Università: perché la valutazione della qualità della ricerca (VQR) penalizzerà gli Atenei del Sud

8 marzo 2016

Con il VQR l’Italia avrà un’Università a due velocità. Anche in questo caso, neanche a dirlo, a subire gli effetti di queste politiche saranno gli Atenei del Mezzogiorno del nostro Paese che, già dal primo ciclo della VQR, hanno visto un forte decremento dei finanziamenti erogati. Insomma, un’università meridionale a rischio estinzione, se è vero che va incontro a ulteriori ridimensionamenti

di Giulia Callari

Da diversi mesi all’interno delle Università italiane si sta sviluppando un aspro dibattito relativo alla valutazione della qualità della ricerca (VQR) per il triennio 2011-2014. In diverse Università si sta sviluppando un movimento di protesta, con la parola d’ordine STOP-VQR, volto al boicottaggio (della VQR) con il rifiuto da parte di molti ricercatori di sottoporre i propri lavori a valutazione.

Per avere contezza della portata della protesta si consideri come in alcuni atenei l’astensionismo tocchi picchi che raggiungono il 50%. Nonostante sembri una questione lontana dai non addetti ai lavori, una veloce analisi della questione VQR mostrerà che così proprio non è.

È quindi necessario approcciarsi alla questione cercando di capire cos’è la VQR, quali sono i suoi obietti ufficiali (e non) e gli effetti che determinerà e che ha già determinato nel suo precedente ciclo.

La VQR è uno strumento prodotto dall’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) che ha la funzione di valutare la qualità dei prodotti (questo è il nome attribuito alle pubblicazioni che ricercatori e docenti hanno elaborato durante la loro attività di ricerca) per assegnare risorse premiali alle università migliori e punire invece le meno efficienti.

PREMIARE IL MERITO! È quindi questa la parola d’ordine che il governo, attraverso l’Anvur, ha fatto propria per il finanziamento della ricerca in italia?

Andando a vedere gli effetti del precedente ciclo di valutazione VQR 2004-2010, si comprende come le quote premiali non siano risorse in più per le Università “migliori”, ma tagli per le altre. Tutto ciò in un contesto in cui l’Italia risulta già agli ultimi posti in Europa in termini di spesa per l’Università pubblica, in cui le tasse d’iscrizione sono cresciute del 51% negli ultimi 7 anni e che vede solo il 7% degli studenti prendere una borsa di studio a fronte del 40% degli idonei.

È evidente che di premiare il merito non se ne parla, proprio perché in tutta questa vicenda premi non ce ne sono. PUNIRE IL DEMERITO! Era forse questa allora la parola d’ordine del governo sul mondo della ricerca? Per fare ciò sarebbe bene prima definire il concetto di merito.

Non pochi sono gli errori e le incongruenze di metodo utilizzati per la VQR; diversi articoli hanno mostrato infatti l’antiscientificità dei criteri usati per la classificazione dei “prodotti” alla faccia della presunta obiettività della valutazione

come potete leggere qui

e come potete leggere ancora qui.

D’altronde, non c’era molto da aspettarsi in termini di definizione di merito dai teorici del merito del copia e incolla (come potete leggere qui), nominati secondo criteri di selezione mai resi noti.

Intanto l’IIT (fondazione di diritto privato), istituita da Tremonti, riceve un finanziameto di un miliardo e mezzo di Euro per un “progetto petaloso”, come lo ha definito il premier Renzi pochi giorni fa, l’Human Technopole in barba a qualsiasi valutazione di qualità.
Due pesi e due misure: la retorica della valutazione del merito quando si tratta di definanziare atenei pubblici e, al contempo, l’arbitrarietà procedurale quando si tratta di distribuire soldi pubblici a fondi privati che potranno essere gestiti fuori dalle regole che Università e organismi di ricerca pubblici devono invece seguire: bilanci non pubblicati, bandi per la selezione di personale non pubblicati, contratti e consulenze non note.

No, non è neanche punire il demerito. E se anche lo fosse, PUNIRE CHI? Sicuramente non il corpo accademico di ruolo, che non vede tramite questo strumento una riduzione del proprio salario, ma solo minori opportunità di produrre una ricerca.

A essere puniti saranno i precari della ricerca (i cui lavori nella maggior parte dei casi non sono neanche considerati nella VQR) che, in funzione del definanziamento, avranno sempre minori possibilità di continuare la propria carriera se non emigrando, sono gli studenti che avranno sempre meno servizi e opportunità e che continueranno a vedere aumentare le tasse universitarie, sono tutti quelli che vivono i territori in cui il processo di definanziamento andrà avanti.

Dietro la retorica della meritocrazia si nasconde un progetto chiaro per l’università italiana basta analizzare cosa dichiara su la Repubblica Sergio Benedetto (componente direttivo Anvur): “Tutte le Università dovranno ripartire da zero. E quando la valutazione sarà conclusa, avremo la distinzione tra researching university e teaching university. Ad alcune si potrà dire: tu fai solo il corso di laurea triennale. E qualche sede dovrà essere chiusa. Ora rivedremo anche i corsi di dottorato, con criteri che porteranno a una diminuzione molto netta”.

Quindi Università di serie A con maggiori finanziamenti, attività di ricerca e possibilità per gli studenti di accedere ai dottorati di ricerca e Università di serie B senza ricerca, senza finanziamenti e senza possibilità per gli studenti di accedere ai livelli superiori dell’istruzione università.

Un quadro estremamente chiaro che risponde all’unica logica del depotenziamento dell’università pubblica e che non lascia spazio a ragionamenti sul ruolo che l’Università dovrebbe svolgere all’interno dei diversi territori, che non lascia spazio ai diritti di quanti vogliono accedere a una formazione di qualità indipendentemente da dove essi vivano.

Una Università a due velocità per un un’Italia a due velocità. E, anche in questo caso, a subire gli effetti di queste politiche saranno in particolare gli atenei del Sud, che già dal primo ciclo della VQR hanno visto un forte decremento dei finanziamenti erogati.
Un’università meridionale a rischio estinzione come ben documenta Viesti (come potete leggere qui) e che, in funzione della nuova VQR, va incontro ad un ulteriore ridimensionamento.

Si sancisce così ulteriormente un’unica prospettiva per chi vive nel Sud Italia: o l’emigrazione (per chi potrà permetterselo), per ambire ad una formazione, o nessuna formazione, privando il territorio meridionale di quelle conoscenze e capacità necessarie per un rilancio della nostro terra.

Se sono stati tanti i segnali di qual è il modello che il governo ha per il nostro territorio, territorio da depredare, sfruttare e su cui fare speculazione senza alcuna tutela per chi il territorio lo vive, anche qui a colpi di retorica sul sottosviluppo meridionale (le questioni relative alle trivellazioni, agli inceneritori o ancora alle basi Nato, sono solo alcuni elementi di questo disegno), non stupisce che anche sulle politiche che riguardano il finanziamento universitario si segua la stessa logica.

È quindi necessario, per quanti rivendicano una prospettiva diversa per il nostro territorio, combattere oggi contro la VQR allargando il fronte di protesta ed elaborando un pensiero critico sul futuro della ricerca nella nostra terra.

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