La storia del Sud vista con gli occhi di un bambino nel 1860/ La notte di Natale a Napoli, dai ‘presepari’ alle squisitezze della tavola

La storia del Sud vista con gli occhi di un bambino nel 1860/ La notte di Natale a Napoli, dai ‘presepari’ alle squisitezze della tavola
27 dicembre 2018

In questa parte del racconto si racconta in modo magistrale che cosa si mangiava a Napoli – e ci auguriamo, cosa si mangia ancora oggi nella Città Partenopea – la notte di Natale: dalle vongole alle cozze, dal baccalà impanato e fritto agli spaghetti di Granano, dalle orate all’acqua pazza a ‘sua maestà’ capitone. E i dolci. E i vini… 

di Domenico Iannantuoni

La mattina della vigilia mi alzai un po’ tardi, in fondo era festa,
andai subito a vedere il nostro presepe ed avvicinai di qualche
passo i re Magi verso la grotta dove erano Maria, Giuseppe, il
bue e l’asinello e la culla rigorosamente vuota in attesa della
mezzanotte. Mia sorella era come al solito in bagno ove passava
le ore mentre anch’io avrei avuto qualche urgenza, ma resistevo
come un militare in trincea attorcigliando un po’ le gambe. Mia
madre era già andata con le nonne a fare la spesa. Gli ultimi
acquisti per la vigilia, poi Natale e quindi Santo Stefano erano
importantissimi perché a Napoli in quei giorni tutto è festa
religiosa e tutto si ferma.

Sbirciai che ci fosse il pane fresco e vidi tre cartocci che
avvolgevano tre panette di pane “cafone”, ancora calde, da due
rotoli cadauno. Una gran quantità di pacchetti e paccottini, tutti
appoggiati sul tavolo, lasciavano presagire piatti favolosi.

– Per fortuna sei uscita dal bagno, Maria. Stavo per
farmela addosso!-

Mia sorella mi baciò e poi mi tirò
fuori la lingua per scherzo, ma mi sorrideva e non le dissi
nulla.

Quando uscii dal bagno andai in cucina e vidi la mamma e le
due nonne che confabulavano proponendo le modalità della
cena ed anche qualche novità gastronomica. I nostri piani di
cottura erano sistemati vicino alla finestra ed erano organizzati
secondo un criterio di diametro in cerchi di acciaio a misura
sempre più piccola, decrescente fino al forno. L’alimentazione
della cucina era a legna e diversi pezzi di quercia, da taglio
munuto, attendevano di essere inseriti nella fornace sottostante.
Mia madre e le mie nonne avevano tutte un grembiule di
protezione ed un copricapo in testa. Mi salutarono a malapena
ed allora capii che il loro impegno era al massimo e dovevo stare
alla larga. Dunque andai in sala a cercare i nonni e mio padre
che stavano seduti a leggersi ciascuno il proprio giornale…in
silenzio prefestivo, che è un modo di distaccarsi dal mondo. Mi
accennarono un saluto con sorriso e risprofondarono nella
lettura.

Mia sorella neanche a parlarne, era rintanata nella sua cameretta
a farsi bella. Un paio d’ore non gliele toglieva nessuno.
Mesto mesto mi recai nella mia cameretta, mi vestii e feci per
uscire di casa con un bel cappottino giuntomi in dono dai miei
genitori per l’occasione.

– Dove vai?- Disse ad alta voce mio padre.
– A fare due passi- Risposi. – Qui vedo che siete tutti
impegnati.
– Aspettami Francesco, vengo con te!- Mi rispose pronto
mio padre.
– Anch’io mi stavo un po annoiando…ma sai i nonni,
hanno il vizio di leggere profondamente il giornale …e
soggiunse a bassa voce…quasi vi cavassero le verità
dell’universo.- Mi strizzò l’occhio ed uscì con me.

Napoli era semplicemente meravigliosa quella tarda mattinata
della vigilia di Natale. Tantissima gente per le strade che
ultimava i propri acquisti, gli zampognari che erano cresciuti di
numero e suonavano con passione lungo la Via Toledo e tutte le
traverse dei quartieri Spagnoli e raccoglievano le offerte in
denaro dei passanti senza mai smettere di suonare.

Tornammo a casa verso le due in quanto mio padre ne approfittò
per portarmi perfino in Via San Gregorio Armeno dove erano
situate tutte le botteghe dei presepari e dove mi regalò un
bellissimo Gesù Bambino che poi avrei sistemato nella culla
a mezzanotte al posto di quello dell’anno passato che avevo
nascosto dietro la grotta. A casa ognuno in libertà aveva
mangiucchiato qualcosa ed io mi feci una fetta di pane “cafone”,
olio e due o tre pomodori del pennolo ben sprizzati, con origano
di montagna e resistetti fino all’ora di cena.

Alle ore 20 ci fu il richiamo generale della mamma e delle
nonne. La tavola era ben imbadita e decorata ed attendeva solo
che ci sistemassimo a sedere.

Mio padre chiese un attimo di silenzio per tutti e fece un
discorso augurale breve e conciso cui tutti
applaudimmo…l’atmosfera stava per riscaldarsi e quindi aprì
una buona bottiglia di Vino bianco “Greco” per brindare
insieme. A me ne mise prima un goccio, però siccome mia
madre era distratta dalle nonne, guardandomi negli occhi e
sorridendomi aumentò la dose del doppio. Io gli sorrisi.

A tavola c’erano altre quattro bottiglie di vino nero, due
“Aglianico” del Beneventano e due “Piedirosso” dei campi
Flegrei…una novità, questa, secondo mio padre, essendo questo
vitigno originario anch’esso del Beneventano o dell’Avellinese.

Mia madre intonò una bella canzone natalizia subito
accompagnata dalle nonne e lesta lesta portò a tavola un primo
antipasto composto da un soutè di vongole e cozze in brodetto
al pomodoro, leggermente piccante. I complimenti furono molti
e la nostra tavola iniziò a scaldarsi.

Poi fu il turno dei gamberetti
infilati in lunghi stecchini e conditi con olio e prezzemolo, fatti
alla griglia, una squisitezza! Mentre il tempo passava, mia
madre e le mie nonne si impegnavano ad entrare ed uscire dalla
cucina senza mai inciampare tra di loro ed ognuna portava a
tavola qualcosa di nuovo. Ecco mia nonna paterna Agnese, con
gran pompa, consegna a tavola un vassoio di merluzzo in umido
che fu accolto con giubilo. Quindi l’altra nonna, Carmela, si
cimentò in piccoli pezzi di baccalà impanato e fritto e verdure
anch’esse impanate e fritte, una bontà. Intanto il nostro piatto
tipico stava per essere portato a tavola verso le ore 21. Ed ecco
comparire dalla cucina una portata eccezionale di spaghetti di
Gragnano al sugo di capitone. Mio padre disse:

– Posso avere un cucchiaio?-
– E già.- Disse mia madre.
– … mi sono proprio dimenticata di quella posata!-
E ne fornì a tutti noi commensali. Anche il capitone al sugo
terminò insieme agli spaghetti, ma per lasciar spazio poco dopo
al capitone alla griglia, servito con patate dorate al forno. Devo
dire che mangiavamo tutti con gusto ma anche il chiacchiericcio
era cresciuto non poco tra di noi. Non erano solo complimenti
ma anche espressioni di pura gioia di stare insieme mentre
aspettavamo le ore 23, orario in cui ci saremmo tutti recati in
chiesa per la nostra messa di Mezzanotte.

Mia sorella non perdeva un singolo colpo, porzioni abbondantissime e pulitura del piatto con pane “cafone”, era insaziabile. Io timidamente,
aspettando il momento che mia madre fosse in cucina, porsi il
mio bicchiere a mio Padre, che capì e mi versò una discreta
quantità di Piedirosso. Acqua se ne beveva poca ed essa era
praticamente tutta destinata a mia sorella e a mia madre, mentre
alle nonne, devo dire, il vino era gradito in modo particolare.

Ed ecco arrivare una bella padella gigante di “Orate all’Acqua
Pazza”, con le sue orate tipiche cui però avevano aggiunto dei
piccoli merluzzetti e minuscole alici per rendere il piatto ancora
più gustoso. Piccantello il brodetto fatto appunto con acqua e
vino bianco, ma con una spolverata di peperoncino “diavolillo”.
I finocchi tagliuzzati fini fini e conditi con sale, olio e limone
di Sorrento, furono il contorno prediletto.

Tutti ormai eravamo non sazi, ma stra-sazi e pensavamo a come
districarci dal tavolo da pranzo quando arrivò nonna Agnese con
un megapiatto ricoperto di sale: la “spigola al sale”, mentre
nonna Carmela portava a tavola una insalatiera ricolma di
misticanza invernale e condita con aceto di vino campano ed
olio d’oliva extravergine dell’alta Puglia, un dono di un amico
di mio padre, particolarmente facoltoso, e che ogni tanto andava
a trovarlo all’Amministrazione.

Mancava ormai meno di un’ora al momento della nostra uscita
per la messa, ed io stavo già cedendo a questa cena luculliana,
quando mia nonna Carmela portò in tavola la sua Torta Polacca
di Aversa. Qui mio padre chiese un minimo di pazienza
(soprattutto a mia madre), e portò in tavola un vino “Marsala
Superiore” prodotto in Sicilia dalla Famiglia Ingham-Whitaker
accuratamente sigillato.

Con la Torta Polacca detto Marsala fu eccellente ed io ne bevvi
un dito, non di più, perché mia madre iniziava a controllarmi di
“sbieco”.

Saltammo le zeppole dolci, ma i Raffiuoli e i “Divino Amore”
no, essi completarono la serata innaffiati da un caffè sublime
preparato da nonna Agnese. Mio padre ed i nonni si
centillinarono pure un buon Rum del Centro America servito
con pezzetti di ciocco latte fondente.

Alle ventitrè in punto lasciammo la tavola ancora in disordine,
ci vestimmo con cappotti e cappelli ed andammo in chiesa, alla
San Francesco.

Mia madre, le mie nonne e Maria si coprirono il capo con il velo
che tenevano sempre in borsetta, mia sorella lo aveva in tasca,
ed entrarono, subito dopo io e mio padre e quindi i nonni le
seguimmo. Trovammo posto a sedere quasi davanti all’altare
dove erano già raggruppati i fratelli e le sorelle della
confraternita per il Rosario. Fu una bella messa cantata e la
chiesa era straboccante di fedeli.
Dopo la comunione, cui io partecipai insieme con mio padre e
le donne di famiglia, e dopo la benedizione, ci recammo subito
a casa nostra dove la prima cosa che feci fu quella di sistemare
il “nuovo” Bambino Gesù nella sua culla. Il “bambino” vecchio
lo guardai per un attimo con compassione, lo baciai e me lo misi
in tasca.

I miei genitori mi sorrisero compiacenti.

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