Il ‘regalo’ dell’Unione Europea dell’Euro: glifosato nella nostra vita per altri 10 anni, forse per altri 15 anni!

Il ‘regalo’ dell’Unione Europea dell’Euro: glifosato nella nostra vita per altri 10 anni, forse per altri 15 anni!
30 aprile 2017

Ormai la ‘Grande Unione Europea’ ha già deciso: il glifosato non fa male. Entro la fine dell’estate sapremo se ci ‘sciropperemo’ gli alimenti pieni di questo diserbante per altri 10 o per altri quindici anni. Gli affari delle multinazionali sono salvi. Il CETA pure. Messi in sicurezza i ‘valori’ che contano possiamo proseguire con la retorica europeista… 

Il parere finale arriverà dell’Unione Europea prima dell’inizio dell’estate. Ma già si sa che per altri dieci anni, forse addirittura per altri 15 anni, la ‘Grande Europa unità’ dell’Euro ci dirà che il glifosato non fa male alla salute e che nelle giuste concentrazioni può finire nel nostro organismo. Hai voglia a condurre battaglie in mezzo mondo (come potete leggere qui), a far vedere che cosa è capace di provocare questo terribile diserbante. Tutto inutile, perché gli interessi in ballo sono tanti. Sono interessi che coinvolgono direttamente le multinazionali. Due multinazionali, in particolare: la Mosanto, storico gruppo americano che produce erbicidi al glifosato (o gliphosate) e la Bayer, storico gruppo tedesco che opera nella farmaceutica. Due gruppi che si sono fusi per la ‘gioia’ degli abitanti del Pianeta Terra… (qui l’articolo sulla Bayer che ha acquisito la Monsanto).

Il messaggio che arriva dai potenti del mondo è chiarissimo: non possiamo fare a meno del glifosato. O meglio, chi comanda non può fare a meno di propinarcelo nel grano, nella soia, nel mais. Per essere precisi, ormai l’industria chimica ha assunto definitivamente il controllo delle coltivazioni di soia e di mais. Ormai si producono varietà di soia e di mais che resistono al glifosato. Sono Organismi Geneticamente Modificati (OGM) che resistono alle irrorazioni di glifosato.

Milioni di ettari di mais e di soia, in grandi aree del mondo, si coltivano così: si semina e, a un certo punto, quando le piante hanno raggiunto una certa taglia, gli aerei carichi di glifosato irrorano con questo diserbante le piantagioni che si estendono per migliaia e migliaia di ettari. Il glifosato – conosciuto anche con il nome “Secca tutto” – fa seccare tutto, tranne le piante di mais e di soia, che sono state geneticamente ‘progettate’ (con le manipolazioni genetiche) per resistere proprio al glifosato.

Chi ci guadagna? In prima battuta, ovviamente, ci guadagnano i produttori di diserbanti al glifosato (oltre alla Monsanto – che come già ricordato oggi è tedesco-americana – al 31 marzo dello scorso anno si contavano ben 14 aziende che commercializzano una vasta gamma di prodotti al glifosato).

Poi ci guadagnano le multinazionali che si sono impossessate di migliaia e migliaia di ettari di terreni in tante parti della Terra. Invece di coltivare mais e soia con i metodi tradizionali, con gli agricoltori che vanno negli appezzamenti per effettuare le lavorazioni dei terreni tradizionali, le multinazionali vanno giù con il glifosato. Risparmiano i soldi sulla manodopera e pazienza se creano milioni di disoccupati e prodotti agricoli avvelenati da questo diserbante.

Del resto, chi è che controlla il mais e la soia che arriva sulle nostre tavole? certo, l’Unione Europea, almeno fino ad oggi, ha bandito gli OGM dalla nostra agricoltura. Ma chi ci assicura che le importazioni di mai e soia (e soprattutto di derivati del mais e della soia) che arrivano in Europa siano prive di glifosato? Chi ha effettuato i controlli?

Viviamo immersi nella follia capitalistica di un’agricoltura controllata dalle multinazionali della chimica e della farmaceutica. Con un palese conflitto di interessi: più persone si ammalano, più medicinali si vendono. E chi li ferma questi?

Per il latte l’Unione Europea ha stabilito che, nelle etichette, bisognerà indicare la provenienza. I cittadini consumatori debbono sapere da dove arriva il latte. Il Governo del nostro Paese ha proposto a Bruxelles di fare la stessa cosa con la pasta. Ma già c’è la secca opposizione della Barilla (come potete leggere qui e come potete leggere anche qui).

Che farà l’Unione Europea? Imporrà ai produttori di pasta industriale di indicare l’origine del grano? Insomma, i consumatori italiani – e, in generale, i consumatori d’Europa e del resto del mondo (visto che la pasta industriale italiana si esporta in tutto il mondo) – avranno la possibilità di conoscere con quale grano duro è prodotta la pasta?

Per ora l’unico dato certo è l’approvazione del CETA da parte del Parlamento Europeo. Il CETA è il trattato internazionale tra Unione Europea e Canada che rischia di penalizzare le produzioni locali, come ha denunciato Slow Food (lo potete leggere qui).

Il Canada non è un Paese a caso: è il Paese – come questo blog racconta spesso – dove il grano duro che viene prodotto anche nelle aree fredde e umide: grano che viene fatto maturare artificialmente grazie al glifosato (come potete leggere qui).

A chi, se non all’Europa, il Canada venderebbe circa 4 milioni di tonnellate di grano duro al glifosato?

Tutto questo spiega il perché l’Unione Europea, quando si tratta di glifosato, va con i piedi di piombo. E spiega perché, con molta probalità, i cittadini europei saranno costretti a mangiare derivati del grano – a cominciare dalla pasta – al glifosato.

Il glifosato è un veleno. Ma chi lo produce guadagna un mucchio di soldi. Leggiamo su Slow Europa:

“Nel 2012 sono state vendute nel mondo 718.600 tonnellate di glifosato. Il mercato globale del glifosato valeva 5,4 miliardi di dollari, quell’anno, e nel 2019 dovrebbe attestarsi sugli 8,8 miliardi, crescendo a un tasso annuo del 7,2% (fonte: Glyphosate Market for Genetically Modified and Conventional Crops – Global Industry Analysis, Size, Share, Growth, Trends and Forecast 2013 – 2019, in Transparency Market Research)”. (qui l’articolo per esteso).

Pensiamo veramente che chi non vuole essere avvelenato dal glifosato possa fare perdere 3 miliardi e 400 milioni di Euro, nei prossimi due anni, a chi produce e guadagna con questo erbicida?

A meno che… A meno che non inizi una rivoluzione dal basso. Con i consumatori che, fregandosene, ad esempio, della pubblicità scorretta, inizino ad acquistare, là dov’è possibile, prodotti a Km zero con la certezza che tali prodotti non contengano tali contaminanti.

Ieri, per esempio, nella settima puntata del nostro ‘viaggio’ nel mondo della pasta artigianale, abbiamo intervistato Giuseppe Li Rosi, grande conoscitore del mondo del grano siciliano e protagonista di ‘Simenza’ che, tra le tante cose, ha detto:

“Il fatto che ci dicono che la presenza di glifosato e micotossine DON sia entro i limiti previsti dalla normativa europea non significa nulla. Noi, in Sicilia, produciamo grano duro senza la presenza di glifosato e di micotossine. E allora mangiamo la nostra pasta, il nostro pane e, in generale, tutti i derivati prodotti con il nostro grano. Magari estendendo la coltura dei nostri grani antichi, che rappresenterebbe una strategia valida per la tutela dell’agrobiodiversità, sia utilizzando il germoplasma dei grani locali che hanno una più ampia variabilità genetica, sia per le caratteristiche nutrizionali e salutistiche”.

Non c’è altra via per sfuggire alla follia di un’Unione Europea – controllata dalle multinazionali – che ci vuole propinare per altri dieci anni, forse per altri quindici anni i prodotti alimentari avvelenati dal glifosato.

Da leggere:

FOLLIA EUROPEA: VIA LIBERA AL GLIFOSATO CON L’OK DI LOBBY, MULTINAZIONALI E GERMANIA 

LA RICERCA SCIENTIFICA SUL GLIFOSATO CORROTTA

IL GLIFOSATO FA ‘BENE ALLA SALUTE’…

 

 

 

 

 

 


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