Petrolio in Basilicata: retroscena inquietanti sull’inquinamento. Ora Renzi ha paura del referendum del 17 Aprile

Petrolio in Basilicata: retroscena inquietanti sull’inquinamento. Ora Renzi ha paura del referendum del 17 Aprile
3 aprile 2016

Pur di risparmiare i petrolieri non esitano a falsificare documenti. Sì, risparmiare sullo smaltimento di rifiuti. Interrando quelli pericolosi che andrebbero trattati diversamente. Così la Val D’Agri, in Basilicata, è diventata una pattumiera. Non a caso i magistrati che indagano ipotizzano il disastro ambientale. Chi ci dice che i petrolieri non faranno la stessa cosa nei nostri mari? L’importanza di andare a votare al referendum del 17 Aprile

 

”Andremo in Parlamento, spero prima possibile. E ancora una volta il Parlamento potrà mandarci a casa, se vorrà. Ma non credo succederà neanche stavolta”.

Così parla Matteo Renzi, con la sua solita arroganza. Tanto sa che il “Parlamento” è quello eletto con il Porcellum: ‘nominati’ al posto di parlamentari eletti dal popolo. Deputati e senatori che rispondono alle segreterie. Insomma, lo scandalo che è scoppiato in Basilicata, dove si contrabbandava il falso mito di una gestione pulita del petrolio, sembra non preoccupare più di tanto il leader del PD e capo del Governo del nostro Paese.

Almeno in apparenza è così. Perché, contrariamente al messaggio che il presidente del Consiglio cerca di far passare, la preoccupazione sua e dei petrolieri è alle stelle. Sì, la preoccupazione di Renzi e quella dei suoi alleati: dai petrolieri a Berlusconi.

Il timore è che si accendano troppo i riflettori su quello che combinano i petrolieri nel nostro mare: cosa, questa, che potrebbe convincere tanti italiani ad andare a votare al referendum del 17 Aprile.  

E’ questo il motivo per il quale Renzi ha fatto dimettere in frett’e furia la Ministra per le Attività produttive, Federica Guidi. Per chiudere subito questa storia. Per nascondere tutto. Ma cosa vuole nascondere Renzi?

Interessanti gli articoli pubblicati in questi giorni da Il fatto quotidiano (quello che potete leggere qui, ad esempio, è emblematico).

 

E’ la storia di Rosaria Vicino, 62 anni, ex sindaco PD di Corleto Perticara, piccolo centro della Basilicata, finita agli arresti domiciliari. L’inchiesta è sempre quella che ha portato alle dimissioni della già citata Ministra Guidi.

“E se un pozzo scoppia?” chiede a un certo punto un manager della Maersk H2S Safety Service Italia, a proposito della sicurezza nella costruzione e gestione di un pozzo. Risposta dell’ex sindaca: “A noi la sicurezza non ce ne fotte niente…”.

Ecco, è proprio questo il timore di Renzi e dei petrolieri: e cioè che gli italiani, a pochi giorni dal voto del referendum del 17 Aprile, vengano a sapere che cosa succede nella gestione dei pozzi petroliferi. Il capo del Governo del nostro Paese dice che è tutto a posto. Che possiamo stare tranquilli. Dice che gli italiani non debbono recarsi alle urne il 17 Aprile perché il referendum è una perdita di tempo.

Invece si scopre che in Basilicata l’ambiente viene sistematicamente inquinato. Trasformando, sulla carta – cioè truccando le carte – un rifiuto pericoloso per la salute pubblica in un rifiuto innocuo. Rifiuti tossici, insomma, da smaltire nei terreni agricoli della Val D’Agri. Inquinare l’ambiente per risparmiare. Pagando 33 Euro a tonnellata anziché 90 o 160 Euro. Vi pare poco? Il tutto con un cambio dei codici Cer che veniva operato dai manager dell’Eni di Viggiano. Con la complicità delle aziende incaricate di smaltire i rifiuti. Un sistema che avrebbe inquinato l’ambiente. Con notevoli risparmi per la società che gestiva il giacimento.

Da qui una domanda: e se il sistema scoperchiato in Basilicata non fosse l’unico? Chi ci può garantire che quello che andava in scena nella Val D’Agri non vada in scena in altre parti d’Italia? 

In queste ore siamo stati tutti un po’ distratti dalle dimissioni della Ministra Guidi. Abilmente, Renzi sta cercando di sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dal vero problema di questa storia: l’inquinamento dell’ambiente provocato dai petrolieri.

Non a caso la Procura della Repubblica di Potenza, in queste ore, non esclude l’ipotesi di disastro ambientale.

Per il Sud Italia non è una novità: basta pensare all’inquinamento dell’ex ILVA di Taranto. Altro disastro ambientale che non è stato certo fermato dalla politica – presidente della Regione Puglia era allora il leader di SEL, Nicki Vendola – ma dalla magistratura. La scena si ripete oggi in Val D’Agri, in una grande area della Basilicata dove la retorica da quattro soldi ha creato la grande e falsa illusione del petrolio pulito.

Anche in Basilicata, come in Puglia, come in Campania con la Terra dei fuochi (e come avviene in Sicilia dove, però, nessuno parla, da Milazzo alla Valle del Mela fino a Melilli, Priolo e Augusta, nell’area industriale di Siracusa) va in scena l’inquinamento. Emissioni in eccesso, imbrogli sullo smaltimento di rifiuti liquidi e via continuando.

Come hanno fatto a Taranto e come fanno in Sicilia da quasi cinquant’anni, i petrolieri chiameranno in causa la miserabile occupazione che creano nel Sud. Tra qualche giorno sentiremo la presidente dell’ENI, Emma Marcegaglia, che magnificherà il numero di occupati in Basilicata. Una Regione del Mezzogiorno bellissima, che potrebbe vivere di turismo, massacrata da questi signori del petrolio senza scrupoli che verranno a raccontare le solite bugie sullo sviluppo del Sud.

Per fortuna le indagini vanno avanti. Ci lavorano i Carabinieri del Noe. E i magistrati. Per l’alterazione dei codici rifiuto sono sotto inchiesta manager e responsabili del centro. E gli imprenditori che si occupano dello smaltimento dei rifiuti. Non mancano i funzionari della Regione Basilicata.

Stando all’inchiesta, tutti, in un modo o nell’altro, hanno contribuito a dare vita al “traffico illecito di rifiuti”.

Accuse gravi: rifiuti speciali che, invece di venire trattati a parte, finivano sotto terra. Il tutto grazie a false certificazioni. Tutte cose che gli italiani – nella testa di Renzi e dei petrolieri – non debbono conoscere. Ma che invece – ribadiamo: grazie alla magistratura e non certo alla politica – stanno venendo fuori. 

 

Le domande che tutti, oggi ci dobbiamo porre sono le seguenti:

conviene affidare il nostro mare a questi signori?

conviene disseminare il Mediterraneo di trivelle?

è chiaro o no cosa combinano questi signori una volta trovato un giacimento di petrolio per risparmiare?

Insomma: non è il caso di svegliarsi e recarsi di corsa a votare il 17 Aprile per provare quanto meno a bloccare lo strapotere delle trivelle?

 

 

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