Province siciliane: l’Ars approva un nuovo papocchio che Roma, per non perdere la faccia, dovrà impugnare per la seconda volta

Province siciliane: l’Ars approva un nuovo papocchio che Roma, per non perdere la faccia, dovrà impugnare per la seconda volta
30 marzo 2016

L’unico dato certo di questa storia – degna, in tutto e per tutto, dell’ascarismo del centrosinistra siciliano – è che il Parlamento siciliano ne esce a pezzi. Come sottolineano giustamente le opposizioni, l’Ars è stata umiliata e lo Statuto siciliano è finito sotto i piedi. In più non si capisce chi si occuperà di far funzionale le ex Province e, soprattutto, chi pagherà gli stipendi ai circa 6 mila e 500 dipendenti. Sulle città metropolitane di Palermo, Catania e Messina ‘trombati’ Leoluca Orlando, Enzo Bianco e Renato Accorinti

Se sulle ex Province siciliane il presidente della Regione, Rosario Crocetta, ha scelto, da buon esponente del PD, la via dell’ascarismo, l’Assemblea regionale siciliana, stasera, ha invece scelto la via della confusione, approvando una legge senza né capo, né coda che, da un lato, non salva l’onore di un Parlamento siciliano umiliato e che, dall’altro lato, con molta probabilità, verrà impugnata per la seconda volta dal Governo nazionale.

La storia è nota. A livello nazionale le Province sono state sostituite da città metropolitane che, in buona parte, sono già fallite. La riforma nazionale porta il nome del Ministro Graziano Delrio, che ha voluto questa riforma non in funzione delle esigenze dei cittadini, ma in ragione del rigore economico imposto al nostro Paese dall’Unione Europea dell’Euro.

Il Parlamento siciliano aveva approvato una legge diversa da quella nazionale. Ma il Governo Renzi l’ha impugnata. Un tempo ad impugnare le leggi era l’Ufficio del commissario dello Stato per la Regione siciliana. Ma tale Ufficio è stato, di fatto abolito, e la costituzionalità delle leggi approvate dall’Ars viene verificata dal Governo nazionale.

L’impugnativa del Governo nazionale non blocca una legge regionale. Il presidente della Regione può inoltrare ricorso presso la Corte Costituzionale e attendere il giudizio di merito. O può pubblicarla, anche se impugnata, sulla Gazzetta Ufficiale della Regione ed applicarla, assumendosene la responsabilità.

Il presidente Crocetta non ha adottato né l’una, né l’altra possibilità. In pratica, non ha presentato ricorso alla Consulta avverso l’impugnativa del Governo Renzi; e non ha pubblicato la legge impugnata e, di conseguenza, le Province siciliane sono rimaste con una riforma a metà, cioè bloccate. Insomma, la solita ‘crocettata’.

Con il loro atteggiamento, il presidente Crocetta e la maggioranza che lo sostengono in Aula hanno dimostrato di non essere politicamente in grado di difendere l’Autonomia del Parlamento siciliano. Si sono solo adeguati al dettato romano – che, lo ricordiamo ancora una volta, su tale materia è un mezzo fallimento – salvo ad approvare, stasera, una legge che recepisce alcuni passaggi della legge Delrio, ma non il più importante. Proviamo a illustrare come stanno le cose.

La legge nazionale prevede che il ruolo di sindaci metropolitani (nel caso della Sicilia parliamo dei vertici delle città metropolitane di Palermo, Catania e Messina) venga assegnato ai sindaci dei capoluoghi di provincia. Nel caso delle tre città metropolitane siciliane, applicando la legge Delrio, questo ruolo dovrebbe essere assegnato, rispettivamente, a Leoluca Orlando (sindaco di Palermo), Enzo Bianco (sindaco di Catania) e Renato Accorinti (sindaco di Messina).

Ma su questo punto l’Ars è andata ancora una volta in deroga alla legge nazionale Delrio: in base al papocchio approvato stasera da Sala d’Ercole, i sindaci metropolitani di Palermo, Catania e Messina verranno designati con elezioni di secondo grado: non eletti direttamente dai cittadini, ma dai sindaci e dai consiglieri comunali con un voto ponderato.

Di fatto, Crocetta e l’Ars prima si sono fatti mettere i piedi in testa dal Governo Renzi, hanno accettato buona parte degli ‘ordini’ romani, ma hanno disobbedito all’accoppiata Renzi-Delrio sull’elezione dei vertici delle città metropolitane di Palermo, Catania e Messina. Questo perché hanno deciso di ‘accoppare’ le designazioni di Orlando, Bianco e Accorinti.

La confusione è tanta. La legge, stasera, è stata votata dal centrosinistra che sostiene il presidente Crocetta. Ma se la maggioranza che sostiene Crocetta non è d’accordo con la legge Delrio (e ne ha ben donde, visto che di questa legge, nel resto d’Italia, si lamentano in tanti), perché lo stesso Crocetta, davanti all’impugnativa del Governo nazionale, non si è rivolto alla Corte Costituzionale? Perché l’ennesima dimostrazione di servilismo verso il Governo nazionale da parte di Crocetta e dei partiti che lo sostengono? E che senso ha riapprovare una legge che il Governo nazionale ha già impugnato e il Governo Crocetta non ha difeso?

A meno che Renzi e Delrio non decidano di abbassare la testa e di darla vinta all’Ars, la legge approvata stasera potrebbe essere impugnata per la seconda volta.

“La situazione è grave ma non seria”, si potrebbe dire citando Ennio Flaiano. Con la legge approvata stasera qualcuno, infatti, dovrà per forza di cose perdere la faccia.

Se il Governo Renzi la lascerà passare così com’è stata approvata stasera dall’Ars, sarà una sonora smentita per il Ministro Delrio.

Se il Governo Renzi la impugnerà per la seconda volta, l’Ars e Crocetta, per la seconda volta, verrebbero smentiti. Per non perdere la faccia dovrebbero riapprovare la legge, con l’elezione di secondo grado dei vertici delle città metropolitane, per la terza volta. Perché se dovessero cedere dopo due tentativi… perderebbero la faccia.

In alternativa Crocetta – dopo che l’Ars avrebbe approvato per la terza volta la legge – si potrebbe rivolgere Consulta. Che dovrebbe decidere a chi fare perdere la faccia: o a Crocetta (e a chi avrebbe votato la legge all’Ars), o la Governo nazionale.

Insomma, come in tutte le cose di questa fallimentare legislatura, quando ci sono di mezzo il PD siciliano, Crocetta e Renzi, l’operetta è sempre dietro l’angolo…

Scrive piccato in un comunicato il capo dell’opposizione di centrodestra all’Ars, Nello Musumeci:

“Con questa legge sulle Province avete mortificato, umiliato e oltraggiato lo Statuto siciliano. Da oggi in poi nessuno in quest’Aula ha più il diritto di rivendicare l’Autonomia regionale, se non per difendere inconfessabili prerogative. Tanto vale abrogarlo lo Statuto. Questa legge è fra le peggiori votate dall’Ars in settant’anni. Nessun risparmio, nessuna garanzia per i dipendenti, maggiore isolamento per i sindaci e nessuna utilità per cinque milioni di cittadini. Avete creato un’istituzione simulata, senza democrazia, perché la avete abolita. Affiderete a poche persone, al posto di quattro milioni di elettori, il compito di decidere i vertici dei Liberi Consorzi e delle Città metropolitane. Avete resuscitato le cordate tra i Partiti. Tra qualche mese vedrete i risultati disastrosi di questa finta riforma”.

Duro anche il commento del gruppo parlamentare all’Ars del Movimento 5 Stelle:

Si doveva resistere davanti alla Corte Costituzionale, andare a battere i pugni a Roma e non prostrarsi al Governo nazionale che con i suoi tagli è stato il vero carnefice dei siciliani e dei dipendenti delle ex Province”.

Il M5S all’Ars ha detto “no” alla legge istitutiva dei Liberi consorzi “che – dice la capogruppo Angela Foti – anche con i correttivi operati, purtroppo non cambierà la situazione dei lavoratori”.

Questo governo – aggiunge la Foti – si è prostrato davanti al Governo nazionale, umiliando questo Parlamento e il nostro Statuto. Ci auguriamo che questo non succeda più e che in futuro ci si presenti a Roma entrando dalla porta principale e non da quella di servizio”.

Dello stesso tenore l’intervento in aula del deputato Francesco Cappello che ha rimarcato l’esigenza di riconoscere al Parlamento siciliano la dignità e l’autorevolezza che all’Ars il M5S riconosce e che il governo regionale invece gli nega.

Noi non torniamo indietro – ha detto il deputato – ma non tanto per la legge, contro la quale il M5S aveva pure votato contro, ma in difesa delle prerogative del nostro Statuto”.

Il voto del M5S ha contribuito a bocciare la coincidenza tra sindaco metropolitano e sindaco del capoluogo.

“Una norma – afferma il deputato Salvatore Siragusa – che avrebbe concentrato enormi poteri nella mani di una sola persona, con tutte le pericolose ed innumerevoli controindicazioni che la cosa avrebbe comportato”.

Il gruppo parlamentare di Sicilia democratica si ritiene invece “soddisfatto per l’approvazione in Aula della legge sui liberi consorzi e le città metropolitane che finalmente ha chiarito quelle parti che erano state oggetto di rilievo da parte del Governo nazionale”.

“Ci siamo adeguati alla legge Delrio e questo consentirà agli enti di area vasta di poter entrare a pieno regime e usufruire di tutti i finanziamenti disposti dal Governo per le Regioni che hanno una legge organica di settore”.
Questo è quello che dicono in un comunicato i deputati Giambattista Coltraro, Pippo Currenti e Salvo Giuffrida.
In tutto questo bailamme – e qui ha ragione Musumeci – non si è capita la cosa più importante: chi assicurerà il funzionamento delle ex Province? E, soprattutto, dove sono i soldi per pagare gli stipendi ai 6 mila e 500 dipendenti?
P. S.
Ricordiamo che la legge approvata dall’Ars non sta recependo l’articolo 15 dello Statuto siciliano, che prevede la sostituzione delle Province con liberi Consorzi di Comuni. I Consorzi di Comuni introdotti con questa legge non sono affatto “liberi”, ma sono obbligati a seguire un percorso che non ha nulla a che spartire con il già citato articolo 15 dello Statuto.
Peggio di così, su tale materia, non si poteva legiferare.

 

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