La Grande guerra 100 anni dopo: a pagare il prezzo più alto è stato il Sud

La Grande guerra 100 anni dopo: a pagare il prezzo più alto è stato il Sud
6 novembre 2018

Con un seminario sulla Prima Guerra mondiale l’Associazione politica ‘I Nuovi Vespri’ ha inaugurato un ciclo di giornate di studio sulla storia della Sicilia negata. L’occasione per provare ad approfondire un altro ‘pezzo’ di storia negata. Perché se il teatro di questa guerra, in Italia, fu il Nord, a morire in trincea venivano mandati in larga parte i meridionali. Interventi di Franco Busalacchi, Ignazio Coppola, Giuseppe ‘Pippo’ Scianò e Lino Buscemi 

Chi scriverà, un giorno, la vera storia del Sud Italia a partire dai disgraziati anni del Risorgimento fino ai nostri giorni? Una storia degna della storia, da insegnare ai giovani del Mezzogiorno, indottrinati da una storia officiale, piena di menzogne e di ricostruzioni di comodo? Per fortuna, piano piano, le verità sepolte vanno emergendo. Da La Conquista del Sud di Carlo Alianello a Terroni di Pino Aprile di strada ne è stata fatta tanta. Oltre a questi due autori ce ne sono tanti altri che vanno piano piano scandagliando tutte le vergogne di quegli anni. Si sa poco, invece, della Grande guerra – così venne e viene chiamata la Prima guerra mondiale del 1015-1918. Un’altra pagina di storia da riscrivere dalla parte del Sud.

Già, la Grande guerra vista dal Sud. Un tema che è stato affrontato a Palermo nel corso di un seminario promosso dall’Associazione politica I Nuovi Vespri, presieduta da Franco Busalacchi, e dal Centro studi ‘Andrea Finocchiaro Aprile‘ animato dal leader storico degli Indipendentisti siciliani, Giuseppe ‘Pippo’ Scianò.

Un convegno, quello organizzato al Planetario di Villa Filippina, che è andato un po’ in controtendenza rispetto alle celebrazioni ‘vittoriose’ del 4 novembre. Anche se, con il passare degli anni, quando si parla di questa data, si pensa sempre meno all’armistizio di Villa Giusti, nel 1918, che segnò la fine della Prima guerra mondiale, sostituito da una generica unità nazionale.

“Vittoria? No – ha detto introducendo i lavori del seminario Franco Busalacchi -. Piuttosto, il suicidio dell’Europa. Parla il dispendio di vite umane: circa dieci milioni di mori e venti milioni di feriti”.

Il teatro della Grande guerra, in Italia, fu il Nord. Ma, ha ricordato Busalacchi, fu tutt’altro che una guerra del Nord. Al contrario, fu una guerra combattuta, in larga maggioranza, dalle genti del Mezzogiorno d’Italia, trasferite in massa sul fronte e mandate a morire.

E furono proprio in maggiorana i meridionali a morire al fronte. “Ancora oggi – ha detto il presidente dell’Associazione politica I Nuovi Vespri – non c’è centro della Sicilia e, in generale, del Sud dove non ci sia almeno un cippo che ricorda i caduti della Grande guerra”.

Gli interventi dei relatori sono stati preceduti dalla lettura di un libro molto particolare: Terra matta, scritto dal siciliano di Chiaromonte Gulfi, provincia di Ragusa, Vincenzo Rabito, classe 1899, uno dei tantissimi diciottenni chiamati al fronte dall’Italia di allora, che non era molto diversa dall’Italia di oggi: sempre pronta a sacrificare il Sud.

Due parole sul libro di Rabito sono necessarie, soprattutto per i siciliani che non hanno la fortuna di conoscere l’avventura umana di questo contadino analfabeta strappato alla sua terra appena diciottenne per essere mandato al fronte dove morire era la normalità.

Rabito riuscì a sopravvivere. E i ricordi, terribili, della Grande guerra se li porterà dietro tutta la vita. A un certo punto, alla fine degli anni ’60, avverte l’esigenza di raccontare quello che ha visto. A trentacinque anni ha preso la licenza elementare. Bene o male, ha imparato a scrivere. E così, grosso modo dal 1968 al 1975, si getta nell’impresa con un’Olivetti.

Libro incredibile, con una lingua tutta sua, aspra, piena di sicilianismi. Ma non per questo meno potente. Opera pubblicata nel 2007 da Einaudi, in edizione ridotta, dove si racconta la Grande guerra con gli occhi di un contadino siciliano finito, suo malgrado, testimone degli orrori.

Tra una pagina e l’altra di Terra matta, i relatori hanno raccontato la Grande guerra. Ignazio Coppola – grande appassionato di storia e autore di pubblicazioni sul Risorgimento in Sicilia, che per I Nuovi Vespri ha scritto tanti articoli sul Risorgimento e su Garibaldi – ha ricordato il tributo di sangue pagato dal’Italia: 650 mila morti circa e circa 2 milioni tra feriti e mutilati, in larga parte meridionali.

“Una guerra – ha detto Coppola – voluta da casa Savoia, per la precisione da Vittorio Emanuele III, contro la volontà del Parlamento di quegli anni. Giovanni Giolitti era contrario. La maggioranza del Parlamento era contraria. Ma il re insisteva”.

Il regno d’Italia, per la cronaca, era alleato con l’Austria-Ungheria e con la Germania. Ma questo per l’Italia, è noto, significa poco, perché per quella che per il Metternich non era altro che “un’espressione geografica” ( e vagli a dare torto!) cambiare alleato, a seconda della convenienza è una cosa normale.

“L’Austria – ha ricordato Coppola – offrì all’Italia molto, a cominciare da Trieste. Ma al re savoiardo il molto offerto dagli austriaci non bastava.

Così all’Italia giolittiana del Parlamento, come già accennato contraria alla guerra, si contrapponeva l’Italia guerrafondaia di casa Savoia che, come ha sottolineato Coppola, si prese circa dieci mesi – dal 28 luglio 1914 al 23 maggio 1915 – prima di entrare in guerra.

Nel rispetto della ‘tradizione’ iniziata con il 1860 – una tradizione fatta di tradimenti e di stragi (per la cronaca, la “lotta al brigantaggio del Sud” combattuta dai generali-assassini di casa Savoia, non fu una lotta contro i briganti: fu una vergognosa repressione operata dai criminali piemontesi contro la gente del Sud che si ribellava a un’invasione coloniale: i briganti erano i Savoia, le genti del Sud combattevano eroicamente contro i criminali e ladri del Nord: è stata, questa, la Resistenza del Sud contro gli invasori in una guerra che il Mezzogiorno ha perso: e i risultati si vedono ancora oggi) – nel rispetto di questa ‘tradizione’, dicevamo, l’Italia di Vittorio Emanuele III, nel 1915, tradisce Austro-Ungheria e Germania e si getta tra le braccia di Francia e Inghilterra.

La storia ci racconta che l’Italia vinse la Prima guerra mondiale. Ma le cose stanno così? “Ma quale vittoria e vittoria – ha detto Ignazio Coppola -. Quello che l’Italia ebbe dopo la Grande guerra avrebbe potuto averlo restando neutrale. Invece casa Savoia, che con l’allora capo del Governo, Antonio Salandra, tramava alle spalle del Parlamento, ha condotto l’Italia in una guerra pesantissima, che privò il Sud di tantissimi giovani che persero la vita. E’ stato il Meridione a pagare un prezzo altissimo. Una delle tante vergogne dei Savoia”.

Giuseppe ‘Pippo’ Scianò ha invitato l’uditorio a rispettare chi ha creduto nella Prima guerra mondiale. “In questa guerra – ha detto – c’era di tutto: ci sono stati atti di eroismo, ma anche atti meno eroici”.

A margine del seminario Scianò ci ha raccontato l’esperienza di suo padre:

“Mio padre – ci dice – era nato nel 1900. Si parla tanto della generazione del 1899. Ma in guerra vennero chiamati anche i diciassettenni: e mio padre era tra questi. Mio padre era nato a Sant’Agata di Militello e siccome studiava – poi sarebbe diventato ingegnere – a Caserta i suoi comandanti si servivano di lui per fare arrivare gli ordini ai militari siciliani, che in larghissima maggioranza non parlavano l’italiano”.

“Mi sono rimasti impressi nella mente – racconta sempre Scianò – due comandi che mio padre doveva impartire ai militari della sua terra: fianco destro era manu ritta, fianco sinistra era manu manca. Del resto, il generale Antonio Cascino, che era nato a Piazza Armerina, con i soldati siciliani parlava in siciliano. Mentre ai soldati della Sardegna fu consentito di parlare in sardo”.

Scianò ci racconta anche una versione della “vittoria di Vittorio Veneto”. Sui libri di storia, tanto per cambiare, la battaglia di Vittorio Veneto, o terza battaglia del Piave, viene descritta come uno scontro tra Italia e impero auto-ungarico con gli italiani nel ruolo di “valorosi”.

“In realtà – ci dice Scianò – le cose non stavano proprio così. I tedeschi si erano ritirati. E l’esercito austro-ungarico era in fase di disfacimento, perché molti soldati scappavano nei loro Paesi d’origine. Tanti anni fa un colonnello mi raccontò un aneddoto. Quando andarono a svegliare il generale Armando Diaz, capo di stato maggiore del regio esercito italiano durante la Prima guerra mondiale, e gli dissero che gli italiani avevano sfondato a Vittorio Veneto, rispose: ‘Ma dove si trova Vittorio Veneto?'”.

Il racconto di Scianò è confermato da Wikipedia:

“L’attacco decisivo italiano, fortemente sollecitato dagli alleati che erano già passati all’offensiva generale sul fronte occidentale, ebbe inizio solo il 24 ottobre 1918 mentre l’Impero austro-ungarico dava già segno di disfacimento a causa delle crescenti tensioni politico-sociali tra le numerose nazionalità presenti nello stato asburgico, e mentre erano in corso tentativi di negoziati per una sospensione delle ostilità. La battaglia di Vittorio Veneto fu caratterizzata da una fase iniziale duramente combattuta, durante la quale l’esercito austro-ungarico fu ancora in grado di opporre valida resistenza sia sul Piave sia nel settore del Monte Grappa, a cui seguì un improvviso e irreversibile crollo della difesa, con la progressiva disgregazione dei reparti e defezioni tra le minoranze nazionali, che favorirono la rapida avanzata finale dell’esercito italiano fino a Trento e Trieste”.

Lino Buscemi, appassionato di storia e anche lui autore di pubblicazioni su Palermo e la Sicilia, ha messo in evidenza i pasticci di questa celebrazione nel capoluogo della Sicilia.

“Intanto – ha detto – ogni anno i partecipanti alle celebrazioni del 4 novembre sono sempre meno. E poi a Palermo tali celebrazioni avvengono in un luogo che non ha molta attinenza con il monumento ai caduti”.

Nel capoluogo dell’Isola, il 4 novembre, la manifestazione si svolge alla Statua della libertà. “Ma questo luogo – precisa Buscemi – con la Grande guerra c’entra poco o nulla. Questo monumento venne realizzato, su progetto del Basile, nel 1910, in occasione del cinquantesimo anniversario dell’entrata di Garibaldi a Palermo. Nel 1931 i gerarchi fascisti vi aggiunsero le colonne e, da allora, va in scena un grande pasticcio. Questo perché l’altare del milite ignoto, chiamato subito altare della patria, si trova nel cimitero di Sant’Orsola”.

Insomma, l’attuale luogo dove si ricorda la Grande guerra, a Palermo, nasce per celebrare una farsa, perché Garibaldi, a Palermo e nel resto della Sicilia, durante quella pagliacciata passata alla storia come l’impresa dei Mille, non vinse una sola battaglia: ‘conquistava’ le città siciliane grazie ai tradimenti dei generali borbonici e grazie agli inglesi.

Dopo di che i fascistoni – che secondo il filosofo Giovanni Gentile dovevano essere il proseguimento ‘ideale’ del Risorgimento – ci piazzarono quattro colonne e questa piazza, tutt’altro che bella, è stata ‘promossa’ sul campo altare della patria: ma si può?

Buscemi ha parlato di “rimozione” della memoria storica. E ha ricordato che il primo presidente della Regione siciliana, Giuseppe Alessi, ha chiesto una legge per consentire ai giovani siciliani di conoscere la propria storia: la storia della propria terra.

“Ma la legge approvata dal Parlamento siciliano non comporta oneri”, ha precisato Buscemi. Figuriamoci se i parlamentari di Sala d’Ercole stanziavano un euro per far conoscere ai siciliani la storia della propria terra…

Anche Buscemi ha ricordato il prezzo pagato per questa guerra folle: sessantaquattro milioni di persone in armi, 10 milioni di morti più cinquecento mila civili uccisi. Una strage.

“Una guerra che, calcolata oggi in euro – ha precisato – è costata due mila miliardi di euro. Solo l’Italia spese quarantacinque miliardi di euro in armi e 20 miliardi di euro in indennizzi. Qual è stato il guadagno di questa ‘vittoria’? Nulla o quasi. solo disastri interni e internazionali. Prima della Grande Guerra il sessanta per cento delle terre emerse erano bene o male controllate dall’Europa. Dopo la Prima guerra mondiale è iniziato il tramonto dell’Europa e sono venuti avanti Stati Uniti e Russia. Poi il problema dei reduci, quasi tutti meridionali. E l’instabilità economica e sociale che apri le porte al fascismo”.

Foto tratta da lineadiretta24.it     

 

 

 

 



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