L’Eritrea oggi: proviamo a saperne di più su questo Paese/ MATTINALE 142

L’Eritrea oggi: proviamo a saperne di più su questo Paese/ MATTINALE 142
24 agosto 2018

Gli eritrei che si trovano nella nave ‘Diciotti’, a Catania, non sono né robusti, né palestrati. Provengono da un Paese povero gestito da un regime dittatoriale. Dove non esistono libertà personali (nemmeno la libertà di culto). E dove il servizio militare è praticamente a vita, se è vero che uomini e donne sono a disposizione fino a 50-55 anni. Il Ministro Salvini queste cose le sa?

I migranti prigionieri dello Stato italiano a bordo della motonave DICIOTTI sono quasi tutti eritrei. Per capire perché questi “robusti e palestrati” negri (hopps, pardon neri) abbiano lasciato il loro paradiso per venire nel nostro inferno ritengo utile fornire qualche notizia ai nostri lettori sull’Eritrea.

L’Eritrea è uno Stato che si trova nella parte orientale del Corno d’Africa. Il presidente Isaias Afewerki è stato eletto dall’Assemblea nazionale, composta da 150 membri del partito unico Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia, che si è costituita nel 1993, poco dopo l’ottenimento dell’indipendenza; è al potere da allora, in quanto non ci sono state più altre elezioni L’Eritrea è di fatto un regime dittatoriale, senza libertà politiche e di associazione, senza potere giudiziario e fonti d’informazione indipendenti.

Nel 1890 l’Eritrea fu ufficialmente dichiarata colonia italiana.

Nella primavera del 1941, ancor prima della resa agli inglesi, l’Eritrea venne occupata da un esercito britannico. E rimase sotto occupazione militare alleata fino al 1947. Divenne un protettorato britannico fino al 1952, quando le Nazioni Unite la dichiareranno federata con l’Impero etiope.

Nel 1998 l’Etiopia invade la città di Badammé, invasione che ha portato alla morte di circa 19.000 soldati eritrei, ad un pesante esodo di civili, oltre che ad un disastroso contraccolpo economico. Il conflitto Eritreo-Etiope ha avuto fine nel 2000, anche se allo stato endemico esso continua perpetuando disagi e sofferenze alla popolazione civile ed impedendo all’Eritrea un reale decollo economico.

In Eritrea non vi è libertà di culto. Le religioni ufficialmente autorizzate sono solo quattro (chiesa ortodossa eritrea, islam, chiesa cattolica e Chiesa evangelica luterana). I membri delle confessioni religiose diverse da quelle autorizzate vengono arrestati e incarcerati.

Il tasso di alfabetizzazione della popolazione adulta (maggiore di 15 anni) è pari al 67,8%. L’aspettativa di vita della popolazione eritrea è pari a 66 anni (68 per le femmine e 64 per i maschi).

Secondo una legge eritrea del 1993, la leva è obbligatoria in Eritrea, indistinta per uomini e donne compresi tra i 18 e i 40 anni. In seguito alle dispute territoriali con l’Etiopia la leva obbligatoria è stata estesa indefinitamente, prevedendosi che tutti gli uomini e le donne adulte debbano essere a disposizione dei programmi di lavoro previsti dallo Stato fino all’età di 40 anni, più spesso fino ai 50 o anche 55.

L’obbligo di adesione al servizio nazionale è rafforzato dal rifiuto di concedere visti di uscita a tutta la popolazione compresa nell’età del servizio; non è contemplata l’obiezione di coscienza e qualsiasi tentativo di fuga, quando non risolto da spari alla frontiera, viene sanzionato in maniera severa, spesso coinvolgendo la famiglia di origine del fuggitivo.

Un’estesa rete di prigioni e centri di detenzione (alcuni costituiti da container all’aperto) ospita tutti coloro che tentano di fuggire dal servizio nazionale, frequenti le uccisioni di fuggitivi alla frontiera.

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ha sconsigliato il rimpatrio di profughi eritrei.

L’unico partito politico legalmente presente in Eritrea è il Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia. Non è ammessa la formazione di altri gruppi politici benché la Costituzione preveda un sistema multipartitico: l’attuale costituzione è stata approvata nel 1997, ma non è mai stata applicata.

L’organo legislativo è unicamerale; secondo quanto prevede la Costituzione, l’Assemblea Nazionale rimane in carica per cinque anni ed è composta da 150 membri eletti direttamente. Le elezioni previste per il dicembre 2001 sono state rinviate a data da destinarsi.

Il governo, giustificando il suo comportamento con la situazione critica del Paese, di fatto mantiene sospesi, e non applicati, i diritti civili dei cittadini, impedendo l’esercizio di quanto sancito dalla Costituzione; i media (radio, giornali) sono controllati in maniera ferrea. Il sistema repressivo, unito alla leva obbligatoria indefinita, impediscono i progetti di vita civile per le persone che quindi cercano di migrare numerose nonostante i divieti.

Benché la regione sia afflitta da tempo da lunghi periodi di siccità e dalla conseguente emergenza alimentare, il governo eritreo nega la situazione di emergenza impedendo l’ingresso nel Paese alle organizzazioni umanitarie.

Addirittura, il 15 novembre 2011, il governo eritreo ha comunicato alla delegazione dell’Asmara dell’Unione Europea la volontà di chiudere qualsiasi progetto di collaborazione nel quadro del 10° fondo di sviluppo in attesa di una revisione del piano quinquennale. In questo modo sono stati interrotti programmi di sviluppo in corso per un ammontare totale di circa 50 milioni di Euro.

L’Eritrea è un Paese povero, con un’economia basata principalmente su un’agricoltura di sussistenza e sull’allevamento di ovini e bovini; è relativamente sviluppata la pesca.

La bilancia commerciale è passiva. L’Eritrea esporta modesti quantitativi di prodotti locali, mentre deve importare combustibili, macchinari, manufatti, alimenti. L’Italia è in questo senso il secondo partner commerciale dopo l’Arabia Saudita.

Forse non è il caso di fare un torto al governo eritreo, accogliendo i fuggitivi. Ne potrebbero soffrire i nostri esportatori!

La ripresa economica rimane comunque fortemente pregiudicata dalla corruzione dilagante e dal mercato nero, nel quale sono coinvolti gli alti quadri, ed anche l’esercito; l’Eritrea si può dire che sopravviva soprattutto grazie agli aiuti internazionali.

Il Prodotto Interno Lordo (PIL) per abitante si aggira sui 516 dollari nel 2009. Il 61,3 per cento della popolazione è sottonutrita e il 69 per cento vive sotto la soglia della povertà (tranne quelli robusti e palestrati).



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