La Sicilia non va liberata solo dagli ‘ascari’, ma anche dai siciliani malati di auto-razzismo

La Sicilia non va liberata solo dagli ‘ascari’, ma anche dai siciliani malati di auto-razzismo
22 dicembre 2015

Sono quelli – ci racconta in questo articolo il professore Massimo Costa – che parlano sempre male della Sicilia, salvando, ovviamente se stessi e la propria cerchia di parenti e amici. Sono quelli che plaudono a ‘Buttanissima Sicilia’ di Pietrangelo Buffacuoco e all’ ‘Isola di merda’ immortalata da Roberto Vecchioni. Ma nonostante questi personaggi in cerca d’autore, cresce in Sicilia la voglia di Indipendenza. Per affrancare la nostra Isola dal vecchio ‘ascarismo’ e dai nuovi stupidi

di Massimo Costa

I Siciliani sono razzisti? Per rispondere a questa domanda dobbiamo dire prima cosa intendiamo per razzismo. Il razzismo è un’ideologia, vecchia quanto l’uomo, secondo la quale si presuppone che le persone che appartengono ad altri gruppi umani, rispetto al nostro, siano “inferiori”, non per motivi contingenti, culturali, economici, sociali, ma per una inferiorità genetica o comunque irrecuperabile.

Non c’è niente di male a riconoscere le differenze. Le differenze ci sono sempre state. Altrimenti dire che quella tale regione è “arretrata”, quando lo è per davvero, sarebbe un atto di razzismo. No, il razzismo non è una considerazione razionale, sociologica, anche se spesso il razzismo si ammanta di scienza, si paluda di argomenti razionali. No, il razzismo è un atteggiamento psicologico profondo, e quindi sostanzialmente irrazionale, che forse risale a quando i primi gruppi umani dovevano trovare una giustificazione psicologica allo sterminio reciproco, necessario all’appropriazione delle risorse.

Il razzismo non fu inventato da Hitler, e non va nemmeno demonizzato come il “male assoluto”. Esso è solo uno stadio della coscienza umana, uno stadio che va intanto compreso, e che il mondo civile ha il dovere di superare. Razzisti erano gli antichi greci che consideravano “barbari” tutti coloro che non avevano la loro cultura. Razzista era Hegel quando considerava lo spirito tedesco la più alta manifestazione della coscienza umana.

E il razzismo non è finito oggi. In genere sono i più fortunati, storicamente, ad essere razzisti nei confronti dei meno fortunati. In Italia, oggi, il razzismo antimeridionale è più vivo che mai. La Questione meridionale è, essenzialmente, nel sentire comune dell’italiano medio, da Roma in su, un problema dovuto ad una innata cultura meridionale deviata. E, in questo quadro, i Siciliani oggi possono essere definiti razzisti? Se sì, quanto e verso chi?

A mio avviso, il vero razzismo nei confronti dei più sfortunati di noi, da noi non attecchisce. Prevale la solidarietà, anche quando razionalmente si respinge la logica aberrante dell’esodo biblico che sposta una massa umana senza fine, peraltro voluta da un mondialismo disumano. La reazione, in quel caso, è solo in termini di “sostenibilità” economica e sociale, mai di razza. Quel razzismo qui ha poco da attecchire. Per quell’esodo la Sicilia è esattamente come la Macedonia dall’altro lato: solo una tappa di passaggio verso il mondo ricco.

Il profondo razzismo dei Siciliani, per fortuna non di tutti, ma purtroppo di molti, ha un altro oggetto, e in questo la Sicilia rappresenta uno dei pochi casi al mondo di “autorazzismo”. Esiste un diffuso tipo di Siciliano che, nel suo intimo, disprezza la Sicilia, non la ama, la ripudia, considera il Popolo Siciliano un popolo malvagio, incivile, incapace di autogovernarsi, in una parola, sebbene sia quasi impronunciabile, una “razza inferiore”. Naturalmente questi siciliani si tirano fuori da questa razza inferiore, da questi subumani, loro sono un’eccezione.

Per uno strano scherzo del caso a loro è toccato di nascere in mezzo a questo anello mancante tra l’uomo moderno e i suoi lontani progenitori. Solo loro, e i loro stretti familiari ed amici, sono i “siciliani civili”, quelli “per bene”, quelli che “non sono tutti così”. Ma se chiedi loro cosa pensano della Sicilia, ti dicono che la Sicilia, che spesso conoscono in minima parte nei suoi più intimi tesori, “è tutta uno schifo”, che è “irredimibile”, che dovrebbe essere commissariata da settentrionali, anzi da norvegesi, anzi forse da alieni. Dicono, o pensano non avendo il coraggio di dirlo, che ai Siciliani dovrebbe essere tolto persino il diritto di voto, naturalmente per il loro bene. Altro che autonomia! Indipendenza, poi…

Ebbene, signori, questa sindrome ha un nome semplice semplice: razzismo. Sebbene sia curiosamente rivolto contro se stessi, e facilmente smontabile da un punto di vista razionale, esso resiste ad ogni argomentazione, proprio perché radicato nell’intimo e irrazionale.

Sono contenti, applaudono, quando qualcuno da fuori viene ad infamarli, come un vecchio cantante un po’ andato, che si può permettere di dire in un’aula universitaria siciliana, che la “Sicilia è una merda”. In qualunque altro Paese al mondo, si sarebbero immediatamente alzati tutti gli astanti, lo avrebbero fischiato e cacciato via dal consesso in malo modo. Non lo avrebbero neanche fatto finire di parlare. In Sicilia no, non solo sopportano, ma un buon 50% dice che ha ragione. E, paradossalmente, ci resta deluso quando il cantante, rendendosi conto di avere esagerato, fa un passo indietro.

Solo in Sicilia si può pubblicare un libro in cui la propria patria è definita con la più infamante insolenza per le donne. Non solo si pubblica il libro, ma lo si pubblicizza allegramente, si replica persino uno spettacolo per promuoverne la diffusione. La più solenne infamia della propria Patria fa “ridere”.

Signori, oggi la Sicilia ha un problema, un problema gravissimo. E questo non è quello del bilancio, ma la perdita di ogni forma di autostima, l’odio profondo dei Siciliani verso se stessi e la loro Terra Madre. Forse vi stupirà che io, economista, dica questo. La slealtà dello Stato nei confronti della Sicilia, che non solo deruba la Sicilia di almeno 10 miliardi l’anno, ma calpesta e umilia ogni diritto costituzionale residuo della stessa, non è la “causa” dei nostri problemi, ma solo il triste “effetto”. In qualunque posto al mondo si farebbero flash mob davanti alle Prefetture permanenti, fino a che lo Stato non abbia fatto un passo indietro. Da noi si lamentano solo gli indipendentisti, razza strana, sebbene appaiano in crescita. Dove sono gli altri? I primi a pagare, molti di quelli che vedono tristemente andar via i loro ragazzi, di quelli che si vedono licenziare o che devono chiudere bottega, non sanno che la colpa è dell’Italia, pensano che la causa dei loro mali, la causa ultima, siano i Siciliani stessi.

Ce ne siamo accorti qualche giorno fa, quando abbiamo lanciato ufficialmente nome e simbolo del nuovo movimento indipendentista, “Siciliani Liberi”, che sta raccogliendo intorno a sé pezzi crescenti di società siciliana che mai si erano avvicinati al tradizionale sicilianismo. Quel post, proprio per la sua novità nell’asfittico clima politico siciliano, ha raggiunto in breve decine di migliaia di siciliani, che ora non possono dire di “non sapere” che esistiamo. Ha raggiunto un po’ tutti, non la militanza indipendentista o nazionalista.

E sono arrivate quindi anche le reazioni. Alcune sono state vere e proprie “male parole”. Siciliani che offendono altri siciliani per il solo fatto che questi osino pensare che la Sicilia sia un Paese normale, e che come tale ha ogni diritto all’autogoverno, alla libertà, all’indipendenza. Altre sono state tragicamente ridicole.

Pensate un po’ la Sicilia indipendente nelle loro parole: ci sarebbe la mafia, ci sarebbe il sottosviluppo, ci sarebbe il Muos. Per una strana fuga dalla realtà, l’impietosa fotografia della triste Sicilia di oggi, non viene imputata a chi la governa, da almeno 150 anni, cioè l’Italia, ma ad una molto ipotetica Sicilia indipendente che non c’è mai stata.

In questo immaginario collettivo deviato da un lato c’è lo Stato italiano, che con carità da crocerossina cerca in ogni modo di redimere questa terra del demonio, uno Stato che porta istruzione, infrastrutture, civiltà, e dall’altro un popolo protervo e sleale, che resiste a qualunque tipo di redenzione. Un popolo di mafiosi, di corrotti, di incivili. A nessuno di loro viene in mente che questo stereotipo possa essere stato lentamente e sapientemente inculcato dalla cultura italiana dominante, che ha costruito un framework in cui al siciliano è attribuito sempre il ruolo del cattivo.

Vi siete chiesti come mai persino nei cartoni animati ai cattivi e ai delinquenti sia dato uno sforzato accento siciliano? Come mai la Regione non ha mai fatto cause miliardarie contro queste manifestazioni “artistiche” per danni d’immagine? Come mai quando un siciliano chiede per la Sicilia lo stesso rispetto che si pretende per gli ebrei, per i neri, e per ogni altra minoranza, viene emarginato, e la sua protesta bollata come “retorica sicilianista”, il solito “piangersi addosso”? Come mai sulle tv nazionali, l’unico soggetto che può essere preso a pesci in faccia è solo e sempre la Sicilia?

Il problema non è l’Italia, cari Siciliani, “cu’ pècura si fa, lu lupu si lu mancia”. Il problema siamo noi, il nostro servilismo, la nostra schiena curva, il nostro disprezzo per noi stessi. Dov’è finita quell’autostima, eccessiva forse, di cui parlava il Tomasi di Lampedusa? Il Siciliano che addirittura si sentiva “il sale della Terra”. Ne ho conosciuto qualcuno di quegli ultimi siciliani dignitosi, quando ero bambino. Poi il veleno italico, promanante dalla TV e dai giornali, ma anche dalla scuola, ha fatto il suo effetto. Lo sfruttato alla fine ha assimilato l’ideologia dello sfruttatore, come quelle mogli di una volta che giustificavano il marito che le picchiava, che lo faceva “per amore”.

Il problema principale per l’indipendentismo siciliano di oggi non è l’assimilazione all’Italia. Il problema non è che i Siciliani si sentono Italiani e non sentono più la loro nazionalità siciliana. I Siciliani sanno benissimo di essere Siciliani e non Italiani. Il problema è che, anziché esserne orgogliosi e fieri, se ne vergognano, perché così è stato insegnato loro in maniera tanto più profonda quanto non dichiarata esplicitamente.

Se vorremo vincere la nostra guerra di liberazione, sappiamo che, oltre alla lotta politica quotidiana per la sopravvivenza, dobbiamo condurre una sottile rivoluzione culturale, questa volta dentro di noi. Abbiamo un temibile nemico da abbattere, l’unico che può impedire realmente ai Siciliani di giungere alla piena libertà e sovranità: il complesso di inferiorità.

Sta a noi ribaltare questo paradigma. È la Sicilia “italiana” l’alpha e l’omega della nostra inferiorità. Fuori dall’Italia saremo liberi, e saremo normali, non peggiori di un qualunque popolo europeo, non peggiori dei maltesi come dei danesi, dei catalani come dei croati o dei lituani, non peggiori dei tunisini aggiungo che, nonostante il terrorismo, sperimentano indici di sviluppo superiori ai nostri. Nessuno, mai più, dovrà governare al posto nostro. Questa è la missione che tocca alla nostra generazione per salvare la Sicilia da fine sicura.

Quando avremo ribaltato questa coscienza tutto il resto verrà da solo, e anche molto in fretta. Le cose stanno cambiando, sono ottimista.

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