che hanno assunto hanno superato  durissime selezioni, sono stati valutati in comparazione con altri; che, insomma, sono i migliori di quelli che si sono presentati.

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