Indipendentismo: perché il leader avrebbe dovuto essere Gaetano Armao e non Massimo Costa?

Indipendentismo: perché il leader avrebbe dovuto essere Gaetano Armao e non Massimo Costa?
5 dicembre 2015

Proviamo, tra cronaca e storia, a ricostruire, per sommi capi, i tanti tentativi di rilanciare l’Autonomia siciliana. Dal ‘Milazzismo’ a Piersanti Mattarella. Dalle intuizioni di Rino Nicolosi al trasformismo di Raffaele Lombardo. Un racconto che arriva fino ai nostri giorni. Con la facoltà di Giurisprudenza di Palermo fucina di tanti leader, da Sergio D’Antoni a Vito Riggio, da Luigi Cocilovo a Leoluca Orlando

Sulla rete, in queste ore, si discute, e molto, della spaccatura avvenuta in Sicilia Nazione. Sulla vicenda sono già intervenuto dando ragione al professore Massimo Costa. Torno sull’argomento per porre alcune domande al variegato (e complicato) mondo dell’autonomismo e dell’indipendentismo siciliano. Sono domande che ruotano tra i miei pensieri da molto tempo. Oggi ne parlo a ruota libera.

Conosco il professore Costa da tanti anni. Per la precisione, dal 1996, quando il professore Andrea Piraino, docente di Diritto Costituzionale all’Università di Palermo, esponente di punta del libero pensiero dei cattolici impegnati nel sociale, praticamente in quasi-solitudine, ha posto il tema del rilancio dell’Autonomia siciliana e, in generale, della questione siciliana. Di quegli anni ricordo il tentativo di valorizzare il pensiero sturziano, coniugandolo con i bisogni di una Sicilia già allora in affanno.

Mi piace ricordare il professore Piraino perché, nella sua idea di rilancio dell’Autonomia siciliana e, in generale, della questione siciliana – ripeto: anno di grazia 1996 – c’erano tanti temi che, da ragazzino, sentivo enunciare da mio padre: erano i temi legati all’esperienza di Piersanti Mattarella presidente della Regione: riforma della pubblica amministrazione, ‘trasparenza amministrativa’, lotta senza quartiere alla mafia e alla mentalità mafiosa con i fatti e non con le chiacchiere e gli affari (legge antiracket, con annessi business, e gestione truffaldina dei beni sequestrati alla mafia).

In quell’anno ebbi modo di lavorare insieme ad alcune persone che conoscevo e stimavo (per esempio, Beppe De Santis, ‘funambolico’ e vulcanico ex sindacalista della Cgil, genio e sregolatezza e comunque ‘inafferrabile’ per definizione: infatti è ‘sparito’). Tra le tante persone conosciute ricordo anche il professore Costa, che forse non faceva parte del gruppo messo su dal professore Piraino.

Il professore Costa l’ho incontrato un altro paio di volte. Nei primi anni del 2000, quando iniziava la sua azione ‘pastorale’ di autonomista. E poi quando si è candidato alle elezioni comunali di Palermo. Lo seguo da allora con interesse. Ed è sempre stato in prima fila in difesa dell’Autonomia.

L’esperienza di Raffaele Lombardo – iniziata nella prima metà del 2000 – sembrava un fatto politico interessante. Nuovo, no. Chi segue la politica regionale (nel mio caso la seguo per lavoro dal 1985 e anche da appassionato di storia dell’Autonomia) sa che ci sono stati tanti tentativi di rilanciare l’Autonomia siciliana. Il più serio di tutti è stato quello messo in atto da Giuseppe Alessi, il primo presidente della Regione, all’indomani della ‘famigerata’ sentenza della Corte Costituzionale – se non ricordo male, correva l’anno 1957 – che ‘assorbiva’ le competenze per l’Alta Corte per la Sicilia.

Una sentenza abusiva, italiana, da Promessi sposi con un finale scritto male, che toglieva alla nostra Regione la possibilità di difendersi.

Alessi diceva che “l’Alta Corte per la Sicilia era stata sepolta viva”, perché lo Stato non ha mai avuto il coraggio di abrogarla con una legge costituzionale. Grazie a Franco Nicastro – parlo del giornalista e storico dell’Autonomia siciliana, tra i principali protagonisti di Sicilia domani, periodico che è andato in stampa negli anni ’60 e ’70 del secolo passato – persona che vedo poco, verso la quale nutro tantissima stima, ho potuto leggere nelle edizioni di Sala d’Ercole di quegli anni, quello che, sulla ‘sepoltura’ dell’Alta Corte, scriveva il professore Giuseppe Montalbano, giurista, all’epoca esponente di spicco del Pci.

Ma la cosa più intelligente provò a farla Giuseppe Alessi, che spedì in Baviera un suo amico. L’ex presidente della Regione, dopo la discutibile sentenza della Corte Costituzionale, aveva capito che, senza l’Alta Corte, l’Autonomia siciliana era finita in un binario morto. Da qui l’idea di costituire una Dc siciliana federata alla Democrazia Cristiana nazionale. Don Luigi Sturzo, che allora era ancora in vita (sarebbe venuto a mancare qualche anno dopo) era d’accordo? Non lo sapremo mai con certezza.

In ogni caso, l’idea di una DC siciliana federata allo Scudocrociato nazionale venne intercettata dai ‘capi’ romani di questo partito. Sembra – così mi hanno raccontato – da Andreotti, che con la Sicilia ha sempre avuto un rapporto particolare, ancor prima che Salvo Lima, dopo essere stato messo alla porta dalla corrente di Giovanni Gioia, approdasse nella sua corrente. Ai ‘numi tutelari’ romani della DC l’idea ‘antiascarismo’ di Alessi non andava a genio, vuoi perché i democristiani siciliani, a Piazza del Gesù, li volevano ‘ascari’, vuoi perché temevano di non poter controllare Alessi, che in quanto fondatore della DC e figura autorevole assai, non prendeva ordini da nessuno. Così i ‘capi’ di quello che allora era partito di maggioranza decisero di ‘promuovere e rimuovere’ Alessi: l’avrebbero candidato ‘a vita’ nel collegio senatoriale di Caltagirone-Gela, cioè nel collegio più sicuro d’Italia. E così fu.

Un altro politico che ha giocato la carta del rilancio dell’Autonomia, appena un anno dopo l’abolizione dell’Alta Corte, è stato un altro democristiano: Silvio Milazzo. Più furbo che politicamente intelligente, Milazzo è stati il protagonista di una stagione politica al chiaroscuro passata alla storia come ‘Milazzismo’. Un’eterogenea alleanza tra un ‘pezzo’ di DC, monarchici, fascisti, socialisti e comunisti contro la DC ufficiale. Un’operazione ‘benedetta’ anche da don Luigi Sturzo contro Amintore Fanfani, che all’epoca dei fatti ricopriva la carica di segretario nazionale della DC, Presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri. In pratica, Fanfani era quello che oggi è Renzi (che oggi è un po’ più forte, in proporzione, perché ha dietro la Germania della signora Merkel, mentre Fanfani, in quanto sostenitore dell’allora presidente dell’ENI, Enrico Mattei, aveva contro mezzo mondo, americani, francesi e ‘Sette sorelle’ in testa: queste ultime erano le multinazionali del petrolio) e mezza DC lo voleva a tutti i costi ‘sbarellare’.

L’operazione riuscì, solo che in Sicilia Milazzo decise di continuare l’avventura, strumentalizzato dal Pci di Emanuele Macaluso e dall’avvocato Vito Guarrasi, una coppia che godeva dell’appoggio del ‘Migliore’, al secolo Palmiro Togliatti, segretario nazionale del Pci. Quest’ultimo, con l’operazione Milazzo – che nella seconda parte era mediata dalla mafia – s’illudeva di rompere l’unità politica dei cattolici. L’operazione Milazzo, è noto, finì male per Milazzo e bene per i personaggi che avevano voluto il secondo e il terzo governo Milazzo: ci riferiamo a Nino e Ignazio Salvo, che durante il ‘milazzismo’ acquisirono il controllo delle esattorie siciliane, e a un gruppo di imprenditori catanesi che, trent’anni dopo, sarebbero passati alla storia come ‘I Cavalieri’ dell’Apocalisse’, ovvero i noti Cavalieri del Lavoro di Catania.

Per completezza di cronaca va detto che i deputati dell’Msi parteciparono solo al primo governo Milazzo (l’unica cosa da salvare di quest’esperienza); mentre nei due successivi governi Milazzo, condizionati dalla mafia, si chiamarono fuori, lasciando il campo ai monarchici, a qualche socialista ‘inciucione’ e, soprattutto, al Pci di Macaluso, ma non al Pci di Girolamo Li Causi e di Pio La Torre, che erano contrari all’operazione Milazzo e, soprattutto, al secondo e al terzo governo Milazzo, governi condizionati dai mafiosi.

Negli anni successivi non sono mancati i tentativi di rilanciare l’Autonomia siciliana. Ma l’unica esperienza seria è quella di Piersanti Mattarella. Che si è conclusa in modo tragico. Nelle sue memorie, l’onorevole Salvatore Natoli, figura storica del Partito repubblicano italiano in Sicilia, assessore del governo Mattarella, tra i tanti particolari, ricorda che il presidente della Regione, nelle ultime settimane del 1979 (Mattarella verrà trucidato il 6 Gennaio del 1980 a Palermo), si era recato più volte a Roma. Anche allora – e questo me lo confermava mio padre che le cose della DC siciliana la conosceva bene – si vociferava di un nuovo soggetto politico d’ispirazione cattolica. Difficile, oggi, appurare altri particolari di questa storia. Ma un fatto è certo: Piersanti Mattarella era perfettamente cosciente dei problemi del suo partito in Sicilia e sapeva – ad esempio – che Vito Cincimino (che non era solo il responsabile per gli enti locali della Dc di Palermo, ma era anche ‘altro’, molto ‘altro’) non era un estimatore della sua azione politica e dell’azione politica di Calogero Mannino e di Rosario Nicoletti, per citare altri due dirigenti di primo piano della DC siciliana di quegli anni.

Negli anni ’80 c’è un timido tentativo di rilancio dell’Autonomia. Ci prova l’allora deputato regionale Leopoldo Pullara, in rottura con il suo partito (il Pri), dando vita al Movimento di azione per l’Autonomia. Ma è un’operazione ‘pilotata’ a metà dal Pci siciliano retto in quegli anni da Luigi Colaianni. Risultato: un fallimento.

Un rilancio dell’Autonomia lo si ha con la presidenza di Rino Nicolosi. Che paga a caro prezzo il tentativo di liberarsi dalla stretta ‘consociativa’ dell’Assemblea regionale siciliana, permeata da regolamenti cervellotici e truffaldini che invadevano l’azione del governo (come le nomine dell’esecutivo che debbono passare dal vaglio delle commissioni legislative: cosa ancora in parte in atto). Su alcune cose Nicolosi è un innovativo e un sincero autonomista, in altre cose gioca in retroguardia: chi scrive, nel 1989, gli chiese: “Presidente, perché avete abbandonato l’articolo 38 dello Statuto?”. Risposta: “Se metto in mezzo l’articolo 38 il mio partito, a Roma, mi blocca una parte dei fondi della legge 64. Non ci conviene”.

Il presidente parlava della legge nazionale n. 64 del 1986, forse il più importante intervento straordinario in favore del Sud messo in campo dallo Stato: 120 mila miliardi di vecchie lire che, per i tre quarti, finiranno in opere pubbliche mediate da grandi aziende del Nord Italia e dalle mafie, mentre il restante quarto di questo fondi, negli anni subito successivi a Tangentopoli, verrà utilizzato per lo stabilimento Fiat nel Basento, in Basilicata.

Che non è mai stato innamorato del’Autonomia siciliana, pur essendo un docente universitario di Diritto pubblico regionale, è Leoluca Orlando. Nemmeno per un momento, negli anni della Rete, Orlando si occuperà di Sicilia e di Autonomia. Verrà eletto all’Ars nel 1991. Ma resterà in Assemblea pochi mesi. Nel 1992 verrà eletto al Parlamento nazionale. Di lui e del suo disinteresse vero i temi dell’Autonomia si ricorderanno, forse ‘inconsciamente’, i siciliani, che nel 2001 gli preferiranno Totò Cuffaro.

Gli anni ’90, per l’Autonomia siciliana, sono un disastro. Si salva solo la già citata esperienza del professore Piraino. Il 2000, invece, è il decennio della rinascita e della caduta. C’è l’esperienza dei tanti movimenti autonomisti e indipendentisti che tornano a prendere piede. Forse è a questi movimenti che s’ispira Raffaele Lombardo, quando, a metà del 2000, lascia l’UDC per fondare il Movimento per l’Autonomia. Esperienza politica, quella di Lombardo, che inizia bene, prosegue male e finisce peggio, tra clientelismo becero e, soprattutto, malgoverno. Non possiamo non ricordare una Finanziaria regionale – assessore all’Economia era Gaetano Armao – con oltre 80 norme impugnate. Un disastro politico. Un ‘raro’ esempio di norme raffazzonate-contrattate tra Aula e corridoi. Da dimenticare.

In tutti questi anni abbiamo visto il professore Massimo Costa darsi un gran da fare. Unica figura che riesce quanto meno discutere con i protagonisti delle infinite sigle dell’Autonomismo e dell’Indipendentismo siciliano. Detto questo, siamo rimasti stupiti quando abbiamo visto il professore Costa in coppia con Armao. E restavamo basiti nel vedere Armao che diventava il ‘leader’, con il professore Costa messo un po’ in ombra.

Lo possiamo dire? Ci sembrava una storia già vista. Ma possibile che ogni cosa politica made in Palermo debba nascere dalla facoltà di Giurisprudenza del capoluogo siciliano? Abbiamo iniziato con Lauro Chiazzese. La Cisl ha preso da questa facoltà Sergio D’Antoni, Vito Riggio e Luigi Cocilovo. Per non parlare del già citato Leoluca Orlando che calca la scena politica dal 1985. E prima di lui c’è Sergio Mattarella – docente di Diritto parlamentare sempre in questa facoltà – in politica dal 1981 e oggi Presidente della Repubblica. Ora si era presentato Armao – altro docente di questa facoltà – in versione autonomista-indipendentista.

Ragazzi, basta! Basta con questa facoltà di Giurisprudenza di Palermo! Anche perché, a parte Cocilovo – di certo il meno dannoso di questa ‘nidiata’ – non è che questi personaggi abbiano fatto crescere la nostra sempre più disastrata Isola. Se in Sicilia siamo dove siamo – e siamo messi male, no? – con rispetto parlando, il ‘merito’ è anche loro. Orlando, che da trent’anni ‘strumintia’ al Comune di Palermo, dopo averci regalato migliaia di precari, pur di far partire tre diseconomiche linee di Tram ci vorrebbe appioppare le ZTL. Sempre per la cronaca, Orlando e Riggio (che ormai vola alto, visto che è eterno presidente dell’ENAC) hanno regalato all’Assemblea regionale siciliana i già citati regolamenti consociativi dell’Ars (in quegli anni Piersanti Mattarella non poteva seguire tutto: e queste cose oscene – vere e proprie ‘teratologie’, in bilico tra Diritto & Parlamento blocca-governi – debbono essergli sfuggite). Mentre Sergio Mattarella, se debbo essere sincero, non mi ha mai fatto sognare.

Insomma almeno l’Indipendentismo facciamolo in modo diverso!

Aggiornamento del 6 Dicembre 2015

Nell’articolo ho dimenticato di aggiungere che esiste una realtà – l’Altra Sicilia – della quale è protagonista Franco Catania, che da anni si batte per la rinascita della Sicilia. Debbo anche ricordare l’avvocato Giovanna Livreri, anche lei da anni impegnata per la rinascita della nostra Isola. Aggiungo che l’azione di Giovanna Livreri e di Franco Catania è stata importante per la candidatura di Massimo Costa a sindaco di Palermo.

 

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