Gela: l’ENI va via? Meglio così. La città pensi a un futuro senza chimica

Gela: l’ENI va via? Meglio così. La città pensi a un futuro senza chimica
21 gennaio 2016

Lo stabilimento petrolchimico, a Gela, ho portato solo una “modernizzazione senza sviluppo”. Forse, all’inizio, quando c’era Enrico Mattei, i posti di lavoro erano tanti. Poi, però, sono diminuiti. E sono cresciuti inquinamento e drammi sociali. Inutile stracciarsi le vesti, perché la chiusura della chimica, in questa cittadina martoriata dall’inquinamento, era già ‘scritta’ nel 2013. Bastava saperla ‘leggere’. Gela ha oggi la grande opportunità di aprire un nuovo capitolo senza chimica

Gela: la possiamo dire una cosa senza che nessuno si offenda o di faccia prendere dai ‘virticchi’? La chiusura della raffineria, contrariamente a quello che blaterano i sindacalisti, è un bene per questa martoriata città. Dagli anni ’50 del secolo passato ad oggi la chimica ‘pesante’, a Gela, ha creato solo enormi danni ambientali e sociali. In cambio di posti di lavoro – che una volta erano tanti (ma mai tantissimi) e che piano piano sono diminuiti – la città è stata consegnata ai all’inquinamento’. Oggi l’ENI, il colosso che in questa disgraziata città ha fatto il bello e, soprattutto, il cattivo tempo, ha smontato le tende. Bene: che questi signori dell’ENI vadano via e non ritornino mai più.

Gela, prima di questa follia dell’industrializzazione, era una città bellissima: una città che avrebbe potuto puntare sulla valorizzazione dei propri beni archeologici, sulla cultura classica, sull’agricoltura e sul turismo. Invece negli anni ’50 del secolo passato Enrico Mattei, allora presidente dell’ENI, la scelse come sede di un polo chimico. Mattei non era il peggiore di tutti. Se non l’avessero ammazzato, nell’Ottobre del 1962, Gela non avrebbe fatto la fine che ha fatto. L’allora presidente dell’ENI non era uno sfruttatore. Aveva anche pensato a come tenere alta la qualità della vita. Aveva anche ipotizzato una città satellite dove ospitare i dirigenti e gli operai che avrebbero lavorato nello stabilimento petrolchimico. Proprio per evitare l’assalto alla città. E questa città satellite è stata realizzata: Macchitella. E fino ai primi anni ’80 del secolo passato ha resistito. Poi è stata risucchiata dal degrado di Gela, città dove i sindaci non hanno mai potuto fare a meno di ‘dialogare’ al ribasso con i vertici dell’ENI.

A Gela la chimica – a parte i posti di lavoro che, a partire dagli anni ’80, sono andati sempre più assottigliandosi, fino ad arrivare ai mille e 200 di due anni fa, più un po’ di indotto – non ha mai dato nulla di buono. L’abbiamo detto e lo ribadiamo: il sogno della chimica, in questa cittadina, ha provocato enormi danni.

Il trend della popolazione, a partire dall’unità d’Italia, è sempre stato crescente. Il numero di abitanti di Gela è aumentato a dismisura a partire dalla fine degli anni ’50, in coincidenza con l’arrivo della chimica. Dai 43 mila e 600 abitanti circa del 1951 è passata a oltre 81 mila abitanti nel 1988. Quasi un raddoppio della popolazione. Tutta gente dell’entroterra della Sicilia, attirata dal miraggio di un posto di lavoro nella raffineria. Due gli effetti macroscopici: lo spopolamento delle aree interne e un abusivismo edilizio spaventoso. E naturalmente l’inquinamento.

Chi ha conosciuto Gela negli anni ’70 del secolo passato ricorderà quando il mare era nero. Lo stabilimento industriale – che allora si chiamava ANIC – scaricava direttamente in mare le acque derivanti dai processi di raffreddamento degli impianti. Nessuno protestava. In quegli anni il mare era così inquinato che le onde non riuscivano a frangersi. Erano onde nere. Anche il cielo era nero. L’aria irrespirabile.

La presenza del Polo petrolchimico di Gela non ha inquinato solo questa città, ma ha toccato anche Butera e Niscemi (la città dove hanno piazzato il Muos). Un’area che l’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato “ad alto rischio di crisi ambientale”. In questa grande area l’inquinamento ha compromesso l’ambiente e la salute di chi vi abita.

A Gela la presenza di tumori e malformazioni tra gli abitanti è più elevata rispetto a quasi tutto il resto della Sicilia (fanno eccezione altre aree industriali dell’Isola dove l’inquinamento industriale è pure presente: l’area industriale di Siracusa e Milazzo e la Valle del Mela, altre aree dove certe malattie sono molto diffuse). Ed è più elevate anche rispetto alla media nazionale.

L’inquinamento di Gela non ha risparmiato le falde acquifere e, come già detto, il mare. E non ha risparmiato nemmeno il Biviere di Gela, un’area umida che dovrebbe essere di ristoro per la vita degli uccelli migratori. Una zona che andava tutelata e che, invece, è stata massacrata. L’inquinamento non ha risparmiato nemmeno le coste della provincia di Ragusa (come potete leggere qui).

Tra anni fa l’Eni ha annunciato investimenti per riconvertire la raffineria in una “green refinery”, per dirla all’inglese. Sarebbe bastato leggere attentamente il progetto per capire che non stava né in cielo, né in terra. Dove si è mai visto un investimento che riduce i posti di lavoro da mille e 200 a 700 circa? I politici e i sindacalisti queste cose le sapevano benissimo. Ma hanno fatto finta di non capire. Oggi si stracciano le vesti. Farisei.

Oltre agli accordi del 2013 ci sono anche i protocolli d’intesa del 2014. Altri 2 miliardi di Euro di investimenti. Altre balle. Altro fumo negli occhi. Oggi gli esponenti di Cgil, Cisl e Uil parlano di “inganno di Stato”. E attaccano il governo nazionale che dava la vertenza Gela come “risolta”. Ovviamente è una recita. Figuriamoci se Eni e Stato – quello Stato che ogni anno depreda dal Bilancio della Regione circa 9 miliardi di Euro calpestando lo Statuto siciliano – vengono a investire a Gela 2 miliardi e passa di Euro. Marameo!

Oggi c’è chi ricorda che Renzi in persona, nel Ferragosto del 2014, aveva assunto impegni “solenni” per Gela. Dimenticando che l’attuale Presidente del Consiglio è specializzato nel confezionare bugie. Insomma, tutti sapevano tutto. E il fatto che oggi si dica che è tutto bloccato perché non è stato siglato l’accordo di programma tra Stato, Regione e Comune di Gela è solo una scusa. Forse uno di quelli che ci potrebbe aver creduto a questa favola è il presidente della Regione, Rosario Crocetta, ex sindaco di Gela, città che non lo ama. Non a caso quando Crocetta prova ad esibirsi in un comizio a Gela viene sommerso dai fischi. E’ stato preso in giro anche lui? Non è da escludere.

Oggi i sindacalisti annunciano le battaglie che avrebbero dovuto fare nel 2013 e nel 2014. Ma – a parte Crocetta e gli abitanti di Gela che sono stati gabbati – è solo una sceneggiata.

Quanto a noi, ribadiamo che a Gela viene finalmente fornita un’opportunità per iniziare a lavorare seriamente al proprio risanamento. Non c’è da aspettarsi investimenti dallo Stato. Il governo Renzi non darà un Euro per provare a ripulire un territorio sottoposto, dagli anni ’50 del secolo passato fino ai nostri giorni, a un bombardamento continuo di fattori inquinanti.

Il sindaco di Gela, il grillino Domenico Messinese, che è stato messo alla porta dal Movimento 5 Stelle perché accusato di aver ‘trescato’ con i vertici dell’ENI, ha a disposizione una buona occasione per pensare a una città diversa. I primi anni non saranno facili. Ma Gela ha le risorse per farcela. Puntando su altre cose. Per esempio, alle energie alternative, a cominciare dal solare. O all’agricoltura. Alla valorizzazione dei beni archeologici e alla cultura classica. A tutto tranne che all’industria. Che a Gela è solo un’esperienza devastante da dimenticare.

 

 

 

 

 

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