26
Mar
2017
5

La vera storia del lager di Fenestrelle dove i Savoia scannarono e fecero sparire nella calce migliaia di meridionali!

La cosa incredibile di questa incredibile storia è che, ancora oggi, ci sono storici – o presunti tali (in Italia, quando c’è di mezzo il risorgimento, la differenza tra storici e presunti tali si assottiglia…) – che negano un’evidenza storica. Tra i negazionisti c’è Alessandro Berbero (che non a caso è piemontese di Torino: e vedi che mangi!). Ma la verità è lì, raccontata da giornali e testimoni dell’epoca: e la verità è che i piemontesi, nei primi anni dell’unificazione, furono i precursori dei nazisti: barbari e assassini. Da un’Italia nata così non poteva che venire fuori l’Italia di oggi…  

di Ignazio Coppola

Qualche tempo fa, a proposito della esistenza del lager di Fenestrelle in occasione della pubblicazione del libro di Juri Bossuto e Luca Costanzo Le Catene dei Savoia, con la prefazione di Alessandro Barbero a sua volta autore del libro I prigionieri dei Savoia – La vera storia della congiura di Fenestrelle si scatenò un acceso dibattito. Costoro nei loro libri non fanno altro che negare spudoratamente terribili verità sostenendo che Finestrelle non fu mai un lager dove, a differenza di quanto da loro sostenuto, subito dopo l’unità d’Italia furono deportati decine di migliaia di meridionali e fatti morire a migliaia in quella fortezza destinata appunto, come tante altre del Settentrione, alla deportazione dei prigionieri meridionali.

Bossuto, Costanzo e soprattutto Barbero fanno parte di quella schiera di ricercatori o pseudo-storici – che per fortuna sono sempre di meno – che ancora non intendono arrendersi a quelle evidenze ed a quelle verità nascoste dalla storiografia ufficiale che, in questi ultimi tempi, puntigliosi e documentati storici e ricercatori stanno mettendo in luce. Negare come hanno fatto Barbero, Bossuto e Costanzo nei loro libri che Fenestrelle non fu un vero e proprio lager dove vennero deportati e fatti morire alcune migliaia di prigionieri meridionali è come negare la esistenza di campi di concentramento di Auschwichz e di Dachau dove, 80 anni dopo, nelle camere a gas vennero fatti morire milioni di ebrei.

Migliaia di meridionali morti, scomparsi e sciolti nella calce viva nelle vasche ancora esistenti all’interno della fortezza di Fenestrelle: verità oggi da negare. E’ per questo che di tutti questi orrori non se ne trovano tracce negli archivi di Torino in cui Barbero e Bossuto sostengono di averle ricercate. Orrori come quelli degli ebrei uccisi molti anni dopo nelle camere a gas naziste.

Razza inferiore, i meridionali, teorizzata a quei tempi dalla scuola positivista di Cesare Lombroso e razza inferiore quella ebrea, teorizzata dalle teorie naziste dopo. Razze da umiliare, deportare e annientare.

Le migliaia di deportati che entravano a Fenestrelle, come monito alla loro rieducazione ebbero il “privilegio” di leggere una scritta: “Ognuno vale non in quanto è, ma in quanto produce” simile a quella che centinaia di migliaia di deportatati, 80 anni dopo, ebbero l’analogo “privilegio” di leggere nei campi di stermino nazista di Auschwitz: “Il lavoro rende liberi”. Tragiche e terribili analogie e similitudini.

Ancora oggi entrando a Fenestrelle, su un muro, è tuttora visibile quella triste e provocatoria iscrizione. Anche in questi propagandistici processi rieducativi si può a buon diritto dire che i piemontesi per massacri, eccidi e stermini perpetrati nei confronti delle popolazioni meridionali furono a suo tempo, maestri dei futuri nazisti.

Di tutto questo i negazionisti Barbero e Bossuto avrebbero dovuto farsene una ragione. Avrebbero dovuto farsene una ragione che, a migliaia e migliaia, furono i deportati meridionali nelle carceri del Nord di cui Fenestrelle fu la punta dell’iceberg.

Dal 1861 – primo anno dell’unità d’Italia – in poi migliaia e migliaia di ex soldati del disciolto esercito borbonico, di soldati papalini prigionieri, di contadini meridionali che i piemontesi definivano briganti, di prigionieri politici e renitenti di leva, di ex garibaldini dell’impresa di Aspromonte – tra cui alcune centinaia di siciliani – furono deportati nei lager del Centro Nord Italia e, precisamente: a San Maurizio Canavese, Alessandria, Milano, Genova, Bergamo, Bologna, Ascoli Piceno, Livorno, Ancona, Rimini, Fano e nelle isole dell’arcipelago toscano e della Sardegna. In questo universo carcerario del nuovo Stato italiano il lager più importante e più tristemente famoso e temuto fu appunto quello di Fenestrelle, nell’alta Savoia.

Fenestrelle, un’antica e inaccessibile fortezza sabauda a circa 150 chilometri da Torino, posta a più di 2 mila metri d’altezza a protezione del confine sabaudo-piemontese (come potete vedere sopra nella foto), fu dunque, a partire dal 1861, il lager di casa Savoia, la Siberia italiana, in cui non ci si fece scrupolo di deportare, senza soluzione di continuità, appunto ex soldati del disciolto esercito del Regno delle Due Sicilie, papalini, pseudo briganti, prigionieri comuni e politici, donne e uomini di ogni provenienza in una promiscuità degna di peggior causa.

Sulle condizioni e sul trattamento dei detenuti all’interno della fortezza di Fenestrelle ne dà ampio e documentato conto, ove per loro conoscenza Barbero e Bossuto alla ricerca di documentazioni non lo avessero mai letto, un giornale piemontese dell’epoca: L’armonia:

“La maggior parte dei poveri reclusi sono ignudi, cenciosi, pieni di pidocchi e senza pagliericci. Quel poco di pane nerissimo che si dà per cibo, per una piccola scusa si leva e, se qualcuno parla, è legato per mani e per piedi per più giorni. Vari infelici sono stati attaccati dai piedi e sospesi in aria col capo sotto ed uno si fece morire in questa barbara maniera soffocato dal sangue e molti altri non si trovano più né vivi, né morti. E’ una barbarie signori”.

Un’altra testimonianza dello stesso tenore, per ulteriore conoscenza dei tre negazionisti, è quella del pastore valdese Georges Appia che, nell’ottobre del 1860, e siamo solo all’inizio delle deportazioni, in visita al forte che già rigurgita di prigionieri meridionali, così ebbe a descriverli:

“Laceri, ignudi e poco nutriti appoggiati a ridosso dei muraglioni nel tentativo disperato di catturare i timidi raggi solari invernali, ricordando forse con nostalgia il caldo dei loro climi mediterranei”.

Laceri, ignudi e malnutriti: l’aspettativa di vita, per questi poveretti, era fatalmente ridotta al minimo. Furono migliaia i prigionieri e i deportati che entrarono a Fenestrelle e pochi quelli che ne uscirono vivi per gli stenti, la fame e le temperature rigide alle quali non erano abituati e alle quali crudelmente (gli infissi nelle finestre delle celle deliberatamente erano stati tolti e vi erano solamente grate) furono sottoposti.

In questa disperata situazione e al limite di ogni umana sopportazione vi fu, il 22 agosto del 1861, un tentativo di rivolta, che scoperto in tempo e ferocemente represso portò all’inasprimento delle pene, per cui da quel momento la maggior parte dei deportati protagonisti della rivolta fu costretta a portare ai piedi ceppi e catene appesantiti da palle di 16 chili! Pochissimi in quelle condizioni riuscirono a sopravvivere e a chi non riusciva a farcela era riservato un particolare trattamento privo di ogni umana pietà.

I cadaveri di questi sventurati, anziché essere seppelliti, venivano sciolti nella calce viva, in una grande vasca posta nel retro della chiesa che sorgeva all’ingresso della fortezza che è ancora oggi visibile.

Una morte anonima, senza alcuna sepoltura e alcuna lapide, perché non restasse memoria e traccia dei crimini compiuti dai civilissimi “piemontesi”. Ecco perché i nostri “eroi” Barbero, Bossuto e Costanzo non troveranno, come sostengono nelle loro ricerche, tra l’altro parziali, tracce delle migliaia di morti, limitandosi a dire spudoratamente che i morti alla luce delle loro ricerche furono solamente quaranta.

Pochi per i suddetti motivi, infatti, i nomi furono annotati nei registri parrocchiali dei prigionieri meridionali morti a causa delle terrificanti condizioni carcerarie. E per questo, nei registri, mancheranno le migliaia e migliaia di nomi di tanti anonimi sventurati, morti dopo inenarrabili patimenti di fame e di freddo e poi sciolti nella calce viva e dei quali non rimarrà più alcuna traccia. Sciolti con gli stessi metodi che, molti anni più avanti, userà la mafia per cancellare le tracce e la memoria delle proprie vittime (i mafiosi utilizzeranno l’acido).

Anche per i mafiosi, come per i nazisti, gli italo-piemontesi di allora furono fulgidi esempi e buoni maestri per le generazioni di criminali a venire.

Questo, dunque, il libro nero, mai scritto o scritto male (come nel caso dei libri di Bossutto e di Barbero), dei lager dell’Italia post-unitaria, degli scheletri nell’armadio e della cattiva coscienza del nostro Risorgimento. Fatti che meritano, per quanto descritto e documentato, una profonda riflessione su una unità che costò ai meridionali, come sempre, lacrime e sangue e che, se vogliamo giungere a una storia condivisa, è ormai tempo che vengano tirati fuori dagli armadi questi scheletri.

Operazione necessaria per liberare la cattiva la coscienza, rivelando verità storiche scomode da troppo tempo secretate, perché, alla luce di tutto questo, per le popolazioni del Sud, risorgimento equivale oggi, sul piano storico, morale e politico, a risarcimento. Il risarcimento di una verità storica che, per 155 anni, ci è stata negata e che Barbero e Bossuto continuano a negarci.

Infatti le tesi spudoratamente negazioniste dei nostri eroi Barbero, Bossuto e Costanzo di certo non vanno nella giusta direzione della ricerca di una verità condivisa, ma in quella opposta di negare e dividere il Paese. Stando così le cose non ci resta che consigliare a Juri Bossuto di rileggersi, ove non lo avesse ancora fatto, quello che Antonio Gramsci, nel 1920, su Ordine Nuovo ebbe testualmente a scrivere a proposito del brigantaggio, dei Savoia e dello Stato italiano:

“Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e a fuoco l’Italia meridionale, squartando, fucilando e seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti”.

E furono molti di questi “contadini-briganti” meridionali, agli albori dell’unità d’Italia, ad essere incarcerati assieme a tanti altri prigionieri per vari motivi deportati e lasciati morire, senza che ne rimanesse traccia nei lager del settentrione e, in special modo, a Finestrelle.

Infine ad Alessandro Barbero, emerito professore di studi medievali dell’Università del Piemonte Orientale, diamo uno spassionato consiglio: continui ad occuparsi e perfezionarsi in storia medievale che è la sua materia e non in quella risorgimentale nella quale, a quanto ci ha dato ad intendere, ha dimostrato di avere parecchie lacune e che decisamente non è proprio il suo campo. E proprio nel campo della storia medievale di cui è docente che Barbero potrebbe dare, in una delle sue tante lectio magistralis cui spesso è chiamato a tenere, un peculiare contributo alla verità storica spiegando ai suoi conterranei padani che Alberto da Giussano, simbolo dell’orgoglio leghista di di Matteo Salvini, e a cui sono state dedicate a sproposito ed abbondantemente vie, piazze e statue, è un personaggio mai esistito e parto fuorviante e diseducativo della narrativa di scrittori compiacenti impegnati ad accreditare questo inesistente personaggio quale eroe del medioevo Lombardo.

Un’operazione verità che consigliamo a Barbero di intestarsi, anziché arrampicarsi sugli specchi per dimostrare false verità su Fenestrelle. Con Alberto da Giussano, nel ristabilire la verità storica, sarebbe facilitato dal fatto che questo presunto eroe non è mai esistito essendo, questo sì, il frutto di una falsa verità che ha fatto, in questi anni, tanto comodo nei loro sproloqui ai dirigenti della Lega Nord.

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43 Responses

  1. franz

    Alberto da Giussano hanno fatto anche un film,la gente, siccome non è stupida,lo ha snobbato,snobbato nella sua stupidità.

  2. Augusto Marinelli

    Dunque Coppola, che è uno storico affermativista, produce le seguenti prove delle sue affermazioni circa le condizioni dei deportati a Fenestrelle: 1. un “ampio e documentato”, cioè fondato su fonti attendibili debitamente presentate, arti-colo apparso sul giornale “L’Armonia” in data non precisata; 2. un brano tratto da una testimonianza del pastore valdese George Appia, risalente all’ottobre 1860, periodo in cui Fenestrelle a suo dire “rigurgitava” di prigionieri meridionali.
    Peccato che “l’ampio e documentato etc.” sia in realtà un brano estratto da una “supplica” indirizzata “Ai Signori Presidenti e Deputati del Parlamento Nazionale” da alcuni detenuti nel carcere napoletano di S. Maria Apparente per denunciare le condizioni della propria prigionia, pubblicata dalla Gazzetta di Napoli il 5 dicembre 1862 e prontamente ripresa da alcuni giornali di parte democratica e da “La Civiltà Cattolica”, anno decimoquarto, vol. V della serie quinta, Roma, 1863, pp. 230-231[fascicolo reperibile su google.books, e dunque controllabile da chiunque senza la fatica di andare in biblioteca; preciso che la rivista dei gesuiti omise il nome del responsabile delle condizioni dei carcerati, de Blasio, probabilmente per evitare una querela da parte di quest’ultimo]. E Napoli è piuttosto lontana da Fenestrelle, anche se riportiamo il complesso della piazzaforte alla sua reale quota, che non supera nel punto più alto i 1700 metri, e lo ricollochiamo alla reale distanza da Torino che non è di “circa 150 chilometri” ma non supera il centinaio se si sceglie il percorso più lungo.
    Quanto alla testimonianza del pastore Georges Appia, questi a S. Carlo visitò nell’ottobre 1860 alcuni prigionieri “degli Stati pontifici”, marchigiani e romagnoli, che aveva incontrato a Pinerolo, durante la loro marcia verso Fenestrelle, “in uno stato pietoso, senza il becco d’un quattrino, laceri, affamati e stanchi per le settimane di prigionia sofferte”: recatosi al forte li trovò “scaglionati lungo le mura della fortezza, a scaldarsi al sole; altri, sparsi lungo il torrente, lavavano la loro unica camicia”. Ai soldati e a due ufficiali, “ben messi” questi ultimi, che incontrano, Appia e un suo compagno distribuiscono su loro richiesta sigari e bibbie. Quanto ai prigionieri napoletani, Appia dice che ne giunsero circa 800 ma alcuni giorni più tardi. Purtroppo il libro di Appia [Georges Appia pasteur et professeur en Italie et à Paris, Flammarion, Paris, pp. 22-23] può essere consultato solo presso la biblioteca di Torre Pellice; ma credo si possa chiedere al bibliotecario fotocopia delle pagine che interessano per controllare se sia più fedele la traduzione che propongo tra virgolette o quella, ricca di particolari patetici, di Coppola.
    Di Gramsci e del suo testo parleremo un’altra volta.

    1. ugo bellantone

      ma lei chi è? l’ ex rettore (non rimpianto) dell’ università di firenze?
      😂😂😂😂😂😂

  3. Augusto Marinelli

    P.S. Citando a memoria, ho scritto erroneamente che “Civiltà Cattolica” omise il nome di de Blasio, che invece è mantenuto nel testo.

  4. Anche per le stragi di Casalduni
    e Pontelandolfo si disse che si
    trattava di fandonie neoborboniche
    dopo anni di menzogne e negazioni
    la Repubblica Italiana ufficialmente
    riconosce le stragi e chiede scusa
    ai discendenti di quei paesi
    martoriati. Quando si commettono
    dei crimini, di solito si tende a
    distruggere le prove. Meno male
    che in tanto squallore negazionista
    troviamo personaggi come il Conte
    Bianco di Saint-Jorioz, il quale,
    inorridito di tante atrocità
    commesse dall’esercito piemontese
    solleva il velo delle menzogne.
    Nella fortezza di Fenestrelle nel
    2008 è stata inaugurata una lapide
    che testualmente recita “tra il 1860
    e il 1861 vennero segregati nella
    fortezza migliaia di soldati dello
    esercito delle due sicilie, che si
    erano rifiutati di rinnegare il re
    e l’antica patria.Pochi tornarono
    a casa, i più morirono di stenti.
    I pochi che sanno s’inchinano.”
    Ma i luoghi di prigionia dove
    venivano deportati i militari e
    i civili meridionali,non sono
    solo Fenestrelle, ma circa
    40 i luoghi di detenzione
    divisi nelle regioni della Valle
    d’Aosta, Piemonte, Lombardia
    Liguria,Emilia Romagna,Marche
    Campania, circa sessantamila
    deportati, e, San Maurizio
    Canavese fu il luogo con il
    maggior numero di reclusi.
    I piemontesi non lasciarono
    scampo ai prigionieri,che
    rifiutavano di essere arruolati
    sotto il re sabaudo, e non
    potevano lasciarli liberi, per
    timore che essi tornati in
    patria diventassero dei pro-
    babili oppositori e testimoni
    scomodi.

  5. Corrado

    Savoia nazisti? Ma non diciamo castronerie! Perché tanti intellettuali del Sud si rifugiarono dai Savoia,nel Risorgimento? Erano pazzi o masochisti,forse?
    Perché il Sud votò per i Savoia,nel 1946? Perché molti emigrati del Sud andarono all’estero e sventolavano il Tricolore sabaudo? Anche loro masochisti?
    La verità è che i Savoia piacciono sempre più agli Italiani,ed allora spuntano fuori queste storie per infangarli. Perché non son venute fuori negli anni ’50 o ’60? Perché non esistevano ancora. Erano e sono balle. Italiani,non fatevi ingannare.
    La repubblica sta sfaldando l’Italia,i Savoia seppero saldarla.
    Questi sono fatti certi. Perché tutti quelli che difendono i Savoia sono falsari,e quelli che li infangano invece sono brave persone? Perché l’Italia repubblicana vuole farci il lavaggio del cervello,e farci odiare i Savoia. Ma chi ha gli attributi non ci casca!!

  6. Giuseppe

    Lasciando a più esperti e documentati la valutazione delle affermazioni “storiche” dell’articolo, mi chiedo che attendibilità abbia chi riporta in modo assolutamente falso anche i dati oggettivi più elementari e verificabili. Il Forte di Fenestrelle
    – è in Piemonte (Italia) e NON in Alta Savoia (Francia)
    – è a 70 Km da Torino e NON 150
    – il forte è a circa m 1000 slm ed arriva a circa 1700 con la doppia scala, NON a più di 2000
    Non conosco le competenze storiche dell’autore, ma se corrispondono a quelle geografiche qualche dubbio sull’attendibilità me lo pongo

    1. Quando gli argomenti mancano
      ci si aggrappa alle distanze dei
      kilometri tra Fenestrelle e
      Torino, all’altezza s.l.m. della
      fortezza, agli apostrofi e
      perfino all’aritmetica. Santa
      Maria Apparente, un carcere
      napoletano con secondini
      piemontesi, stesso trattamen-
      to riservato agli ex militari del
      Regno delle due Sicilie, così
      come nelle altre carceri. In
      quanto alla lapide apposta da
      un gruppo di neoborbonici a
      Fenestrelle, ripeto Fenestrelle
      in Piemonte, non in Campania
      mi sembra ovvio che i respon-
      sabili della fortezza fossero
      d’accordo, non solo,constatato
      che la lapide nel momento
      che era stato tolto l’imbal-
      laggio presentava dei danni
      era stata fatta restaurare
      dai responsabili della
      fortezza, un bel gesto, questo
      sì da fratelli d’Italia, così
      è stato possibile procedere
      alla benedizione della lapide
      e delle corone di fiori e dare
      corso alla cerimonia religiosa.

  7. Augusto Marinelli

    Io ho documentato gli errori contenuti nel testo di Coppola. Chi vuol replicare, lo faccia in modo documentato e non con affermazioni prive di qualsiasi riscontro, senza pretendere di trasformare una lapide apposta il 6 luglio 2008 da un gruppo di neo-borbonici a Fenestrelle in una prova.

    1. Signor Marinelli, se le
      autorità piemontesi della
      fortezza di Fenestrelle
      sono venuti alla determi
      nazione di concedere
      ad una rappresentanza
      di cittadini meridionali di
      mettere una lapide, con
      tanto di cerimonia, vuol
      dire che sono convinti dei
      fatti che avvenivano in
      quei luoghi, non crede?
      Dove vede lei, le afferma-
      zioni prive di riscontro?

      1. Augusto Marinelli

        Salvatore, ho riprodotto la grafia “de Blasio” letteralmente dall’articolo di “Civiltà Cattolica” che ho citato, come avrebbe potuto facilmente accertare controllando il testo. Personalmente cerco di evitare anche gli errori di battitura, e non spaccio De Blasio, che era nato in provincia di Benevento, per un “secondino piemontese”, Quanto alla lapide, no, non credo: la rinvio comunque al testo di Gigi Di Fiore pubblicato l’8 luglio 2013, e che ho riprodotto in altro intervento.

  8. Ignazio Coppola

    IGNAZIO COPPOLA

    Caro Marinelli grazie per avermi gratificato con l’appellativo di storico affermativista, un riconoscimento che non merito essendo non uno storico ma un cultore della storia e alla ricerca costante di quelle verità che per più di 150 anni ci sono state sempre negate dalla storiografia ufficiale e di regime e dai negazionisti come lei. E proprio ora di finirla di menar il can per l’aia o come fa lei arrampicandosi continuamente sugli specchi con improbabili ,marginali e patetici riferimenti ( e qui è proprio il caso dirlo) che lasciano il tempo che trovano. Si arrenda all’evidenza e se ne faccia una ragione e la finisca di abbaiare continuamente alla luna altrimenti i tribunali della storia, come avverrà con tanti altri negazionisti che per fortuna sono sempre di meno, lo metteranno impietosamente alla gogna e sul banco degli imputati. E mentre i cani abbaiano alla luna, senza costrutto, come fa lei, la carovana dei cultori e dei ricercatori e siamo già in tanti della verità storica passa. Vede caro Marinelli quello che mi gratifica sono le migliaia di condivisioni ed apprezzamenti dei miei articoli su Facebook( questo su Fenestrelle ad oggi è arrivato a 3mila) mentre lei rimane sempre più solo a ciurlare nel manico ed abbaiare alla luna. Anche di questo se ne faccia una ragione, stia sereno e si rassegni. Con affetto suo Ignazio coppola

    1. Fulgenzio

      Essere cultore della storia non significa essere storici, caro Coppola.

      Il fatto che lei scriva articoli solo per avere un I like su Facebook non significa che quello che scrive sia valido dal punto di vista scientifico, perché leggendo le sue riflessioni ho notato che lei non entra nel merito della questione, si limita solo a definire un ricercatore serio come Barbero un negazionista perché ha confutato un falso storico come quello di Fenestrelle paragonabile ad un altro falso storico come quello della Donazione di Costantino o i Protocolli dei Savi di Sion.

      Suo Fulgenzio

  9. Augusto Marinelli

    Caro Coppola, grazie per gli apprezzamenti. Mi sarebbe piaciuto che lei smentisse una sola delle mie affermazioni circa i suoi errori, ma vedo che continua a confondere Fenestrelle con Napoli, per non parlar del resto. Si goda i suoi tremila lettori: saranno sempre duemilanovecentosettantacinque in più di quanti non ne prevedesse Manzoni.
    Tante belle cose.

  10. Visto che c’è chi, giustamente, chiede che si forniscano le fonti di quanto si afferma, gliene fornisco un paio; le prime che mi ritrovo sotto mano. Cercando bene però se ne troveranno moltissime altre; documentate.
    1)
    “Per vincere la resistenza dei prigionieri di guerra, già trasportati in Piemonte e Lombardia, si ebbe ricorso ad un espediente crudele e disumano, che fa fremere. Quei meschinelli, appena coperti di cenci di tela, rifiniti di fame perchè tenuti a mezza razione con cattivo pane ed acqua e una sozza broda, furono fatti scortare nelle gelide casematte di Fenestrelle e d’altri luoghi posti nei più aspri luoghi delle Alpi. Uomini nati e cresciuti in clima sì caldo e dolce, come quello delle Due Sicilie, eccoli gittati, peggio che non si fa coi negri schiavi, a spasimar di fame e di stento fra le ghiacciaie”.
    “Civiltà Cattolica” , Anno XII, 1861, XI, pag. 367.
    2)
    “… i Napoletani prigionieri in castelli subalpini, barbaramente, su fradicia paglia affamati, con panni da state in crudo verno! Sì tartassandoli per indurli a pigliar la livrea (piemontese). Sempre rispondevano no: messi in luoghi stretti e umidi, gridavano viva Francesco! Legati allora a due a due, e mandati in fortilizi lontani, come potevano fuggivano. o a casa o a’ Tedeschi, cioè nelle province austriache del Veneto e del Trentino”
    Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, vol. II,pag. 367.
    Ma probabilmente per qualcuno queste testimonianze saranno ovviamente inattendibili o di parte.
    Il tempo delle favole è finito.

  11. Augusto Marinelli

    Ultime risposte ad alcuni cortesi interlocutori. 1. Che de Sivo fosse “di parte” non è una mia opinione. De Sivo era, insieme al duca di Civitella e all’ex ispettore di polizia Palumbo, membro della “Commissione per la stampa” – organo incaricato di svolgere propaganda borbonica, fungere da ufficio-stampa del re etc. – istituita da Francesco II nel maggio 1863. La notizia è in genere occultata dai siti neo-borbonici, ma questo non è colpa mia. 2. L’articolo di “Civiltà cattolica” è largamente noto: ma è, credo, a tutti noto che la rivista dei gesuiti conduceva una accanita campagna propagandistica contro il neonato Regno d’Italia. Prendere per oro colato le sue parole – peraltro prive anch’esse di riscontri e largamente contraddette dalla documentazione disponibile ed elencata con pignoleria nel celebre libro di Barbero, molto insultato ma mai smentito – sarebbe molto più incauto che per lo storico futuro usare il blog di Grillo come fonte per l’analisi della politica del governo Renzi, gli articoli di Sallusti per giudicare i governi Prodi, Travaglio per scrivere la storia dei governi Berlusconi.
    Il tempo delle favole per qualcuno è appena cominciato.
    Posso invitare il signor Brugnoli a rileggere – perchè di certo lo ha già letto – il primo capitolo del romanzo di Manzoni ? Ci troverà i venticinque lettori.
    E con questo posso definitivamente cessare la mia “collaborazione” con “I Nuovi vespri”.

  12. P.S.:
    Chiedo scusa alla Redazione de “I nuovi Vespri” per la lunghezza di questo mio ulteriore intervento che, però, è fatto unicamente a beneficio di eventuali “terzi” lettori che magari, non avendo avuto la possibilità di approfondire questi argomenti, potrebbero pensare che i fatti di Fenestrelle ed in generale delle sorti dei detenuti, siano solo invenzioni.

    L’obiettivo vero di Fenestrelle pertanto non era la reclusione ma l’eliminazione dei detenuti, o la loro deportazione fuori dal territorio nazionale.
    Si spiega così il carteggio, emerso dall’Archivio storico della Farnesina (v. Documenti Diplomatici Italiani) tra i vari ministri del tempo, Menabrea (1868), Visconti Venosta (1872) e Cadorna (1873) con i ministri inglesi Bartle Frere prima ed il conte Granville poi, nonché con il Console generale a Tunisi Luigi Pinna, per la concessione di una colonia penitenziaria da costruire nelle desolate lande del Borneo, dello Yemen o del Sahara, atta a trasferirvi i “briganti”. Sul Borneo poi, il governo italiano insisterà a più riprese, tramite il coinvolgimento del Ministero della Regia Marina (v. Ufficio Storico Marina Militare), ma senza successo. A causa dei numerosi rifiuti per altri luoghi richiesti, tra i quali perfino quello del Governo argentino, contattato dal Ministro Della Croce, per un sito in Patagonia, o quello del Portogallo (il cui re aveva sposato Maria Pia figlia di Vittorio Emanuele II), per uno in Mozambico, non è difficile immaginare, come la missione del senatore Nino Bixio nel 1873, sempre alla ricerca di un luogo adatto nei mari delle Isole della Sonda (Sumatra e Borneo), abbia avuto questo obiettivo.
    Giuseppe Bagnasco, Filibustieri – Arrembaggio conquista e distruzione del regno delle Due Sicilie, Thule Edizioni, pag. 18, 20.

    Dal diario dell’ex garibaldino G. Ferrari: “In quel paese (Rossano) vi erano carceri grandissime nelle quali rinchiudevano i manutengoli ed i conniventi dei briganti. Due o tre volte al mese giungevano colonne di persone state arrestate dalle pattuglie volanti nei paesi o nei casolari; eranvi anche donne scapigliate coi pargoli al petto, preti, frati, ragazzi vecchi, i quali tutti prima di passare nelle carceri, venivano ricoverati provvisoriamente nei locali vuoti del Quartiere su poca paglia, piantonati da sentinelle, per essere poi interrogati al mattino successivo dal pretore, dal maresciallo e dal mio Capitano.
    Queste colonne di vento o trenta persone ciascuna, la maggior parte pezzenti e macilenti, facevano compassione a chi aveva un po’ di cuore; li vedevo sofferenti per la fame, per la sete, per la stanchezza di un viaggio a piedi di 40 e 50 chilometri, venivano sferzati dai Carabinieri e dai soldati di scorta, se stentavano camminare per i dolori ai piedi, od anche se si fermavano per i bisogni che taluni si dimettevano il pensiero di fermarsi, e si insudiciavano per evitare bastonate, tutti questi incriminati, alcuni dei quali innocenti, e le donne specialmente, venivano slegati per conceder loro riposo, ma per compenso si torturavano coi ferri, detti pollici, che i carabinieri ed i Sergenti in specie stringevano fino a far uscire il sangue dalle unghie. Poteva io assistere a tali supplizi senza sentire pietà! tosto allontanati i carnefici, io allentava loro i ferri colle mie chiavi, e quei disgraziati riconoscenti, piangevano, baciando i lembi della mia tunica, persino gli stivali. Prima dell’alba, li rimetteva al supplizio come erano stati lasciati. Scene poi da vera inquisizione succedevano dopo, allorquando venivano interrogati i rei nelle loro celle, io fungeva da segretario e da teste, il Capitano ed il Maresciallo dei carabinieri da giudici; questi volevano sapere il rifugio, il nascondiglio ed i nomi dei briganti che essi favorivano, ed alle loro risposte negative erano bastonate sulla testa che ricevevano da far grondar sangue.”
    Eugenio De Simone, Atterrite queste popolazioni, Magenes Edizioni, pag. 23, 24.

    Il maggiore Frigerio qualche problema con il sadismo doveva avercelo, perché fu lui il primo a sperimentare “i ceppi di tortura”; e proprio a Licata (Sicilia, n.d.r.). Fu subito imitato da tanti suoi colleghi.

    Sui ceppi di tortura inaugurati da Frigerio, è stato Alessandro Fumia, dell’associazione messinese di ricerche storiche “Amici del Museo”, a trovare i dettagli che rendono la faccenda più disgustosa. “Furono inventati da un ex garibaldino,” dice, e davvero non c’è limite alla gratitudine per certi liberatori “e il maggiore Frigerio fu il primo a sperimentarli, a Licata, su una popolazione afflitta da 25 giorni di assedio. I ceppi erano costituiti da due particolari anelli di ferro, forniti di bulloni espansivi (quattro ogni anello). Il torturato, con i polsi imprigionati, veniva “appeso” tramite cinghie di cuoio legate agli anelli. Gli anelli erano congiunti con una base con buco filettato, in cui scorreva una lunga vite senza fine e aguzza in punta che, avanzando fra i polsi serrati, li avrebbe attraversati dal basso verso l’alto (i palmi delle mani giunte e le falangi), facendosi spazio nella carne. Questi ceppi furono uno strumento di tortura richiestissimo dai militari in missione fraterna al Sud. Da una fonte francese si apprende che ne furono costruiti 400 in Piemonte e altre decine nei luoghi di tortura. Erano ritenuti molto efficienti, per due motivi: l’afflitto avendo gli arti superiori posti in tensione sulla testa, una volta ferito non rischiava di morire dissanguato. In più, essendo legato e posto soppeso, provava un intenso dolore persistente, misto a infiammazione, quando la vite spingeva sempre più nella carne fino alle ossa, provocando uno spasmo infinito. Dal punto di vista militare, l’esperimento era riuscito e tale obbrobrio fu esteso a tutta la Sicilia, moltiplicando i supplizi e le morti. Secondo altre fonti, i torturati, rei o sospetti tali, di nascondere i renitenti alla leva, disertori di un esercito ancora da formare, venivano flagellati prima alle gambe e alle braccia: indistintamente se uomini o donne, se adulti o fanciulli, se disabili o donne gravide.
    Pino Aprile, Cernefici, Piemme Edizioni, pag. 310, 311.

    “…ma è, credo, a tutti noto che la rivista dei gesuiti conduceva una accanita campagna propagandistica contro il neonato Regno d’Italia.”

    A proposito della “campagna propagandistica” dei gesuiti…

    Il principale bersaglio di Cadorna (Palermo 1866, n.d.r.) furono gli ecclesiastici. Ritenne i frati di Sant’Antonio complici della rivolta e accusò le suore di Santa Maria la Nova di essersi fatte scortare dai ribelli. Anche stavolta, francesi e inglesi rimasero in attesa degli eventi, ma il console di Parigi, con gran parte della stampa del suo paese, invitò il governo italiano a non infierire sui rivoltosi che si erano arresi. Ma gli appelli non trovarono ascolto. Furono soppresse ben 1027 corporazioni religiose, fino ad allora scampate agli espropri disposti dopo l’unificazione. La mano della repressione si allungò sui religiosi: 47 in carcere a Palermo, 46 a Siracusa, 40 a Girgenti,26 a Caltanissetta, 18 a Messina. Tra loro anche il vescovo novantenne di Monreale, Benedetto D’Acquisto. Ma se il generale addossava molte colpe ai religiosi, a Firenze si preferiva accusare soprattutto delinquenti e facinorosi, che non avevano seguito alcuna strategia politica.
    Come in Abruzzo, il generale piemontese si comportò da conquistatore in una città ostile. Ordinò molte esecuzioni: solo il capitano Antonio Cattaneo del 10° granatieri fece fucilare ottanta prigionieri. Poco prima furono costretti a scavare una fossa comune, che doveva raccogliere i loro corpi. Un testimone di quei giorni, Gian Luigi Bozzoni, dichiarò al “Giornale di Sicilia” che “nella caserma di San Giacomo erano state trucidate 300 persone” e che “300 furono anche le fucilazioni nei cimiteri di Sant’Orsola, dei Rotoli e dei Cappuccini”.
    Fucilazioni e anche domicilio coatto. Decine di uomini in catene furono trasportati sulle isole di Ustica e Lipari. La repressione, senza andare tanto per il sottile, andò avanti per tre mesi. Poi si annunciò un’amnistia: concedeva l’impunità a chi era stato sorpreso senza armi. Era il 31 gennaio 1867. In quel momento, solo tre persone si trovavano nelle condizioni di poterne beneficiare.
    E i morti della rivolta? Il calcolo non risultò semplice. Secondo stime ufficiose, tra i militari le vittime erano state 3-400 con un migliaio di feriti. Tra i rivoltosi, invece, i morti furono non meno di un migliaio, ma molti corpi vennero sepolti in fosse comuni e così non furono mai ritrovati. A confondere i calcoli contribuì il colera, diffuso in Sicilia dai soldati sbarcati dalla Tancredi. Una fonte parlò di 65.000 vittime dell’epidemia, altri stimarono 61.380 decessi. Fu comunque una strage.
    Gigi Di Fiore – Controstoria dell’Unità d’Italia, Focus Storia Edizioni, pag. 330, 331.

    1. Fulgenzio

      Non sapevo che Maduli citando la Civiltà Cattolica fosse un nostalgico del Papa Re… Non è che alle volte sono nostalgici pure di Mastro Titta il Boia?

      Di Fiore chi?

  13. Marky

    In quella fortezza è morta la parte migliore del sud, quelli che hanno detto: “possono togliermi tutto, ma non mi toglieranno mai la mia dignità”, quelli che sono rimasti sono quelli che governano ancora oggi. E’ singolare che ancora oggi molta gente del sud non abbia capito bene cosa sia successo in casa loro e si aggrappi alle fasità di una storia ufficiale. (p.s. cosa c’entri Alberto da Giussano non l’ha capito nessuno. Allora come oggi, lotta per la libertà del suo popolo e non per la schiavitù di un’altro)

  14. aldo

    sono stato sempre convinto che i “briganti” erano povera gente che non faceva male a nessuno e, per il resto, condivido quanto sopra (28/03/2017)

  15. “La verità deve essere ripetuta
    constantemente,poiché il falso
    viene predicato senza posa, e
    non da pochi,ma da moltitudini
    ,nella stampa e nelle enciclope-
    die,nelle scuole e università,il
    falso domina e si sente felice e
    a suo agio nella consapevolezza
    di avere la maggioranza dalla
    sua,”

  16. Il 14.8.2011 in occasione della
    solenne commemorazione
    del 150° anniversario dello
    eccidio, l’ex premier prof.
    Giuliano Amato presidente
    del Comitato dei Garanti per
    le celebrazioni del 150° della
    Unità d’Italia,su delega del
    Capo dello Stato,pronunciò
    la fatidica dichiarazione: ” a
    nome del Presidente della
    Repubblica Giorgio Napoli-
    tano, vi chiedo scusa per
    quanto quì é successo e che
    è stato relegato ai margini
    dei libri di storia.”
    Davanti ai sindaci dei comuni
    di Pontelandolfo e Casalduni.

  17. Il 14.8.2011 fù anche il momento
    della riconciliazione storica con
    Vicenza, la città natale del colon-
    nello eleonoro negri,che aveva
    comandato i bersaglieri nella
    spietata strage di abitanti nei
    paesi di Pontelandolfo e Casal-
    duni.Il sindaco Achille Variati
    in piazza Concetta Biondi disse
    agli abitanti di Pontelandolfo
    ” Mi inginocchio davanti alle
    vittime innocenti del 1861,cui
    per tanto tempo,troppo tempo
    ,non c’è stata la verità.”

  18. Paolo

    Da abitante del nord (in particolare Friuli-Venezia Giulia), dopo aver fatto ricerche per mio conto, non posso che confermare quanto predicato dagli storici meridionali: Il brigantaggio fu rivolta armata contro uno stato che li opprimeva, fu una guerra civile, repressa nel sangue, sterminando tutti quelli sospettati di essere briganti o fiancheggiatori di essi. Furono decimati paesi interi, compresi preti, bambini e ragazzi (episodio triste fu la fucilazione di Angelina Romano, una bambina di 9 anni). La famosa legge Pica (legge marziale per il sud) asseriva che bastava solo il sospetto che alcuni nel paese sostenessero i briganti per mettere a ferro e fuoco il paese, requisire animali e vettovaglie vegetali, fucilare sul posto le persone più sospettate e deportarne le altre. I Savoia avrebbero dovuto chiedere scusa al sud e non pensiate che voglia solo parlar bene del sud. Il sud ha diverse cose che non vanno oggigiorno, ma quante di queste sono state causate dai danni prodotti da una unità fatta malissimo, che ha distrutto l’Italia e poi per quello che è stato fatto quella volta verso i meridionali il paese dovrebbe solo vergognarsi.

  19. mario

    Circa due milioni d’Italiani lasciati allo sbaraglio l’otto settembre 1943 la dice
    tutta su chi sono stati i Savoia in Italia!

  20. Augusto Marinelli

    Sono costretto a rientrare – ma poi basta davvero – per segnalare che tra i “negazionisti” va annoverato anche Gigi Di Fiore per questo commento sul suo sito.
    “Anche se ne fosse morto solo uno di quei prigionieri, sarebbe giusto ricordarlo”. Fui chiaro, a Torino, con il professore Alessandro Barbero. Mi chiese cosa ne pensavo della lapide sistemata nel 2008 all’interno della fortezza-carcere di Fenestrelle. Fui chiaro mentre si dibatteva su un suo lavoro, nato da una ricerca impostata, in maniera limitata, quasi esclusivamente su documenti dell’Archivio storico di Torino. Limitava il numero dei morti tra i prigionieri dell’ex esercito delle Due Sicilie e dello Stato pontificio, rinchiusi dopo gli scontri con i garibaldini e le truppe piemontesi. Poche decine, ho più volte scritto, non certo migliaia. Ma pur sempre morti lontano dalle loro terre e in stato di prigionia.”

  21. Andrea da Modena

    Non vedo citare un atto che ho letto anni fa su di un testo alla Biblioteca nazionale di Foirenze, di cui purtroppo non ricordo il nome. Si citava il doppio filone di internamenti avvenuti dopo il 1860: i militari che rifiutavano di firmare per la rafferma a Fenestrelle, i militari in un campo di tende a Baggio, presso Milano. Molti dei militari semplici erano contadini che vaveano già fatto servizio presso l’eercito borbonico (leva di 7 anni) per più anni, e dovevano sottostare ad una nuova leva obbligatoria di 10 anni. Capirete che per un contadino con l’età media del tempo era come rinunciare ad una propria vita. Gli ufficiali avevano parenti,, molti all’estero, che intercedevano tramite gli ambasciatori per la liberazione. E fioccavano le interpellanze parlamentari che il Re, con proprio atto (lo affermava il testo) pose il divieto di porre tale argomento all’ordine del giorno, e di stralciare dai resoconti ogni riferimento. Del resto sul giornale il Monitore di Genova risultava il recosoconto degli arrivi dei navigli che portavano prigionieri; il totale ammontava a molte migliaia, prima rinchiusi nel forte di Genova, poi suddivisi tra altre piazze. Non sono uno storico, ma solo un appasionato di storia, ma faccio rilevare che quando ho cercato notizie sui transiti da Modena nell’archivio di Stato (transiti pur avvenuti) non ho trovato atti. Quanto a Fenestrelle la cosa che ho trovato stupèefacente è che nei primi anni duemila cercando la storia del sito si trovava resoconto della attività del certamente meritorio gruppo locale che ha riportato in vita il sito; ma nessun accenno, dico nessuno, era reperibile sui prigionieri borbonici. Non metto alla gogna nessuna, la storia la fanno i vincitori; ed apprezzo Barbero, in particolare come divulgatore in TV (con leggerezza a volte eccessiva) in particolare sul medievo. Ma da questo a aprlare di congiura ce ne passa. Oppure vogliamo anche negare chye dopo la bandiera bianca sventolata ad Ancona si sparò ancora per giorni con i cannoni mdal mare? O che non si risparmiò l’ospedale di Gaeta dai bombardamenti? Era segnalato da una croce sul tetto, ma all’epoca i Savoia non avevano ancora accolto la convenzione internazionale sulla Croce Rossa. Venno bene le opinioni, ma in storia ci si deve attenere ai fatti. E quando amncano documenti ufficiali prima di dire che un fatto non è avvenuto occorre chiedersi perchè non si trovano…….

  22. Da dilettante appassionato di storia piemontese, mi sarei aspettato un taglio piu’ storico per un articolo che risulta per lo piu’ composto da frasi empiriche e solo un paio di fonti affidabili. In un commento solo il Prof. Marinelli smonta un castello di emozioni piu’ che di relazioni storiche. Ringrazio per il tentativo di approfondimento di un tema che mi auguro presto sia fatto oggetto di ulteriori studi la cui comprensione dovrebbe prescindere da coinvolgimenti “di pancia”

  23. Gina

    Trovo questa chat interessante !! M’ha fatto chiedere in che anno è stata abolita la pena di morte in Italia e messo a dura prova la mia conoscenza dell’italica storia già scarsissima. Dalla III°Elementare in poi la ‘Storia’ è stata per me sempre, un’insopportabile vetrina della meschinità umana.

  24. Gianmarco Rossetto

    LOMBROSO ERA EBREO, e come tale considerava tutti gli altri umani come una razza inferiore!
    Inoltre informati bene, le “camere a gas” naziste NON SONO MAI ESISTITE, è becera propaganda sionista per colpire i tedeschi ed umiliarli.
    I Lager erano CAMPI DI LAVORO FORZATO, e la gente vi moriva di fame verso la fien della guerra quando USA e Russi avevano messo in ginocchio la Germania e tolto il cibo dalla bocca dei tedeschi (bombardando magazzini, strade ferrate, ecc.), figurati i prigionieri che venivano dopo.

  25. Eleonora

    Mio marito prof carmine Macchione mancato purtroppo un mese fa ha pubblicato con l editore FALCO UN IMPORTANTE ROMANZO STORICO “IL FILOANCANTE” che frutto di una importante ricerca su documenti autentici traccia la vera storia dall impresa dei mille del 1860 fino alla disfatta di Caporetto la storia Dell esercito borbonico la strage di Fenestrelle l incapacità di cucire organicamente le frontiere dei sette stati preunitari per costruire una nazione la morte di Cavour che lascia incompleto scoordinatoil processo unificante la storia di una nazione che non ha saputo diventare tale ….un libro sicuramente da leggere per capire di più il nostro sud!!!!

    1. Cara signora Eleonora
      innanzitutto le porgiamo le nostre condoglianze per la perdita di suo marito. Grazie per la segnalazione, cercheremo il libro e lo leggeremo volentieri.
      Cordialmente

  26. Manganaro Manlio

    Ironia della sorte il forte delle Fenestrelle é stato fatto costruire da Vittorio Amedeo di Savoia prima re di Sicilia dal 1713 al 1718 e poi re di Sardegna, che comprendeva anche Piemonte, Liguria e Savoia, dal 1720 in poi.
    Dietro queste nomine ci fu il Regno Unito che dopo ol trattato di Utrecth divenne la più forte potenza navale e mondiale.
    Forse sarebbe il caso fi allargare l’esame dei fatti storici di tre cento anni fa e vedere quanto c’è di attuale.

  27. Leyla

    Incredibile ma vero. Oggi in una gita a Fenestrelle , ignara di quanto storicamente accaduto (o negato), sono stata assalita dalla sofferenza, dal dolore , dall’angoscia di migliaia di anime, uomini donne e bambini, che mi facevano sentire e vivere ciò che gli è stato fatto. Solo una cosa ricordo chiaramente: “la gente deve sapere la verità”. Una volta a casa documentandomi ho capito il significato di queste parole e non importano le mie origine piemontesi. Questo è ciò che ho sentito ed è ciò che dovevo dire al mondo, forse così daremo pace a queste anime.

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