Vino in Sicilia: quanta ipocrisia e quanta retorica (e quanta poca libertà!) sui “Diritti di reimpianto” dei vigneti!

Vino in Sicilia: quanta ipocrisia e quanta retorica (e quanta poca libertà!) sui “Diritti di reimpianto” dei vigneti!
11 luglio 2018

Di fatto, anche in agricoltura non c’è libertà, se è vero che un agricoltore, sul proprio terreno, non può fare quello che ritiene più opportuno. La vicenda dei “Diritti di reimpianto” dei vigneti, presentata come una difesa della Sicilia, serve soltanto a limitare la volontà degli agricoltori. E a fare gli interessi dei furbi 

“I vigneti siciliani rischiano la decimazione!”. “Giù le mani dai vigneti siciliani!”. “La Sicilia non si priverà del proprio patrimonio vitivinicolo!”. “No all’impoverimento del nostro territorio!”. Un diluvio di parole e di punti esclamativi sta accompagnando il dibattito sui cosiddetti “Diritti di reimpianto”. Di che si tratta?

Semplice: poiché anche l’agricoltura è ormai priva di sovranità – nell’Unione Europea ‘liberista’ un agricoltore non può coltivare ciò che vuole: deve chiedere il permesso – anche per coltivare la vigna da vino ci vuole l’autorizzazione. Così, in Italia, ci sono Regioni che vorrebbero aumentare la superficie investita a vigneti e non lo possono fare; e ci sono Regioni – come la Sicilia – che di superficie investita a vigneti ne ha tanta: cosa, questa, che risale agli anni precedenti alla ‘invasione’ dell’Unione Europea nella nostra vita di ogni giorno.

Succede così che, ormai da anni, si è creato una sorta di mercato dei “Diritti di reimpianto”. Io, siciliano, ho un vigneto di tre ettari che non voglio coltivare più perché l’uva me la pagano una miseria? Bene: vendo – per esempio a un veneto – la possibilità di impiantare a casa sua, cioè in Veneto, i tre ettari di vigneto. Il suo nuovo vigneto di tre ettari prende il posto del mio vigneto di tre ettari, che viene espiantato.

E’ questo il “Diritto di reimpianto”: l’agricoltore che vende si prende un po’ di soldi (nemmeno tanti: ma almeno non ci perde, come può capitare a chi coltiva la vite da vino senza avere alle spalle un’azienda vinicola, dipendendo, per la vendita dell’uva, dai capricci del mercato: per non parlare degli ‘scherzi’ meteorologici che possono rovinare la produzione provocando danni economici); mentre l’agricoltore che acquista può impiantare un nuovo vigneto.

Dove sta lo ‘scandalo’? A giudicare dai ‘grandi esperti’ – e noi non siamo tra questi – lo ‘scandalo’ starebbe nel fatto che ci sarebbero tanti agricoltori siciliani che si vorrebbero liberare dei propri vigneti per cederli ad agricoltori del Centro Nord Italia.

Per evitare che ciò avvenga – sempre perché viviamo in un mondo ‘liberale’ dove l’imprenditore è ‘libero di scegliere’ – qualcuno si è catapultato al Ministero delle Risorse agricole che, pronto accomodo, ha ‘stampato’ un bel decreto che, di fatto, blocca la compravendita dei “Diritti di reimpianto”.

Chi invece è favorevole alla compravendita si è rivolto al TAR Lazio e così, una vicenda di politica economica agraria che dovrebbe essere affrontata e risolta dalla politica, all’insegna del buon senso, verrà affrontata e risolta dalla Giustizia. Ennesimo fallimento della politica.

Detto questo, la prima domanda – di buon senso –  da porre è: perché, in Sicilia, ci sono produttori di uva da vino che si vorrebbero sbarazzare dei propri vigneti? La risposta è semplice: perché coltivando la vite da vino non ci guadagnano, o guadagnano poco e rischiano.

Già, rischiano. Perché coltivare la vite da vino non è una passeggiata. Bisogna intervenire più volte sulla pianta: e questo significa costo della manodopera (che per alcune operazioni colturali deve essere specializzata). Se poi intervengono fenomeni climatici avversi ci vogliono altri interventi e altri soldi.

Attenzione: il costo del lavoro non è una cosa da nulla: perché pagare 80 euro al giorno un operaio, se poi l’uva si vende a un prezzo stracciato, è un problema serio.

Per dirla in breve: quando un produttore di uva da vino è costretto a vendere a prezzi stracciati o, peggio, quando le condizioni meteo distruggono una parte o tutta la produzione la ‘botta’ economica è forte.

Chi è proprietario di un’azienda vinicola ha, tutto sommato, le spalle almeno in parte coperte: bene o male se la cava.

Ma chi deve vendere la propria uva da vino ai produttori privati o alle cantine sociali – e sono la maggioranza dei produttori di uva da vino della Sicilia – è sempre a rischio.

Negli anni passati, quando la Regione siciliana non aveva problemi finanziari, i produttori di uva da vino conferivano l’uva alle cantine sociali, si prendevano i soldi (peraltro a prezzi remunerativi) e di tutto il resto non si interessavano.

Le cantine sociali restavano piene di vino, ma non gliene fregava niente a nessuno. Chi scrive ricorda che, nella seconda metà degli anni ’80 del secolo passato, una cantina sociale del Trapanese vendeva il vino ai russi che se lo venivano a caricare con le navi.

Sembrerà incredibile, ma ad eccezione della cantina sociale Settesoli di Menfi, provincia di Agrigento – che è un esempio unico in tutta l’Europa per capacità di coniugare grandi quantità di uva da vino lavorate e qualità dei vini in grado di soddisfare tutti i segmenti di mercato – in Sicilia non c’è stata una crescita delle cantine sociali.

Sono invece spuntati e cresciuti i radical chic del vino, una sorta di versione enologica della sinistra siciliana “non mi toccare che mi sconzi“, “io sono bravo e onesto”, “io sono il migliore di tutti”: come direbbero a Sciacca, in buona parte esempi ‘eccelsi’ di “tuttu scruscio e nenti cubaita…“.

Poi sono arrivati pure i ‘polentoni’: grossi imprenditori del Nord Italia che hanno aperto ‘barracca’ in Sicilia, acquistando terreni, impiantando vigneti e producendo vini. Prendendosi anche i fondi europei destinati alla Sicilia (leggere PSR, Piano di Sviluppo Rurale).

‘Sta moda dei ‘grandi vini siciliani’ è cominciata nella seconda metà degli anni ’90 e, da allora, non si è più fermata.

Per carità, alcuni saranno anche bravi: ma la politica siciliana com’è che non si interroga sul fatto che, nel complesso, il mondo del vino siciliano è cresciuto all’insegna di grandi diseguaglianze?

E’ o no sotto gli occhi di tutti che la stragrande maggioranza delle cantine sociali della Sicilia, finito il tempo dei contributi ‘a pioggia’ della Regione, è oggi in grande difficoltà?

 

Poi, si sa, gli anni passano per tutti. E, magari, chi oggi ha settant’anni si è pure stancato di coltivare l’uva da vino per poi venderla per quattro soldi. Così si vorrebbe sbarazzare del vigneto vendendo i propri “Diritti di reimpianto”. Ma non lo può fare.

E allora? Non sarebbe il caso di abolire le ‘quote’? Ma davvero un agricoltore non può fare, sul proprio terreno, ciò che ritiene più opportuno? E’ o no un fatto oggettivo che l’agricoltura controllata in ogni dove dall’Unione Europea ha fallito su tutta la linea?

A pensar male si fa peccato, ma certe volte… Insomma: questo irrigidimento, alla fine, chi favorisce? Si potrà anche dire che certe produzioni agricole sono inquinanti, come nel caso del Prosecco. E invece il Prosecco che arriva dalle altre parti del mondo – e, in generale, i vini prodotti in altre parti del mondo – sono migliori di quelli italiani?

Come la storia del grano duro canadese che, fino a qualche anno fa, era insuperabile per produrre la pasta e “neanche lo vedeva” il grano duro del Sud Italia?

 

 



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