La vera storia dell’impresa del Mille 3/ I Mille? Erano quasi tutti del Nord Italia

La vera storia dell’impresa del Mille 3/ I Mille? Erano quasi tutti del Nord Italia
2 dicembre 2018

La storia ufficiale ha sempre cercato di accreditare l’impresa dei Mille con tanti siciliani e, in generale, tanti meridionali pronti a fare la rivoluzione per ‘cacciare il Borbone’. Tutte bugie. I siciliani erano appena 31. Ancora più esigua fu la presenza dei meridionali: 25 in tutto, dei quali solo 5 napoletani. Gli unici siciliani che, in Sicilia, daranno una mano a Garibaldi saranno i ‘picciotti’ della mafia. Così nasce l’Italia: con la prima ‘trattativa’ con i mafiosi. Nino Bixio che a Talamone fa il ‘galletto’ con le donne

di Giuseppe Sciano

I MILLE? QUASI TUTTI DEL NORD – Lo scrittore garibaldino, Giuseppe Cesare Abba, sottolinea che fra gli accenti dei volontari spicca soprattutto quello lombardo. Per la verità quasi tutti gli altri accenti sono pure settentrionali. Sembra strano, ma è così: tutti partivano alla conquista del Mezzogiorno e della Sicilia, tranne, appunto, i Meridionali ed i Siciliani. Le minime percentuali di questi, che comunque vi aderirono, non dovrebbero fare testo e sono quasi sempre spiegabili in modo specifico.

Insomma: la totalità dei volontari, con pochissime eccezioni, proveniva dal Nord-Italia. E non a caso. Dalla sola città di Bergamo ne provenivano ben 160: da Genova 156, inclusi i Carabinieri; da Milano 72; da Brescia 59; da Pavia 58. «Poi vi erano in buon numero gli esuli della Venezia… “Austriaca”», ci ricorda in una nota il commentatore Luigi Russo.

Numerosi, fra loro, i nuovi volontari che erano soldati di carriera in servizio presso l’Esercito Sabaudo. Erano stati convinti a partire con Garibaldi e a spacciarsi per volontari, interrompendo soltanto formalmente il rapporto con l’esercito. Anche questa circostanza – lo ripetiamo per inciso – conferma che il Governo Sabaudo partecipava attivamente all’operazione.

Per l’immagine e l’economia della Spedizione (perché ne garantivano la spontaneità), i volontari erano, nella pubblicistica risorgimentale, classificabili per metà operai e per metà: «studenti, avvocati (!), dottori (!), ingegneri (!), farmacisti (!), capitani di mare, pittori e scultori (sic!), ex-preti (!), benestanti, impiegati, scrittori, professori e giornalisti (sic!)»(7). Questa esibizione di titoli e di professioni ci crea un dubbio: erano i Garibaldini che si spacciavano per tali o era soltanto una esagerazione per fini propagandistici, regolarmente prevista nel copione?

Propendiamo per la seconda ipotesi, anche se né Luigi Russo, né altri commentatori la prendono molto in considerazione. Lo stesso Russo ci ricorda la presenza di un «nucleo di stranieri fra i quali quattro ungheresi e fra loro il Türr». Non ci spiega, però, che questo nucleo è solo una piccolissima rappresentanza della massiccia presenza di mercenari ungheresi inviati alla conquista del Sud. Vi sarà, infatti, in campo la
«Legione Ungherese», comandata dal Colonnello Eber. Un’Armata mercenaria che il Governo Inglese aveva già da tempo organizzato in Piemonte, e che poi metterà – con migliaia di uomini – a disposizione di Garibaldi a mo’ di zoccolo duro, di forza d’urto e… di forza di occupazione della Sicilia.

I MERCENARI UNGHERESI PAGATI DAGLI INGLESI – Si tratta di mercenari, dicevamo, di soldati professionisti, ottimamente addestrati (talvolta di eccezionale crudeltà e violenza), che salveranno in diverse occasioni le sorti delle battaglie – simulate o no – le cui vittorie e le cui azioni risolutive vengono attribuite all’Eroe dei Due Mondi ed alle sue camicie rosse. La Legione Ungherese sarebbe stata riutilizzata, dal giovane Regno d’Italia, dal 1861 e, questa volta, con contratto ufficiale a durata pluriennale, allo scopo di contrastare, di reprimere i moti e di massacrare, se necessario, i patrioti e le popolazioni della Napolitania (che si sarebbero ribellati all’occupazione piemontese della loro vera Patria ed alla riduzione in schiavitù, conseguenti alla conquista ed alla successiva annessione).

Lo scarso numero di volontari del Sud delegittima la Spedizione. Vogliamo soffermarci, però, ancora sulla irrisoria presenza di Siciliani (e di Napoletani). È vero che l’Abba, per mettere una pezza, fa capire che i Siciliani hanno tutti incarichi importanti, ma il problema della mancata partecipazione di esponenti delle popolazioni del Sud all’impresa garibaldina appare in tutta la sua evidenza e rimane sul tappeto. Sarà confermata in Sicilia ed in Napoletania prima, durante e dopo l’occupazione anglo-piemontese, sabaudo, mafiosa e camorristica.

Stiracchiando i dati, il Russo ci parla di quarantasei Meridionali. Ci dimostra, quindi, sia pure involontariamente, che dalla parte continentale del Regno delle Due Sicilie (8) sono partiti meno volontari che non dalla sola città di Pavia (58) o dalla sola città di Brescia (59). Analoga considerazione vale per la Sicilia, dalla quale, a seguito delle vicende rivoluzionarie degli anni 1848-49, erano emigrate verso il Regno Sabaudo alcune centinaia di persone compromesse con la dinastia dei Borbone.

Questi esuli ebbero accoglienza ottima, prebende, cariche, incarichi, posti di sottogoverno, cattedre universitarie ed onorificenze varie. Pagavano, però, a loro volta, un prezzo altissimo: abbandonavano, cioè, la causa siciliana e la loro fede indipendentista ed abbracciavano, più o meno sinceramente, la causa dell’Unità d’Italia e, per meglio dire, quella di Vittorio Emanuele di Savoia. Il fatto che a Quarto mancassero quasi tutti all’appello, significava che non se la sentivano proprio di compiere altri atti contrari alla loro fede sicilianista ed ai loro convincimenti politici… Oppure, più semplicemente, non volevano fare altri sacrifici e neppure correre altri rischi.

Per concludere le nostre osservazioni, diciamo che la Spedizione dei Mille verso la Sicilia partiva, in sostanza, senza la legittimazione di volontari Siciliani. Le poche eccezioni, registrate ed esaltate al massimo, confermavano la regola. Sarebbero diventati, pertanto, sempre più preziosi i picciotti della mafia e che – machiavellicamente, ma opportunamente dal proprio punto di vista – i Servizi Segreti Britannici avevano da tempo agganciato e che ora si accingevano ad utilizzare pienamente per creare, quantomeno, un consenso chiassoso, oltre che inquietante.n E che avrebbe paradossalmente legittimato, agli occhi dell’opinione pubblica internazionale, l’occupazione prima e la riduzione in colonia, iterna e non dichiarata, di quella che era stata per diversi secoli una Nazione indipendente e sovrana.

QUANTI ERANO I GARIBALDINI? – Abbiamo ancora il tempo, dato che il viaggio è appena all’inizio, di rispondere a questa domanda. Secondo il Montanelli, il numero preciso delle camicie rosse sarebbe stato di 1088; più una donna, la moglie di Francesco Crispi, Rosalia Montmasson. Secondo Renda, i Garibaldini in questione erano 1087. E precisa:

«Dei 1087 Garibaldini sbarcati a Marsala (secondo l’elenco ufficiale pubblicato a suo tempo nella Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia) solo 31 furono Siciliani, ed ancora più esigua fu la presenza dei Meridionali (25 in tutto, dei quali solo 5 Napoletani).

Altra circostanza non meno significativa fu che nessuno dei Siciliani e Meridionali arruolati nell’esercito dei Mille apparteneva alla vecchia nobiltà o all’alta borghesia, e solo un ristrettissimo gruppo, che non superava le dita di una mano, aveva funzioni di comando generale. Fra questi, l’unico ad emergere fu l’agrigentino Francesco Crispi, il quale dal principio alla fine rimase in posizione chiave nella direzione politica dell’impresa».(9)
Il numero esatto dei Garibaldini varia, per la verità, da autore ad autore, ma di poco. Nell’insieme dobbiamo trarre la conclusione che il dato ufficiale coincide, o quasi, (una volta tanto) con quello reale. Fatto salvo qualche pic- colo arrotondamento in più o in meno e sempre a ridosso del numero di mil- le. Nome e numero, questi, con i quali gli storici hanno battezzato con ecce- zionale celerità la Spedizione: i Mille, appunto. La denominazione dei Mille sarebbe rimasta per sempre, ma riferita al primo nucleo, in quanto il numero reale dei Garibaldini sarebbe cresciuto a dismisura, perché altre spedizioni si accingevano a partire dal Continente e perché altri reclutamenti sarebbero stati effettuati da lì a poco.

In Sicilia, in particolare, saranno reclutate diverse migliaia di picciotti agli ordini dell’Onorata Società. Soprattutto dopo che si era capito che Garibaldi era comunque predestinato ad avere la meglio. Su questi Garibaldini, considerato il fatto che nessuna commissione antimafia ha mai indagato, avremo modo di fornire, via via, qualche altra indiscrezione.

PRIMA TAPPA: TALAMONE – La mattina di lunedì 7 maggio 1860, dopo diverse ore di navigazione, i due piroscafi sono in vista di Talamone, il piccolo centro marinaro della Maremma (Toscana), nel quale Garibaldi dovrà fornirsi di armi. Poco prima ai Garibaldini è stato letto un ordine del giorno che li ribattezza «Cacciatori delle Alpi». Una denominazione non nuova, già anticipata e già inflazionata. E, per la verità, tutt’altro che azzeccata per un esercito che deve andare a conquistare la Sicilia, millantando di condividerne i destini e vantando una certa fratellanza. Un nome che, in pratica, evidenzia maggiormente le diversità e gli effetti «scomodi» della distanza geografica fra la Sicilia ed il Piemonte. E non solo…

Primo aiutante viene nominato il Colonnello ungherese Stefano Türr; Capo di Stato Maggiore viene nominato il Colonnello Giuseppe Sirtori.

In vista di Talamone, Garibaldi si affretta ad indossare la divisa di Generale del Regio Esercito Sardo (cioè Piemontese). Perché tale deve apparire al presidio militare di Talamone. Sui due piroscafi viene issata la bandiera del Regno Sabaudo (tricolore italiano con lo scudo sabaudo al centro, sulla banda bianca). Le navi si fermano a poca distanza dalla costa.

Dalla piccola banchina di Talamone, dopo circa mezz’ora, si distacca una lancia con un equipaggio costituito da timoniere, tre rematori e due ufficiali. Si avvicina al Piemonte. Poi, faticosamente, gli ufficiali salgono a bordo. Garibaldi li riceve nella propria cabina. Parla loro affabilmente. Recita la parte del Generale che deve compiere una missione per conto di Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele. Una missione segreta, ovviamente, della quale non deve restare niente di scritto.

I due ufficiali toscani recitano, a loro volta, la parte di coloro che, per carità di patria, credono facilmente alla parola di un superiore. Per giunta ufficiale e gentiluomo (quale il Nizzardo certamente non è). La fama di Garibaldi, peraltro, è vastissima. È stata alimentata in ogni modo. Garibaldi è già l’Eroe per antonomasia. Tutti lo mitizzano e, nello stesso tempo, ne conoscono i movimenti ed i piani. Anche a Talamone.

GARIBALDI, LA FARSA, LE BUGIE – Nessun sospetto, ma solo certezze, dunque. Si capisce fin troppo bene che Garibaldi snocciola una serie di bugie. Del resto le armi, i viveri e le munizioni non sono lì proprio per lui? Perché perdere altro tempo? A Talamone gli sarà dato, pertanto, tutto quello che è disponibile. Assicurano, premurosi, i due ufficiali. Uno dei quali, il più anziano, si chiama De Labar.

Il grosso delle forniture, però, è custodito presso i magazzini di Orbetello, dove comanda il Colonnello Giorgini. Questi sicuramente non mancherà di mettersi, a sua volta, a disposizione. Orbetello dista da Talamone circa quindici chilometri. A Stefano Türr viene dato l’incarico di andare con dei carri a ritirare tutto ciò che serve. Garibaldi gli affida a tale scopo una lettera per il Colonnello Giorgini. Evidentemente si è già dimenticato di avere affermato che non bisogna lasciare traccia. Ma si sa: si recita a soggetto. I primi attori possono inserire le battute che credono più adatte.

MANO MORTA E PIZZICOTTO DI BIXIO – Per dare un’idea del clima umano e politico nel quale si svolgono questi eventi, riportiamo un piccolissimo passaggio della cronaca elaborata con disinvoltura da Giancarlo Fusco, dopo più di un secolo. Il Fusco è credibile, soprattutto quando si avvale, riprendendone fedelmente il testo, delle memorie del tenente Giuseppe Bandi. Questi è persona di fiducia di Garibaldi ed è un prezioso testimone oculare, dal quale anche noi attingeremo molte notizie di prima mano.

«Guidati dal tenente De Labar, Garibaldi e i suoi ufficiali, ai quali si è aggiunto Bixio, salgono verso il castello, dove l’anziano ufficiale di artiglieria abita con la moglie molto più giovane. La signora, avvisata da un ragazzetto ch’è corso avanti, ha indossato il suo vestito migliore. Di seta viola, con un mazzetto di fiori finti ficcati nel fisciù, a nascondere, in piccola parte, la scollatura molto ampia e profonda”. È una donna sui trenta, non proprio bella, ma molto piacente. Anni dopo, in un volumetto di ricordi, Bandi la descriveva così:

«[…] Per quanto l’abito che indossava fosse assai ricco, saltano subito all’occhio le sue rigogliose rotondità. Aveva pupille scure e vivacissime. La freschezza delle sue labbra e il candore dei suoi denti mettevano in risalto la sua giovinezza, a petto della quale, per contrasto, il povero marito appariva addirittura decrepito. Il Generale le fece i suoi complimenti, mentre Bixio, secondo il suo solito, cercò subito d’arrembarla, torcendosi il baffo. Senza perdersi in convenevoli, le chiede subito se potesse accompagnarlo a visitare la cima della torre, con l’evidente speranza di trovarsi secolei a tu per tu e allungar le mani… Ma il Generale, avvedutosi di quelle manovre, dopo una degustazione di ottimo ratafià, pose fine alla visita».

Ma non finisce qui. Arrivato mezzogiorno la generosa signora De Labar, nonostante fosse in agitazione per le occhiate audaci del Bixio, invita gli ospiti a restare a colazione.

Ci riferisce ancora il bravo narratore:

«Ma Garibaldi, con gentile fermezza, declina l’invito. Accetta, invece, che l’attempato marito lo accompagni, assieme agli altri, a mangiare un boccone alla buona, dall’Annina. La vedovella di un marinaio che tiene osteria nel Borgo Vecchio di Talamone. […] Mangiammo riso in brodo, manzo bollito con contorno di saporitissimi fagioli bianchi e, alla fine, una frittata di cipolle da ricordare – ci racconta il Bandi -. Ma, essendo l’ostessa, certa Anna Mazzocchi, poco più in là della trentina, belloccia e pronta alla battuta, il solito Bixio attaccò subito a mangiarla con gli occhi, a sussurrarle parole conturbevoli e a farle la mano morta ogni volta che le passasse a tiro. Così che, a un certo punto, pizzicata con la forza nel posteriore, la donna non poté trattenere un grido e si rifugiò in cucina, tuttavia avvampata in volto e con gli occhi umidi. Al che, il Generale, assai contrariato, richiamò all’ordine Bixio, rammentandogli che non s’era partiti da Quarto per un viaggio di piacere e per dare la caccia alle femmine, ma per un motivo ben più nobile e serio».(10)

Il Colonnello Giorgini, intanto, arriva a Talamone per conferire personalmente con Garibaldi. È molto rispettoso dell’Eroe e durante il colloquio rimane sempre sull’attenti. Dichiara, tuttavia, di volere alcune assicurazioni. Vorrebbe, cioè, garanzie che le armi che gli saranno consegnate non verranno utilizzate, ad esempio, per sferrare un attacco al confinante Stato della Chiesa. Deve fargli capire che, in quanto ufficiale anch’egli di S.M. Vittorio Emanuele, non può avere incidenti, né complicazioni, con la diplomazia straniera.

Garibaldi lo rassicura. La verità è però alquanto diversa, perché è già stata programmata, per poi essere smentita in alto loco, un’azione di penetrazione verso lo Stato di Pio IX. Si tratta di poca cosa, per la verità, decisa in parte nella speranza che le popolazioni si ribellino, in parte per depistare l’opinione pubblica ed eventuali spie Duo-siciliane sugli effettivi scopi di quella Spedizione. Ed in parte per fare bella figura con gli Inglesi, ai quali lo Stato Pontificio appare come il più pericoloso degli avversari della politica espansionistica dell’Impero di S.M. Britannica. Ed infine perché uno sgarbo in più, verso quell’antipatico del Papa, non guasterà certamente (Fine terza puntata/continua).

(7) G. C. Abba, op. cit., p. 115, nota 3.

(8) Il territorio del Regno delle Due Sicilie comprendeva, oltre che la Sicilia, le attuali regioni di Calabria, Basilicata, Campania, Puglie, Abbruzzi e Molise (nonché quasi tutte le isole minori del Tirreno) e che allora, rispetto a quello dell’Italia Meridionale, così com’è definita oggi, era più vasto. Alcune delle regioni sopraccitate includevano comuni, province e popolazioni che sarebbero stati, dopo l’Unità, d’autorità ed innaturalmente aggregati ad altre regioni confinanti.

(9) Francesco Renda, Storia della Sicilia dal 1860 al 1870, Sellerio, Palermo, 1987, vol. I, pag. 152.

(10) Vedi Giancarlo Fusco, I Mille e una notte – Storia erotica del Risorgimento, Tattilo, Roma 1974, pagg. 15 e 16.

Foto tratta da turismoinmaremma.wordpress.com

 



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