11
Nov
2016
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Giù le mani dal grano duro del Sud: la Cun deve essere una e al Sud, altro che Bologna!

Sono stati gli agricoltori del Sud a convincere il Parlamento nazionale a varare la legge che istituisce la Cun, la Commissione per la rilevazione dei prezzi del grano duro. Ora quattro Regioni del Centro Nord – Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Marche – che messe tutte assieme producono il 20% del grano duro italiano, vorrebbero istituire la Cun a Bologna. Per condizionare, e magari per imporre, i prezzi anche al Sud. Scommettiamo che dietro c’è lo zampino della grande industria della pasta che, non potendo più lavorare il grano duro del Canada si vorrebbe prendere il grano duro del Sud a prezzi stracciati? Saverio De Bonis: “Noi meridionali non abbiamo l’anello al naso”  

L’80 per cento del grano duro si produce nel Sud Italia. Ma il Centro Nord – dove opera il baricentro della grande industria della pasta – ha deciso di mettere il ‘cappello’ pure su questa tradizionale produzione meridionale. Con un obiettivo preciso: continuare ad condizionare gli agricoltori del Mezzogiorno che, da qualche tempo, si ribellano al sodalizio tra grande industria della pasta e titolari del grande affare del grano duro canadese. Insomma, per dirla in breve, una legge nazionale ha istituito la Cun, sigla che sta per Commissione per la rilevazione dei prezzi del grano duro. E’ la Commissione che stabilirà il prezzo del grano duro sulla base della domanda e dell’offerta di questo prodotto e, in generale, sulla base di dati oggettivi di mercato, compresi gli aspetti legati alla tutela della salute (leggere assenza di micotossine). E cosa vorrebbe fare Centro Nord con il 20 per cento di produzione? Controllare i prezzi e imporli al Sud!

Insomma, per il Centro Nord Italia – e soprattutto per l’apparato industriale che, da sempre, ‘scrive’ le regole della politica agraria italiana – il Sud è una ‘colonia’ e deve restare una ‘colonia’!

Raccontare quello che sta succedendo non è semplice. Con molta probabilità, tutto parte dalla rivolta degli agricoltori del Sud, che hanno denunciato da un lato la caduta del prezzo del grano duro (precipitato, la scorsa estate, a 14 Euro al quintale, quando per guadagnare qualcosa gli agricoltori debbono vendere il proprio grano duro ad un prezzo non inferiore a 24 Euro al quintale) e, dall’altro, la presenza, nel grano duro che arriva dal Canada (fino ad oggi molto utilizzato dalla grande industria della pasta), di sostanze dannose per la nostra salute, come potete leggere nel seguente articolo:

“Il grano canadese che arriva in Europa è un rifiuto speciale che finisce sulle nostre tavole”

Con l’attenzione che oggi c’è sul grano duro – si parla anche di controlli sui derivati del grano, che potrebbero finalmente fare esplodere quella che sembra una ‘Santabarbara’ – la grande industria, che gli piaccia o no, deve reperire grano duro dal Sud. Ma siccome gli industriali sono furbi – o, quanto meno, pensano di esserlo: e fino ad oggi l’hanno dimostrato – vorrebbero imporre loro i prezzi. E magari imporre pure le varietà di grano duro da coltivare e le tecniche agronomiche da seguire: il tutto per produrre grano duro altamente proteico, che serve alla stessa industria, ma crea problemi alla salute dei consumatori, alterando le regole della concorrenza, come vi abbiamo raccontato qui:

Grano duro/ GranoSalus attacca il Governo Renzi: “Viola le regole della concorrenza e crea rischi per la salute”

Siamo arrivati al punto centrale di questa storia. In seguito alle proteste – ma anche alle proposte – degli agricoltori del Sud, che hanno trovato una sintesi in GranoSalus – associazione che raccoglie, oggi, tanti produttori di grano duro del Meridione – il Parlamento nazionale ha approvato una legge che istituisce la già citata Commissione per la rilevazione dei prezzi del grano duro. A questo punto è arrivata la furbata del Centro Nord Italia. Vediamola, per grandi linee.

Improvvisamente, Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Marche si scoprono Regioni produttrici di grano duro. Oggi dicono di produrre 1,5 milioni di tonnellate di grano duro sui 5 milioni di tonnellate prodotti in Italia (sarebbe interessante conoscere la qualità di questo grano duro, soprattutto con riferimento all’eventuale presenza di sostanze indesiderate).

Così il presidente di Confagricoltura di Bologna, Gianni Tosi, ha lanciato la proposta:

“In questo contesto riteniamo l’Ager-Borsa merci di Bologna sede ideale della Cun-Commissione per la rilevazione dei prezzi del grano duro dell’Area Centro-Nord Italia: è il riferimento mercantile di chi opera in Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche nonché nelle regioni del Nord e la principale Borsa merci italiana utilizzata dalla direzione generale Agricoltura dell’Ue per l’aggiornamento settimanale delle quotazioni nelle diverse piazze comunitarie” (qui potete leggere tutto l’articolo).

Perché, con appena il 20 per cento della produzione di grano duro – peraltro di qualità diversa dal grano duro del Sud, dove terreni e clima costituiscono l’optimum per questa coltura – Bologna vorrebbe istituire una Cun?

Proviamo a chiedere una spiegazione a Saverio De Bonis, portavoce di GranoSalus:

“Siamo alle solite – ci dice De Bonis – la legge sulla Cun è il frutto di una battaglia dei produttori di grano duro del Sud. Nel luglio scorso, a Montecitorio, siamo andati noi a illustrare le ragioni degli agricoltori meridionali che producono grano duro. E siamo stati sempre noi, a tutela dei produttori e, soprattutto, dei consumatori, a chiedere anche una griglia per tenere conto, nella valutazione complessiva dei prezzi, del tenore degli agenti contaminanti eventualmente presenti nel grano duro. Una battaglia che abbiamo vinto grazie, anche, ai parlamentari del Movimento 5 Stelle, che hanno sposato la nostra idea”.

“La Cun va istituita nel Sud Italia, a Foggia – aggiunge il portavoce di GranoSalus – perché è nel Mezzogiorno che si produce l’80 per cento del grano duro italiano. Che senso ha la Cun a Bologna? Se pensano di fissare il prezzo del grano duro a Bologna e di imporlo ai produttori del Sud Italia per favorire la grande industria si sbagliano di grosso. Noi non abbiamo l’anello al naso. Già, per educazione, non abbiamo replicato al presidente di Confagricoltura nazionale, Mario Guidi, che ci ha offesi dicendo che noi, al Sud, non abbiamo le professionalità per gestire la Cun. A questo signore ricordiamo che la Cun è il risultato delle lotte e delle proposte dei produttori di grano duro del Mezzogiorno”.

“Dico di più – conclude De Bonis -: noi stiamo conducendo una battaglia culturale, etica ed economica per liberare il nostro Paese dai grani duri pieni di micotossine e di glifosato. Se qualcuno pensa di alzare, nel grano duro da inviare all’industria, il tenore di sostanze dannose per la salute noi ci opporremo in tutte le sedi. Il grano duro è una coltura del Sud. E’ al Sud che si produce un grano duro esente da micotossine e da altri contaminanti. E questo è un valore aggiunto al quale non intendiamo rinunciare, anche perché ce lo chiedono i consumatori”.

E le organizzazioni agricole? Confragricoltura e Coldiretti non sembrano schierate in favore degli agricoltori del Sud: e di questo è bene che gli stessi produttori di grano duro ne comincino a tenere conto. Della Cia non abbiamo notizie…

 

 

 

 

 

 

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